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“Le parole restano.”
21/09/2026 · 7 minuti

Chi sei tu per dirlo?

Quando le credenziali diventano un modo per non discutere le idee. Una riflessione su competenza, autorità e diritto di partecipare al discorso pubblico.

C’è un momento, in molte discussioni, nel quale l’argomento scompare.

Hai formulato un’ipotesi. Hai spiegato perché la ritieni plausibile. Forse hai portato dati, esempi, fonti. Ti aspetti che qualcuno contesti un passaggio, trovi una contraddizione, mostri un dato interpretato male o una conseguenza che non avevi previsto.

Invece arriva una domanda.

«Ma tu chi sei per dirlo?»

A volte è una domanda perfettamente legittima. Altre volte è il modo più rapido per non rispondere a ciò che hai detto.

Quando chiedere le credenziali è giusto

Le competenze contano. È bene dirlo subito, perché il problema non si risolve fingendo che ogni opinione abbia lo stesso valore.

Se un medico interpreta un quadro clinico, un ingegnere certifica la stabilità di una struttura o un avvocato fornisce una consulenza legale, sapere quali competenze possieda non è un dettaglio. Esistono conoscenze specialistiche, metodi, responsabilità professionali e anni di studio che non possono essere sostituiti dalla convinzione personale.

Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore su tutte le questioni.

Il problema comincia quando la domanda sulle competenze cambia funzione. Non serve più a capire quanto sia affidabile una valutazione specialistica. Serve a evitare di valutarla.

Quando la persona prende il posto dell’argomento

«Non sei un medico.» «Non sei un avvocato.» «Non sei un informatico.» «Non sei un ricercatore.»

Ognuna di queste osservazioni può essere pertinente, se qualcuno sta rivendicando una competenza che non possiede. Ma può anche nascondere un passaggio molto diverso: non possiedi la credenziale che considero necessaria, dunque non devo esaminare ciò che sostieni.

A quel punto l’oggetto della discussione è cambiato. Prima c’era una proposizione: qualcosa che poteva essere vero, falso, plausibile, fragile, incompleto. Adesso c’è la persona che l’ha pronunciata.

È una delle forme che può assumere l’argomento ad hominem: invece di mostrare dove un ragionamento non regge, si sposta l’attenzione su chi lo ha formulato. La Internet Encyclopedia of Philosophy sottolinea proprio il punto decisivo: il riferimento alla persona diventa fallace quando la caratteristica invocata è irrilevante rispetto alla qualità del ragionamento. Non ogni domanda sulle credenziali, dunque, è un ad hominem; lo diventa quando la persona prende il posto dell’argomento.

Naturalmente questo non significa che la provenienza di un’affermazione sia sempre irrilevante. Sapere chi parla può aiutarci a valutarne l’affidabilità, i limiti, i possibili conflitti d’interesse. Ma tutto questo non rende automaticamente vera o falsa la proposizione.

La pandemia e la domanda su chi potesse parlare

Durante la pandemia questa tensione è diventata particolarmente visibile. Questioni complesse e spesso nuove entravano ogni giorno nella conversazione pubblica, mentre cresceva una comprensibile domanda di competenza specialistica.

Su problemi clinici, epidemiologici o farmacologici, la competenza medica e scientifica aveva evidentemente un peso che un’opinione improvvisata non poteva rivendicare. Ma la pandemia non poneva soltanto problemi medici. Poneva contemporaneamente questioni statistiche, giuridiche, economiche, educative, etiche, sociali e politiche.

Non è soltanto una ricostruzione a posteriori. L’Osservatorio europeo sui sistemi e le politiche sanitarie dell’OMS, già nel 2020, descriveva la trasformazione delle evidenze scientifiche in decisioni pubbliche come un processo complicato dall’incertezza, dall’«infodemia», dall’intreccio tra scienza, politica e politiche pubbliche e dalla tensione fra obiettivi sanitari ed economici. Tra gli strumenti utilizzati indicava proprio gruppi consultivi scientifici multidisciplinari.

Dire semplicemente «non sei un medico, quindi non puoi parlarne» finiva allora per confondere piani diversi.

Quale esperto avrebbe dovuto avere l’ultima parola sull’intero problema?

Il virologo poteva conoscere aspetti che un costituzionalista non conosceva. Il costituzionalista poteva valutare questioni che non appartenevano alla formazione del virologo. Un epidemiologo e uno statistico potevano osservare gli stessi dati da prospettive differenti. Un economista poteva studiare conseguenze che nessuno di loro aveva gli strumenti professionali per misurare nello stesso modo.

La stessa OMS, nel definire un’agenda di ricerca sulla gestione delle infodemie, riunì più di cento esperti provenienti da venti discipline e da oltre trenta paesi. E gli effetti delle decisioni assunte durante la pandemia si estendevano ben oltre l’ambito clinico: l’OCSE ha documentato, per esempio, gli effetti delle chiusure scolastiche sull’esperienza educativa, sull’ambiente familiare, sul lavoro dei genitori, sul benessere e sull’apprendimento.

E il cittadino continuava ad avere una domanda legittima da porre sulle decisioni che modificavano la propria vita e quella della società.

Riconoscere la competenza, quindi, non significa consegnare a una singola competenza il monopolio di ogni domanda.

La scorciatoia opposta

C’è poi un errore speculare, apparentemente più rispettoso dell’esperienza ma altrettanto insidioso.

«È un esperto, quindi ha ragione.»

Se l’assenza di una qualifica non rende falsa un’affermazione, la presenza di una qualifica non può renderla vera per decreto. L’autorevolezza di chi parla è un elemento rilevante nella valutazione di ciò che ascoltiamo, talvolta enormemente rilevante. Non è però un sostituto permanente delle prove e del ragionamento.

La filosofia della testimonianza studia precisamente perché e in quali condizioni la parola altrui possa costituire una fonte di conoscenza. La Stanford Encyclopedia of Philosophy distingue esplicitamente la testimonianza dell’esperto da quella del non esperto e mostra perché l’autorità epistemica possa darci ragioni più forti per credere a un’affermazione. Prendere sul serio un esperto, quindi, non è una fallacia: il problema nasce quando il titolo viene trattato come se rendesse superflua ogni ulteriore valutazione.

Gli esperti possono dissentire tra loro. Possono lavorare su informazioni incomplete. Possono correggersi. Possono uscire dal proprio campo di competenza. Ed è proprio la possibilità di controllare, discutere e correggere le affermazioni a rendere preziosa la conoscenza specialistica, non l’idea che una qualifica renda qualcuno infallibile.

L’autorevolezza può dirci quanto seriamente prendere un’affermazione. Non può dispensarci dall’esaminarla.

Adesso c’è l’intelligenza artificiale

Con l’intelligenza artificiale la stessa domanda ritorna, forse con ancora maggiore forza.

Chi è autorizzato a parlarne?

Un ingegnere informatico può spiegare l’architettura di un sistema molto meglio di chi non possiede quella formazione. Questo non gli attribuisce automaticamente una competenza superiore sulle conseguenze costituzionali del suo impiego. Un giurista può valutare una norma senza sapere addestrare una rete neurale. Un economista può studiare gli effetti dell’automazione sul lavoro senza conoscere ogni dettaglio tecnico del modello che la rende possibile. Un insegnante può osservare trasformazioni nell’apprendimento che non compaiono in un benchmark.

E una persona può formulare una buona domanda senza possedere nessuno di quei titoli.

È uno dei motivi per cui, in Dietro la macchina, proviamo a non presentarci come depositari di una risposta definitiva. Le questioni che affrontiamo attraversano tecnologia, diritto, educazione, responsabilità, cultura, potere e comportamento sociale. Nessuna singola credenziale le contiene tutte.

Dietro la macchina non nasce da un laboratorio universitario, da uno studio legale o da un centro di ricerca. Non pretende di sostituirli. Non produce pareri legali, diagnosi tecniche o verità certificate.

Fa una cosa diversa: formula domande, costruisce argomenti, cerca fonti, espone ipotesi e prova a seguirne le conseguenze.

Questo non rende ciò che pubblichiamo vero.

Ma nemmeno il nome, il titolo o il curriculum di chi lo scrive potrebbero farlo.

Allora, chi sei tu per dirlo?

Nessuno che ti chieda di credergli sulla parola.

Se un dato è sbagliato, correggilo. Se una fonte non regge, contestala. Se il ragionamento contiene un salto, mostralo. Se una conseguenza che abbiamo immaginato è improbabile, spiegane il motivo. Se ne abbiamo ignorata una più importante, aggiungila.

È così che un’idea diventa migliore oppure viene abbandonata.

Il curriculum di chi l’ha formulata può aiutarci a capire da dove proviene. Non può stabilire, da solo, dove quell’idea debba arrivare.

Perché alla fine la domanda più interessante non è mai stata «chi sei tu per dirlo?».

È un’altra.

«Quello che hai detto, regge?»

Fonti essenziali

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