Quando il dibattito diventa prevedibile e smettiamo di mettere in discussione le nostre convinzioni
La noia di conoscere già la risposta
C’è qualcosa che comincia ad annoiarci profondamente nel dibattito sull’intelligenza artificiale. Non è la tecnologia, non sono le sue possibilità e neppure la frequenza con cui se ne parla. È la prevedibilità di ciò che leggiamo, ascoltiamo e, dobbiamo riconoscerlo, talvolta scriviamo noi stessi. Prima ancora di terminare un articolo, assistere a un confronto o leggere un commento, possiamo già immaginarne la conclusione. Conosciamo le posizioni, riconosciamo gli argomenti, anticipiamo le obiezioni. Cambiano i protagonisti, le occasioni, le notizie utilizzate per avviare la discussione, ma il percorso rimane sostanzialmente identico. Abbiamo l’impressione di partecipare a un dibattito in continua evoluzione, mentre percorriamo sempre le stesse strade.
Questa sensazione merita attenzione, perché la noia non deriva necessariamente dalla mancanza di qualcosa da conoscere. Può nascere, al contrario, dall’abitudine a interpretare ogni novità attraverso uno schema che conosciamo già. Non importa quale sia il punto di partenza: sappiamo dove arriveremo. Il dibattito diventa così una rappresentazione nella quale ognuno conosce la propria parte e la ripete, con variazioni più o meno elaborate, davanti a un pubblico che ha già scelto quale personaggio applaudire.
Una partita senza scacco matto
Da una parte troviamo chi descrive possibilità, prestazioni, progressi e applicazioni. Dall’altra chi richiama rischi, conseguenze, minacce e necessità di controllo. Non si tratta necessariamente di posizioni sbagliate. Il problema nasce quando diventano le uniche prospettive ammesse, quando ogni osservazione viene ricondotta a uno dei due schieramenti e ogni tentativo di cambiare argomento viene interpretato come una presa di posizione a favore dell’uno o dell’altro. A quel punto non stiamo più cercando di comprendere un fenomeno. Stiamo partecipando a una competizione.
È una partita a scacchi nella quale nessuno può dare scacco matto. Ogni argomento trova la propria controargomentazione, ogni risultato modifica il terreno dello scontro, ogni conclusione viene rinviata alla prossima novità. Nessuno abbandona la scacchiera, perché lo scopo non è terminare la partita, ma continuare a giocare. E il pubblico, chiamato continuamente a scegliere da che parte stare, finisce per confondere la partecipazione al confronto con l’esercizio del pensiero critico.
Quando anche la critica diventa prevedibile
Ma sarebbe troppo comodo fermarci qui, attribuendo agli altri la responsabilità di questa stanchezza intellettuale. Anche noi, nel tentativo di sottrarci alle interpretazioni dominanti, abbiamo sviluppato una nostra abitudine. Abbiamo scelto di osservare l’essere umano, di cercare nelle sue decisioni e nei suoi comportamenti le responsabilità che troppo spesso vengono attribuite agli strumenti. È una prospettiva che continuiamo a considerare utile, ma che rischia di trasformarsi a sua volta in una risposta automatica. Se ogni argomento termina con la constatazione che il problema è l’uomo e non la macchina, abbiamo davvero sviluppato un’analisi oppure abbiamo semplicemente sostituito una conclusione prevedibile con un’altra?
La domanda è meno comoda di quanto sembri. Significa riconoscere che anche un metodo nato per contrastare il conformismo può diventare conformista. Possiamo criticare le camere dell’eco dei social network e, nello stesso tempo, costruirne una nostra, alimentata da ragionamenti apparentemente più approfonditi ma orientati sempre verso le medesime conclusioni. Possiamo chiedere agli altri di mettere in discussione le proprie convinzioni senza accorgerci che le nostre sono diventate il criterio attraverso cui giudichiamo qualsiasi nuova informazione.
Il meccanismo è sottile. Partiamo da un’osservazione, cerchiamo elementi che la sostengano, individuiamo contraddizioni nelle posizioni altrui e arriviamo a una conclusione che conferma quella iniziale. Il ragionamento può essere coerente, documentato, persino brillante. Ma la coerenza non è una garanzia sufficiente di conoscenza. Un’argomentazione può essere logicamente ordinata e rimanere prigioniera di presupposti che nessuno ha provato a verificare. Il fatto che una conclusione ci sembri convincente non significa che abbiamo esplorato seriamente le alternative.
La conferma non è conoscenza
È qui che il dibattito pubblico rivela una delle proprie debolezze. Siamo diventati molto abili nel riconoscere le contraddizioni degli altri e assai meno disponibili a individuare quelle che attraversano i nostri ragionamenti. Quando una notizia conferma ciò che pensiamo, la accogliamo come un’ulteriore prova. Quando lo contraddice, cerchiamo immediatamente un’interpretazione che permetta di conservare intatta la nostra posizione. Non è una caratteristica esclusiva di chi discute di tecnologia: è un comportamento umano ampiamente riconoscibile, che assume forme differenti nella politica, nell’informazione, nei rapporti sociali e nelle convinzioni personali.
C’è però una differenza tra avere una posizione e trasformarla in un risultato obbligato. La prima è inevitabile: nessuno osserva la realtà senza conoscenze, esperienze e criteri interpretativi. La seconda è una rinuncia alla ricerca. Se conosciamo già la conclusione prima ancora di esaminare i fatti, ciò che chiamiamo analisi rischia di diventare un procedimento per giustificare una convinzione.
Anche il confronto, che dovrebbe permetterci di incontrare prospettive differenti, può trasformarsi in un esercizio di conservazione delle proprie certezze. Non ascoltiamo più per comprendere ciò che l’altro sta sostenendo, ma per individuare il punto sul quale intervenire. Una risposta diventa l’occasione per preparare la successiva. L’obiezione non viene considerata una possibilità di approfondimento, ma un ostacolo da superare. La discussione prosegue, il numero degli interventi cresce, ma non è affatto detto che qualcuno abbia imparato qualcosa.
Il confronto come difesa delle certezze
Questo fenomeno è particolarmente evidente nei social network, dove la contrapposizione produce facilmente nuove interazioni. Ma sarebbe un errore considerarlo una conseguenza esclusiva delle piattaforme. Le piattaforme possono favorirlo, amplificarlo e renderlo economicamente conveniente; non hanno inventato il bisogno umano di avere ragione. La ricerca di conferme, il desiderio di appartenenza e la difficoltà di abbandonare convinzioni consolidate esistevano molto prima della comunicazione digitale. Anche qui, dunque, dobbiamo evitare di ricadere nel nostro automatismo preferito: individuare un responsabile e considerare conclusa l’indagine.
Forse è proprio questo che ci annoia: la continua necessità di distribuire ragioni e torti. Ogni questione viene trasformata in un confronto tra posizioni, ogni dubbio in una sfida, ogni incertezza in una debolezza da nascondere. Sembra che un pensiero abbia valore soltanto se riesce a prevalere su un altro. Eppure una delle esperienze intellettuali più significative consiste proprio nello scoprire che una convinzione alla quale eravamo affezionati non era sufficientemente fondata. Non dovrebbe essere vissuta come una sconfitta, ma come un ampliamento della nostra comprensione.
Il progresso che chiediamo agli altri
Abbiamo discusso a lungo, anche tra noi, del progresso della conoscenza. Abbiamo sostenuto che ogni scoperta apre nuove possibilità, che ogni arrivo rappresenta una nuova partenza e che nessuna conquista intellettuale può essere considerata un punto definitivo. Ma questo principio non può valere soltanto per la ricerca scientifica. Deve valere anche per il modo in cui ragioniamo. Se riteniamo naturale che la conoscenza si sviluppi superando i propri limiti, dovremmo accettare che anche le nostre interpretazioni siano provvisorie, correggibili e, quando necessario, sostituibili.
Altrimenti si produce un curioso squilibrio: ammiriamo l’evoluzione degli strumenti attraverso cui conosciamo il mondo, mentre continuiamo a utilizzare sempre gli stessi strumenti concettuali per interpretarlo. Chiediamo innovazione alla ricerca, ma stabilità alle nostre certezze. Consideriamo desiderabile il superamento dei limiti della conoscenza, purché questo non comporti la necessità di rivedere le nostre opinioni.
Ecco perché la noia dalla quale siamo partiti non è una questione marginale. Potrebbe essere il segnale che il nostro modo di affrontare determinati argomenti ha raggiunto un limite. Non perché siano esaurite le possibilità di analisi, ma perché abbiamo reso prevedibili le domande e, di conseguenza, le risposte. Continuiamo a cercare nuove informazioni senza domandarci se possediamo ancora la disponibilità a lasciarcene sorprendere.
Cambiare metodo, non soltanto argomento
Per uscire da questa condizione non serve necessariamente cambiare argomento. Occorre cambiare atteggiamento. Davanti a un’affermazione che condividiamo, possiamo chiederci quali elementi potrebbero smentirla. Davanti a una posizione che respingiamo, possiamo cercare di comprendere quali osservazioni la rendano ragionevole per chi la sostiene. Quando individuiamo una contraddizione, possiamo verificare se sia reale oppure se dipenda dal nostro modo di rappresentare la situazione. E quando arriviamo a una conclusione che abbiamo già formulato molte volte, possiamo avere la disciplina intellettuale di riconoscerlo.
Non significa rinunciare alle proprie idee, né fingere che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore. Significa distinguere la solidità di un’argomentazione dalla nostra soddisfazione nel vederla confermata. Significa accettare che il confronto possa terminare senza un vincitore, ma con una comprensione più precisa del problema. E, soprattutto, significa considerare il dubbio non come una minaccia alle nostre convinzioni, ma come uno strumento per valutarne la qualità.
Per Dietro la macchina, questa riflessione assume anche il valore di un’autocritica editoriale. Se chiediamo ai lettori di non fermarsi ai titoli, di osservare il contesto, di distinguere i fatti dalle interpretazioni e di riconoscere la responsabilità delle proprie scelte, dobbiamo applicare gli stessi criteri al lavoro che proponiamo. Non possiamo pretendere rigore dagli altri e concederci conclusioni automatiche soltanto perché appartengono alla nostra prospettiva.
L’autocritica come responsabilità editoriale
Forse continueremo a occuparci degli stessi argomenti. Ma non dovremmo continuare a raccontarli nello stesso modo soltanto perché abbiamo trovato una formula che ci convince. Una linea editoriale è utile quando offre un metodo di osservazione; diventa un limite quando impone in anticipo i risultati dell’osservazione.
La noia, dunque, non è necessariamente un invito a smettere di leggere, scrivere o discutere. Può essere un’occasione per riconoscere che abbiamo bisogno di qualcosa di diverso dalla ripetizione delle nostre certezze.
Non abbiamo bisogno soltanto di nuovi argomenti. Abbiamo bisogno di tornare a incontrare domande alle quali non sappiamo ancora rispondere.
Perché il pensiero critico non consiste nel trovare continuamente nuove ragioni per avere ragione. Consiste anche nel riconoscere quando è arrivato il momento di cambiare idea.
