Ogni nuova tecnologia porta con sé una tentazione: credere che ciò che sta accadendo non sia mai accaduto prima. È comprensibile. Lo strumento è nuovo, le possibilità che introduce sembrano senza precedenti e il linguaggio utilizzato per descriverlo insiste quasi sempre sulla rottura. Rivoluzione, trasformazione, discontinuità, nuovo mondo. A ogni passaggio tecnologico ci convinciamo per qualche tempo di trovarci davanti a qualcosa che rende inutilizzabili tutte le categorie precedenti e che obbliga la società a ricominciare da zero. Eppure l’uomo non ricomincia mai davvero da zero: cambia gli strumenti, cambia le dimensioni delle proprie azioni, cambia la velocità con cui può produrne le conseguenze, ma porta con sé una storia fatta di libertà conquistate, errori commessi, responsabilità costruite, conflitti attraversati e soluzioni imperfette che una generazione consegna a quella successiva.
Quando abbiamo inventato mezzi capaci di muoversi più velocemente dell’uomo, abbiamo dovuto imparare a condividere le strade. Quando abbiamo cominciato a volare, abbiamo costruito regole per condividere il cielo. Quando le onde radio hanno permesso a una persona di raggiungerne molte altre senza fili, abbiamo organizzato frequenze, licenze e responsabilità. Quando la telefonia mobile ha reso possibile comunicare quasi ovunque, abbiamo progressivamente stabilito che una linea non potesse essere completamente separata da un titolare identificabile.
Nessuno di questi sistemi è nato insieme alla tecnologia che oggi disciplina: sono arrivati dopo, quando l’esperienza ha mostrato che una capacità tecnica non rimane confinata nella sfera privata soltanto perché lo strumento che la rende possibile appartiene a un individuo e quando ciò che una persona poteva fare con un mezzo ha cominciato a interferire abbastanza con la vita degli altri da rendere insufficiente il semplice richiamo al buon senso. È questo il punto nel quale il digitale sembra trovarsi oggi.
Per molti anni abbiamo avuto ottime ragioni per privilegiare l’accesso. Internet significava conoscenza disponibile, comunicazione senza distanze, possibilità di pubblicare senza possedere una tipografia, di lavorare senza trovarsi nello stesso luogo, di incontrare persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto. Il dispositivo personale ha amplificato tutto questo fino a rendere normale ciò che soltanto pochi decenni fa avrebbe richiesto infrastrutture, denaro e competenze straordinarie. Quella libertà non è stata un errore; il problema nasce quando continuiamo a descrivere soltanto la libertà iniziale e non vediamo quanto sia cambiato il mezzo che la rende possibile.
Lo smartphone che portiamo in tasca non è più soltanto lo strumento con cui chiamiamo qualcuno. È accesso alla nostra identità, ai nostri soldi, alle nostre relazioni, ai documenti, alla pubblicazione, alla registrazione, alla localizzazione, alla produzione di immagini e video, alla manipolazione dei contenuti e ormai anche a sistemi artificiali capaci di generare testi, immagini, voci e informazioni con una facilità che fino a pochi anni fa non avremmo saputo immaginare.
Continuare a trattare tutto questo come una semplice evoluzione del telefono significa forse guardare il presente con categorie che appartengono alla sua origine ed è qui che la storia può essere utile, purché non venga trasformata in un alibi.
La storia non ci dice che dobbiamo copiare il sistema automobilistico e applicarlo allo smartphone. Non dimostra che una patente digitale funzionerebbe soltanto perché funzionano le patenti di guida, né che un registro degli IMEI sia necessariamente giusto perché esiste il Pubblico Registro Automobilistico. Ogni analogia possiede un limite e ogni tecnologia richiede regole proprie.
La storia ci suggerisce però qualcosa di più importante: non esiste alcuna ragione per considerare il digitale estraneo ai processi attraverso i quali le società hanno imparato a governare altre capacità tecnologiche.
Possiamo discutere quale debba essere l’età minima. Possiamo contestare un esame, modificarne i contenuti, rifiutare una forma di registrazione e proporne un’altra. Possiamo stabilire che una determinata misura sia sproporzionata, tecnicamente inefficace o troppo invasiva. È precisamente ciò che una società dovrebbe fare prima di trasformare un principio in una norma.
Quello che diventa più difficile sostenere, dopo aver osservato la storia, è che la semplice novità dello strumento costituisca una ragione sufficiente per lasciarlo fuori da qualsiasi processo di abilitazione, identificazione o responsabilità.
Abbiamo già imparato molte volte che saper utilizzare una tecnologia non coincide necessariamente con il diritto di utilizzarla in qualunque modo.
Abbiamo imparato anche che identificare un mezzo non significa necessariamente sorvegliare chi lo possiede, così come proteggere la libertà individuale non significa rinunciare alla possibilità di attribuire responsabilità quando quella libertà produce conseguenze sugli altri. Il confine tra queste esigenze non è stabile né semplice, ed è proprio per questo che deve essere discusso, controllato e continuamente corretto.
La patente digitale proposta in questo percorso nasce dentro quella tensione e non pretende di risolverla, ma piuttosto di riconoscerla.
Chiede se sia ancora sufficiente consegnare un dispositivo e presumere che la capacità di utilizzarne l’interfaccia coincida con la capacità di comprenderne le conseguenze. Chiede se l’educazione digitale possa continuare a essere considerata soltanto una raccomandazione, oppure se alcune competenze debbano diventare una condizione verificabile dell’autonomia. Chiede se uno strumento così centrale nella vita sociale possa continuare a essere giuridicamente molto meno identificabile di altri mezzi infinitamente più limitati nelle possibilità che offrono.
E soprattutto chiede perché il digitale dovrebbe essere l’unica grande tecnologia alla quale non applicare una lezione che abbiamo imparato molte volte: quando gli effetti di uno strumento non appartengono più soltanto a chi lo possiede, la società comincia inevitabilmente a interrogarsi sulle responsabilità del suo uso.
Arrivato alla fine di questo percorso, per me la domanda non è più soltanto se sia legittimo discutere una patente digitale. Ritengo che il principio di un’abilitazione all’autonomia digitale sia ormai necessario. Ciò che resta aperto — e deve restarlo — è il modo in cui quella necessità possa diventare una regola senza produrre più danni di quelli che pretende di evitare: quale età, quale esame, quali strumenti debbano essere registrati, quali sanzioni siano proporzionate e quali garanzie debbano proteggere privacy, libertà e accesso ai diritti. La convinzione sul principio non autorizza superficialità nella sua applicazione; al contrario, obbliga a essere ancora più rigorosi nel definirne i confini.
Anche il rapporto con i minori dovrebbe essere letto dentro questa prospettiva. Un bambino non è diventato improvvisamente diverso perché esistono gli smartphone. Continua ad avere bisogno di sperimentare, sbagliare, cercare attenzione, sfidare le regole e costruire progressivamente una propria autonomia. Ciò che è cambiato è la potenza degli strumenti attraverso i quali può compiere quelle stesse azioni.
Un errore può raggiungere migliaia di persone, una crudeltà può essere registrata, una provocazione può sopravvivere per anni e un momento privato può diventare pubblico prima ancora che chi lo vive abbia compreso ciò che sta accadendo.
Pretendere che l’educazione resti identica mentre gli strumenti moltiplicano in questo modo la portata dell’azione umana sarebbe forse la forma più strana di conservatorismo.
La scuola, la famiglia, il territorio, la formazione digitale, la patente, la registrazione del dispositivo e le garanzie sulla privacy appartengono allora allo stesso problema, ma non svolgono la stessa funzione. La scuola costruisce conoscenza e relazione, la famiglia accompagna l’autonomia, il territorio offre luoghi nei quali quella relazione può essere esercitata, la patente verifica una competenza, il registro collega un mezzo a una responsabilità e le garanzie impediscono che la responsabilità diventi sorveglianza.
Nessuno di questi elementi, isolato, sarebbe sufficiente; insieme, però, descrivono un’idea di cittadinanza digitale diversa da quella alla quale ci siamo abituati: non un individuo lasciato solo davanti a uno strumento potentissimo e poi chiamato a rispondere delle conseguenze quando qualcosa va male, ma una persona formata progressivamente, accompagnata verso l’autonomia e infine riconosciuta come responsabile delle possibilità che quella autonomia le concede.
Può darsi che la patente digitale, così come l’abbiamo immaginata, debba essere modificata molte volte prima di diventare davvero praticabile. Alcune parti potrebbero rivelarsi inutili, altre troppo rigide, altre ancora tecnicamente difficili da realizzare. È proprio per questo che abbiamo lasciato entrare le obiezioni invece di trattarle come ostacoli da eliminare.
Una proposta seria non dovrebbe avere paura di essere corretta; dovrebbe avere paura, semmai, di smettere di farsi domande.
Perché il vero rischio non consiste soltanto nel regolamentare troppo una tecnologia. Esiste anche il rischio opposto: considerare ogni regola incompatibile con l’innovazione fino al momento in cui i problemi prodotti dallo strumento diventano così evidenti da costringerci a intervenire in fretta, spesso peggio di quanto avremmo fatto se avessimo cominciato a pensarci prima.
Fra l’entusiasmo che accompagna una tecnologia quando nasce e la paura che spesso arriva quando ne scopriamo gli effetti esiste uno spazio molto più interessante: è lo spazio della responsabilità, nel quale una società può decidere quali possibilità vuole proteggere, quali comportamenti non è disposta ad accettare, quali competenze considera necessarie e quali limiti pone anche a se stessa quando costruisce gli strumenti destinati a far rispettare quelle regole.
È proprio in quello spazio che, a un certo punto, compare inevitabilmente anche la responsabilità pubblica. La cronaca quotidiana rende sempre più difficile considerare ciò che accade nello spazio digitale come una semplice successione di incidenti isolati. Abbiamo consegnato a ogni individuo, fin dall’infanzia, uno strumento capace di amplificare una parola fino alla dimensione di una piazza pubblica, di incidere sulla reputazione e sulle relazioni degli altri, di accedere a identità, denaro, immagini, documenti e servizi, pretendendo per molto tempo che l’educazione familiare e l’autoregolamentazione individuale fossero sufficienti a governarne tutte le conseguenze.
Ma quando l’educazione familiare non basta a contenere la potenza del mezzo, quando gli interessi di chi costruisce e gestisce gli ambienti digitali non coincidono necessariamente con l’interesse collettivo alla riduzione degli abusi e quando gli effetti dell’azione individuale raggiungono stabilmente la vita degli altri, l’assenza dello Stato smette di essere automaticamente una garanzia di libertà e può diventare rinuncia alla propria funzione di regolazione.
Non sarebbe nemmeno una novità nella storia che abbiamo appena attraversato. Lo Stato interviene sulle strade perché l’uso dei veicoli produce conseguenze collettive, disciplina le frequenze perché lo spettro è una risorsa condivisa e sottopone determinati strumenti a licenze e autorizzazioni perché l’esistenza di un diritto non attribuisce automaticamente il diritto a servirsi di qualsiasi mezzo per esercitarlo. In tutti questi casi la regolamentazione è arrivata quando la potenza dello strumento ha smesso di riguardare soltanto chi lo possedeva.
È dentro la stessa storia che oggi deve essere discusso anche il digitale. Non per spegnere la tecnologia, non per trasformare la responsabilità in sorveglianza e nemmeno per attribuire allo Stato il compito di decidere che cosa un cittadino debba pensare o dire, ma per riportare l’uso autonomo di strumenti così potenti dentro una dimensione riconoscibile di responsabilità civile.
Uno strumento capace di produrre conseguenze tanto vaste non può continuare a essere trattato come se la semplice capacità tecnica di utilizzarlo costituisse già una garanzia sufficiente del suo uso responsabile. Può essere educato, regolato, sottoposto a condizioni e, quando necessario, a limiti, senza che per questo vengano cancellati i diritti che attraverso di esso possiamo esercitare.
È forse questo, alla fine, il punto al quale conduce tutto il percorso. Non scegliere tra tecnologia e libertà, né tra libertà e regole, ma riconoscere che una tecnologia entra davvero nella vita civile quando alla potenza che mette nelle nostre mani corrisponde una responsabilità altrettanto riconoscibile.
Il digitale non ci obbliga a dimenticare tutto ciò che abbiamo imparato; al contrario, forse è arrivato il momento di ricordarlo, perché l’uomo ha una storia e quella storia si proietta nel futuro, sempre.