Dalla domanda ai fatti
Quando il gesto nasce già per essere visto
A Trescore Balneario un tredicenne prepara una diretta mentre prepara l’aggressione alla docente. Il dispositivo non causa il gesto, ma entra nella sua progettazione e apre una domanda sull’autonomia digitale.
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Leggi il caso →Un ragazzo di tredici anni entra in una scuola media di Roma con due coltelli, spray urticante e un dispositivo predisposto per riprendere ciò che sta per fare. Aggredisce la propria insegnante e viene fermato dall’intervento di un compagno. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ore successive, il telefono era collegato a Telegram e il ragazzo avrebbe tentato di trasmettere l’aggressione; alcuni compagni hanno inoltre riferito che il gesto era stato pianificato.
Ci sono molti modi per guardare una storia del genere e quasi tutti rischiano, se isolati dagli altri, di diventare troppo semplici. Si può parlare della scuola, della famiglia, della violenza adolescenziale, della capacità di tollerare una frustrazione, del rapporto con l’autorità, delle frequentazioni, dei contenuti consumati online e dei segnali che forse qualcuno avrebbe potuto cogliere. Sono domande inevitabili, ma nessuna delle informazioni oggi disponibili autorizza a ridurre un gesto così complesso a una causa unica. Anche le ricostruzioni sul possibile movente scolastico o sull’interesse del ragazzo per contenuti violenti restano elementi di un quadro ancora in accertamento, non una spiegazione definitiva.
Il gesto e la sua rappresentazione
C’è però un dettaglio che merita di essere isolato dagli altri, non perché sia necessariamente la causa di ciò che è accaduto, ma perché racconta qualcosa del tempo in cui viviamo: il progetto non sembra comprendere soltanto il gesto violento, ma anche la sua rappresentazione. Qualcuno avrebbe dovuto guardare. La telecamera, in questo senso, non è un accessorio neutro della vicenda; è il segno di una trasformazione più ampia, nella quale persino un’azione estrema può essere pensata contemporaneamente come esperienza e come contenuto.
È questo che dovrebbe costringerci a formulare una domanda più ampia della singola vicenda: quando abbiamo cominciato a considerare normale che un ragazzo possa disporre, senza alcuna particolare preparazione, di uno strumento capace di trasformare qualsiasi momento della propria vita in una trasmissione potenzialmente rivolta a un pubblico?

La tecnologia non è la causa, ma cambia il contesto
La domanda non contiene già la risposta. Dire che un telefono fosse presente non significa sostenere che il telefono abbia prodotto la violenza, perché confondere le due cose sarebbe tanto comodo quanto inutile. Gli esseri umani erano violenti molto prima dell’invenzione dello smartphone e continueranno probabilmente a esserlo anche quando gli smartphone saranno diventati oggetti da museo. Il problema è un altro: ogni tecnologia modifica l’insieme delle possibilità disponibili a una persona, e uno strumento capace di registrare, distribuire e rendere pubblico un gesto modifica inevitabilmente anche il contesto nel quale quel gesto viene pensato.
Un coltello permette di ferire, una telecamera permette di documentare, una rete permette di distribuire. Quando tutte queste possibilità convergono nello stesso dispositivo, un gesto privato può diventare nello stesso momento evento pubblico, spettacolo, testimonianza, provocazione o materiale destinato a circolare. È qui che comincia il nostro ragionamento, perché il punto non è attribuire alla tecnologia una colpa che non le appartiene, ma chiederci quando una tecnologia diventa abbastanza potente da richiedere una responsabilità formale da parte di chi la utilizza.
Le regole arrivano dopo il mezzo
Quando è nata l’automobile, nessuno ha consegnato insieme alle prime chiavi il sistema normativo che oggi la circonda. La patente, le targhe, i registri, le assicurazioni, le revisioni e il codice della strada non hanno preceduto il mezzo: sono stati costruiti progressivamente, quando è diventato evidente che guidare non era più soltanto una questione tra il proprietario e la sua macchina. La capacità tecnica di mettere in moto un veicolo non bastava più; occorreva dimostrare di saperlo condurre, conoscere le regole, essere identificabili, poter stabilire a chi appartenesse il mezzo e definire chi dovesse rispondere delle conseguenze del suo utilizzo.
Lo stesso principio compare in altri territori tecnologici. Un radioamatore non è autorizzato a trasmettere semplicemente perché ha acquistato un apparato e sa premere il pulsante giusto: deve possedere competenze certificate e operare all’interno di un regime regolamentato, perché utilizza uno spettro condiviso e le sue azioni possono interferire con quelle degli altri. Non è una misura fondata sull’idea che la radio sia pericolosa in sé; nasce dal riconoscimento che l’uso di uno strumento tecnico può produrre conseguenze che vanno oltre chi lo possiede.
Lo smartphone non è più soltanto un telefono
Con lo smartphone, invece, abbiamo seguito una strada curiosamente diversa. Gli abbiamo affidato funzioni enormemente più ampie: comunicazione privata e pubblica, pubblicazione potenzialmente mondiale, registrazione audio e video, localizzazione, pagamenti, accesso a servizi pubblici, produzione e manipolazione di immagini, contatto permanente con sconosciuti, gestione di dati personali, identità digitali e oggi perfino accesso diretto a sistemi di intelligenza artificiale. Nonostante tutto questo, continuiamo sostanzialmente a comportarci come se, per utilizzarlo, fosse sufficiente essere materialmente capaci di utilizzarlo.
Un bambino impara in pochi minuti dove toccare lo schermo e da quel momento tendiamo a considerarlo tecnicamente pronto, come se la capacità di aprire un’applicazione coincidesse con la capacità di comprenderne gli effetti. Un adulto acquista il dispositivo e noi presumiamo, senza alcuna verifica, che possieda competenze sufficienti per affrontare privacy, sicurezza, truffe, diffamazione, cyberbullismo, gestione dell’identità, contenuti sintetici, manipolazione delle immagini e conseguenze giuridiche delle proprie azioni.
Tra possesso e uso manca un passaggio
Non facciamo la stessa cosa con un’automobile, con un aeroplano, con molti mezzi nautici o con una stazione radioamatoriale. In tutti questi casi abbiamo accettato da tempo che la capacità materiale di utilizzare uno strumento non equivalga automaticamente al diritto di farlo senza condizioni, perché tra il possesso e l’uso abbiamo inserito un passaggio ulteriore: l’abilitazione.
Perché allora continuiamo a considerare naturale che questo passaggio non esista per uno strumento che accompagna una persona per quasi tutta la giornata e attraverso il quale è possibile produrre conseguenze reali sulla vita di migliaia di altre persone?
Una risposta possibile è che il telefono sia nato come oggetto di comunicazione personale e che lo abbiamo incorporato nella nostra quotidianità prima di accorgerci che non era più soltanto un telefono. Ma proprio questa distanza tra ciò che una tecnologia era al momento della sua nascita e ciò che diventa con il tempo appartiene alla storia di quasi ogni innovazione importante. Prima costruiamo il mezzo e ne celebriamo le possibilità, poi impariamo a usarlo e soltanto dopo, spesso attraverso errori, incidenti e conflitti, scopriamo che dobbiamo imparare anche a convivere con gli effetti del suo uso. È in quest’ultima fase che compaiono le regole, ed è possibile che anche il dispositivo digitale sia ormai arrivato a quel punto.
Una vera abilitazione
La proposta che attraverserà questo percorso nasce da questa possibilità e deve essere discussa per quello che è, comprese le sue difficoltà e le sue conseguenze: l’accesso autonomo a un dispositivo digitale connesso potrebbe richiedere un’abilitazione, così come altre attività tecnologiche richiedono che una persona dimostri competenza prima di poterle esercitare liberamente.
Una patente digitale, dunque, ma non intesa come corso facoltativo da dimenticare dopo trenta minuti, né come l’ennesima pagina di condizioni d’uso che nessuno legge o come un generico invito rivolto alle famiglie a «prestare attenzione». Una vera abilitazione, fondata su conoscenze da acquisire, un esame da superare, responsabilità da accettare e, quando necessario, un rinnovo periodico capace di tenere conto dell’evoluzione rapidissima degli strumenti e dei rischi.
Le obiezioni fanno parte della proposta
Una proposta del genere susciterà inevitabilmente obiezioni sulla libertà, sulla privacy, sul controllo statale, sull’anonimato, sulla praticabilità tecnica e sul rischio di trasformare un diritto di accesso in un privilegio burocratico. Sono obiezioni necessarie e questo percorso dovrà affrontarle una per una, senza caricaturarle e senza fingere che siano irrilevanti. Alcune potrebbero imporre limiti importanti alla proposta; altre potrebbero modificarne la forma e costringerci a distinguere meglio tra ciò che è desiderabile e ciò che è realmente applicabile.
Prima di arrivare a quelle obiezioni, però, resta una domanda più elementare e forse più difficile, perché riguarda qualcosa che abbiamo ormai smesso di mettere in discussione: per quale ragione abbiamo deciso che saper accendere uno strumento significhi essere automaticamente abilitati a usarlo?
Fonti e riferimenti
RaiNews, Studente delle medie accoltella l’insegnante e tenta di trasmettere l’aggressione via Telegram, 18 settembre 2026.
ANSA, Studente spruzza spray urticante e accoltella l’insegnante a Roma, 18 settembre 2026.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, disciplina di autorizzazioni e licenze per i radioamatori.
ACI, storia del Pubblico Registro Automobilistico e disciplina della registrazione dei veicoli.