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“Le parole restano.”
Patente digitale · Ecologia dell’informazione · Capitolo 13 di 17Torna all’indice →

Non reagiamo a tutte le informazioni con la stessa intensità. Alcune ci lasciano quasi indifferenti; altre provocano paura, entusiasmo, rabbia, disgusto, sorpresa o indignazione prima ancora che abbiamo terminato di esaminarle. Questo non rappresenta un’anomalia del nostro rapporto con il mondo. Le emozioni partecipano alla valutazione di ciò che accade, ci aiutano a riconoscere rapidamente minacce e opportunità, orientano l’attenzione e possono motivare comportamenti che vanno dalla protezione personale all’azione collettiva. Un ambiente informativo privo di emozioni non sarebbe necessariamente più razionale: sarebbe semplicemente molto diverso dall’ambiente nel quale gli esseri umani effettivamente pensano.

La difficoltà nasce quando la capacità di un contenuto di provocare una reazione e la sua importanza informativa cominciano a sovrapporsi. Una notizia che ci indigna può essere estremamente rilevante; può anche essere marginale, incompleta o perfino falsa. L’intensità della reazione non permette di distinguere queste possibilità. Ci dice qualcosa su ciò che l’informazione ha prodotto in noi, non ancora sulla qualità dell’informazione stessa.

L’ambiente digitale aggiunge un elemento che modifica profondamente questa relazione: molte delle nostre reazioni diventano osservabili. Un giornale stampato non sa se abbiamo letto un articolo con rabbia, se ci siamo fermati al titolo o se lo abbiamo mostrato a un’altra persona durante la colazione. Una piattaforma può invece registrare alcune conseguenze comportamentali della reazione: un clic, una condivisione, un commento, una risposta, il tempo trascorso sul contenuto. Non può conoscere automaticamente l’emozione che ha prodotto quei comportamenti, ma può riconoscere che alcuni contenuti generano più interazioni di altri.

Questo è importante perché interazione e approvazione non coincidono. Possiamo commentare qualcosa perché ci piace oppure perché ci irrita; condividerlo per sostenerlo oppure per denunciarlo; aprirlo perché lo consideriamo utile oppure perché il titolo ci sembra assurdo. Dal punto di vista del significato sono comportamenti molto differenti. Dal punto di vista di una misura quantitativa dell’attività hanno però una caratteristica comune: abbiamo reagito.

La possibilità che alcuni linguaggi producano più reazioni è stata osservata anche sperimentalmente. Todd Pezzuti, James Leonhardt e Caleb Warren hanno analizzato messaggi pubblicati da marchi su Facebook e Twitter e hanno condotto successivamente esperimenti controllati. Nei contesti studiati, i messaggi formulati con un linguaggio che esprimeva maggiore certezza ricevevano più interazioni; negli esperimenti, l’effetto risultava collegato anche alla percezione di maggiore potere attribuita alla fonte. Il risultato riguarda la comunicazione commerciale esaminata dagli autori e non permette di concludere che qualsiasi affermazione categorica, in qualsiasi discussione, riceva necessariamente più attenzione. Mostra però che il grado di sicurezza espresso nel linguaggio può modificare la risposta del pubblico anche quando non stiamo ancora discutendo se l’affermazione sia più o meno fondata.

La distinzione merita attenzione. Una persona può possedere ottime ragioni per essere molto sicura di ciò che afferma; un’altra può utilizzare lo stesso registro senza avere prove comparabili. Se la sicurezza comunicativa favorisce in determinate condizioni l’interazione, l’ambiente può offrire un vantaggio espressivo alla certezza indipendentemente dalla qualità delle ragioni che la sostengono. L’incertezza metodologicamente corretta rischia allora di apparire meno efficace della sicurezza ingiustificata. «I dati disponibili suggeriscono, con diversi limiti…» richiede più attenzione di «è evidente che…», anche se proprio la prima formulazione può descrivere meglio lo stato reale delle conoscenze.

Non sarebbe corretto dedurne che i social premiano sempre la semplificazione o che le persone preferiscano inevitabilmente chi parla con maggiore sicurezza. Il lavoro di Pezzuti e colleghi riguarda messaggi di marca e specifiche forme di engagement; il passaggio da quel risultato al comportamento informativo generale richiederebbe altre prove. Ci permette però di osservare una tensione: il linguaggio che comunica meglio l’incertezza della conoscenza non è necessariamente quello che produce la risposta più immediata.

L’indignazione offre un esempio ancora più interessante perché non è soltanto un’emozione individuale. Esprimere pubblicamente indignazione comunica anche una valutazione morale: qualcosa non è semplicemente sgradevole, ma viene percepito come una violazione di una norma alla quale attribuiamo valore. L’indignazione può quindi avere funzioni sociali importanti. Può richiamare attenzione su un abuso, coordinare persone intorno a una richiesta, rendere visibile un comportamento precedentemente tollerato e contribuire all’azione collettiva. Trattarla semplicemente come un difetto cognitivo significherebbe perdere proprio la funzione per la quale esiste.

Allo stesso tempo, l’espressione dell’indignazione avviene dentro un ambiente nel quale le reazioni degli altri sono quantificate e visibili. William Brady e colleghi hanno analizzato milioni di messaggi pubblicati su Twitter e hanno affiancato agli studi osservazionali due esperimenti comportamentali preregistrati. Nel campione esaminato, ricevere più feedback positivo dopo avere espresso indignazione morale era associato a una maggiore probabilità di esprimerla nuovamente; negli esperimenti, inoltre, i partecipanti adattavano il proprio comportamento sia al feedback ricevuto sia alle norme espressive osservate nella rete sociale simulata.

Il risultato non dice che la piattaforma «crei» dal nulla l’indignazione, né che chi la esprime non sia sinceramente indignato. Gli stessi autori distinguono l’apprendimento attraverso il feedback dall’apprendimento delle norme del gruppo: possiamo modificare il modo in cui esprimiamo un’emozione perché una certa espressione riceve approvazione, ma possiamo anche imparare semplicemente che, nell’ambiente che frequentiamo, quel modo di reagire è normale. Una persona può quindi possedere una convinzione morale autentica e, nello stesso tempo, apprendere quale forma della sua espressione riceva maggiore riconoscimento sociale. Le due cose non si escludono.

Immaginiamo una comunità nella quale un certo tipo di commento indignato riceva abitualmente molte reazioni positive. Chi entra in quell’ambiente non ha bisogno di ricevere istruzioni esplicite. Osserva quali interventi vengono apprezzati, quali vengono ignorati, quale vocabolario utilizzano le persone più visibili e quanto intensamente viene espresso il dissenso. Anche senza cambiare le proprie convinzioni, può imparare progressivamente come si parla lì dentro.

Questo collega l’emozione all’appartenenza senza renderle equivalenti. Una comunità può condividere norme espressive molto intense senza che ogni membro provi la stessa intensità emotiva; una persona può inoltre provare una forte indignazione e decidere di non esprimerla. Ciò che osserviamo online è sempre, almeno in parte, un comportamento pubblico. Confondere l’espressione con l’esperienza interiore significherebbe attribuire ai dati più di quanto possano mostrare.

La cautela diventa ancora più necessaria quando cerchiamo di stabilire se il linguaggio emotivo «si diffonda» meglio. Alcuni lavori hanno trovato associazioni fra linguaggio morale-emotivo e maggiore circolazione dei messaggi; una successiva analisi metodologica di Jason Burton, Nicole Cruz e Ulrike Hahn ha però mostrato che parte di queste evidenze osservazionali richiedeva maggiore prudenza e dipendeva dalle scelte analitiche utilizzate per descrivere il fenomeno. Il punto, per il nostro discorso, è semplice: milioni di osservazioni non trasformano automaticamente una relazione statistica in una spiegazione causale. Un dataset gigantesco può misurare con grande precisione una relazione che dipende da variabili non considerate o da caratteristiche specifiche della piattaforma; grande quantità di dati e grande capacità di spiegazione non sono sinonimi.

L’emozione possiede poi una conseguenza che riguarda chi osserva, non soltanto chi pubblica. Nel 2023 Brady e colleghi hanno studiato la percezione dell’indignazione nelle reti sociali online e hanno trovato che gli osservatori tendevano a sovrastimare la quantità di indignazione provata da chi scriveva; questa sovrastima era associata a una percezione maggiore dell’ostilità fra gruppi. Gli autori hanno osservato inoltre differenze legate all’uso dei social e alle caratteristiche degli ambienti esaminati. Anche in questo caso, da quel risultato non segue che Internet faccia apparire sempre le persone più ostili di quanto siano. Resta però una separazione importante fra tre livelli che possiamo facilmente confondere: ciò che qualcuno prova, ciò che decide di esprimere e ciò che gli altri credono che stia provando.

Un ambiente può così diventare emotivamente più intenso nella percezione di chi lo attraversa anche senza che ogni individuo sia diventato più estremo. Se le espressioni più forti risultano particolarmente visibili, se alcune ricevono molto feedback e se gli osservatori interpretano quelle espressioni come rappresentative degli stati interiori delle persone, può crescere l’impressione di vivere in una comunità più arrabbiata, ostile o divisa di quanto la distribuzione delle esperienze individuali permetterebbe di concludere.

Ritorna qui un problema già incontrato parlando di salienza: ciò che vediamo molto non è necessariamente ciò che esiste molto. In questo caso l’unità che rischiamo di stimare male è anche un’emozione: cento messaggi indignati possono provenire da cento persone profondamente indignate, da dieci persone che pubblicano molto, da individui che utilizzano un registro espressivo convenzionale oppure da una combinazione di tutte queste possibilità. Le interazioni registrano l’espressione pubblica e la risposta che riceve, non consentono da sole di ricostruire l’intensità emotiva interiore di chi partecipa; un milione di condivisioni, per esempio, non dimostra che un milione di persone provino la stessa emozione o attribuiscano al contenuto lo stesso significato.

L’intensità emotiva ha inoltre un rapporto particolare con il tempo della verifica. Alcune informazioni provocano immediatamente una reazione perché toccano valori, paure o appartenenze che possediamo già. In quel momento condividere, commentare o rispondere può richiedere pochi secondi; controllare la fonte, cercare il contesto o ricostruire un dato ne richiede molti di più. L’ambiente mette così a disposizione due velocità diverse: una per reagire e una per verificare.

Non è necessario sostenere che la prima prevalga sempre. Molte persone vedono qualcosa che le irrita e non fanno assolutamente nulla; altre controllano proprio perché il contenuto appare sospetto; altre ancora imparano con l’esperienza a diffidare delle proprie reazioni più immediate. La differenza fra i due tempi permette però di comprendere perché l’attrito cognitivo possa assumere anche una forma molto elementare: separare la reazione dalla circolazione. Provare un’emozione e trasformarla immediatamente in un atto di distribuzione non sono la stessa operazione.

Una piattaforma può contribuire a ridurre oppure aumentare la distanza fra le due. Un pulsante che permette di condividere istantaneamente diminuisce il numero di passaggi necessari; una richiesta di aprire un articolo prima di rilanciarlo, una segnalazione sul contesto o un passaggio aggiuntivo possono introdurre una piccola resistenza. Questo non rende automaticamente migliore la decisione e apre a sua volta problemi di scelta progettuale, paternalismo e controllo; mostra però che l’architettura dell’ambiente interviene anche sul tempo disponibile fra impulso e azione.

La questione assume una forma ancora più interessante quando pensiamo alla certezza. L’incertezza richiede spesso più parole: bisogna specificare che cosa sappiamo, quanto bene lo sappiamo, su quale campione, con quali limiti e quali spiegazioni alternative rimangono possibili. La certezza può essere molto più compatta. «È così» occupa meno spazio di «le evidenze disponibili rendono questa spiegazione più probabile, ma restano queste condizioni da verificare». Se l’ambiente favorisce velocità, brevità e risposta immediata, le due forme di linguaggio non partono necessariamente dalle stesse condizioni.

Questo non significa che dobbiamo imparare a parlare tutti come articoli scientifici. Una comunicazione continuamente coperta di cautele può diventare evasiva, incomprensibile o persino manipolatoria; si può utilizzare l’incertezza per non assumere mai una posizione, così come si può utilizzare la certezza per attribuirsi un’autorità che non si possiede. Il problema è la corrispondenza fra sicurezza espressa e qualità delle ragioni. Una conclusione molto solida può essere comunicata con chiarezza; una conclusione fragile dovrebbe conservare traccia della propria fragilità.

Un ambiente nel quale il linguaggio più categorico, indignato o emotivamente intenso riceve molta attenzione non produce necessariamente persone più categoriche, indignate o emotive. Può però modificare ciò che vediamo di loro. Le espressioni che ottengono maggiore circolazione occupano più spazio; ciò che occupa più spazio contribuisce alle norme percepite; le norme percepite possono influenzare le espressioni successive. Non abbiamo bisogno di trasformare questa sequenza in una legge universale per riconoscere che esiste una possibilità di retroazione.

La temperatura emotiva di un ambiente informativo non coincide quindi necessariamente con la temperatura emotiva delle persone che lo compongono. È anche il risultato di quali emozioni vengono espresse, quali diventano visibili, quali ricevono risposta e come quelle risposte vengono interpretate dagli osservatori; possiamo essere sinceramente indignati e avere ragione, oppure sinceramente indignati e sbagliare: l’indignazione, da sola, non distingue i due casi.

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