C’è un paradosso evidente nel testo che state per leggere: ho scritto un saggio nel quale sostengo la necessità di porre limiti, regole e responsabilità all’uso delle tecnologie digitali servendomi, durante tutto il lavoro, di una delle tecnologie che più di ogni altra stanno modificando il nostro rapporto con la conoscenza, la scrittura e perfino con il pensiero.
L’Intelligenza Artificiale è stata presente mentre questo percorso prendeva forma e non mi sembra qualcosa da nascondere. Soprattutto, non mi sembra una contraddizione.
Lo sarebbe probabilmente se questo saggio sostenesse che la tecnologia è pericolosa in sé. Sarebbe difficile denunciare l’invasione delle macchine affidando contemporaneamente a una macchina la costruzione delle proprie argomentazioni. Ma non è questo ciò che sostengo nelle pagine che seguono, perché il problema che provo ad affrontare riguarda il rapporto tra una capacità tecnica e la responsabilità necessaria per esercitarla, non l’esistenza dello strumento che rende quella capacità possibile.
Per questo ho utilizzato un’Intelligenza Artificiale deliberatamente, e l’ho utilizzata molto. Le ho chiesto di cercare precedenti, verificare affermazioni, mettere in discussione analogie che mi sembravano convincenti, trovare obiezioni che avrebbero potuto indebolire la mia proposta e, qualche volta, obbligarmi a correggerla. Quando un argomento rischiava di diventare troppo semplice, le ho chiesto di complicarlo; quando una posizione poteva essere confusa con una condanna generica della tecnologia, abbiamo cercato la distinzione che mancava; quando privacy, libertà o responsabilità entravano in conflitto, non le ho chiesto di trovare il modo di farmi avere ragione, ma di verificare dove la mia idea potesse non reggere.
In questo senso è stata un’alleata, ma non un oracolo, non un’autorità e nemmeno un sostituto della responsabilità autoriale. Un sistema artificiale può proporre una formulazione migliore della mia, ricordarmi un precedente che avevo dimenticato, trovare una fonte, suggerire un’obiezione o mostrare una contraddizione; non può però decidere al mio posto quale tesi io voglia sostenere, quali argomenti considero sufficienti, quale obiezione accetto, quale soluzione ritengo compatibile con ciò che penso e, soprattutto, se alla fine sono disposto a mettere il mio nome sotto quel testo, perché quella decisione rimane mia.
Durante la costruzione di questo saggio ho rifiutato formulazioni, corretto semplificazioni, insistito su concetti che ritenevo centrali e modificato altri quando le obiezioni mi sembravano fondate. La proposta della patente digitale non è comparsa alla fine di una richiesta rivolta a un sistema automatico del tipo «dimmi come risolvere il problema di Internet». Era già una mia intuizione, nata osservando la distanza sempre più grande tra la potenza degli strumenti digitali e l’assenza di una vera abilitazione al loro uso. L’Intelligenza Artificiale mi ha aiutato a sottoporla a un processo che, lavorando completamente da solo, sarebbe stato più lento e probabilmente meno severo.
In alcuni passaggi ha funzionato come un ricercatore, in altri come un revisore e in altri ancora come quell’interlocutore fastidioso che, mentre sei convinto di aver concluso un ragionamento, ti costringe a tornare indietro e a chiederti se l’analogia regga davvero, se una conclusione non sia troppo comoda o se un’obiezione non meriti più spazio di quello che inizialmente avresti voluto concederle.
È forse proprio questo il punto che mi interessa di più: la stessa tecnologia può essere utilizzata per evitare di pensare oppure per costringersi a pensare meglio.
Si può chiedere a un sistema artificiale di produrre rapidamente qualcosa che non abbiamo voglia di elaborare, copiarlo e considerare terminato il lavoro; oppure si può utilizzarlo per moltiplicare le domande, controllare una fonte, cercare il punto debole di un’idea, confrontare ipotesi e tornare molte volte sullo stesso paragrafo finché non dice realmente ciò che intendiamo dire. Lo strumento rimane lo stesso, mentre cambia profondamente il rapporto che costruiamo con esso, ed è difficile immaginare un’introduzione più coerente con la tesi di questo saggio.
Nelle pagine successive sostengo che saper utilizzare tecnicamente uno strumento non significhi necessariamente essere preparati a esercitarne tutte le possibilità, e l’Intelligenza Artificiale ne è un esempio straordinario. Basta saper formulare una richiesta per ottenere in pochi secondi pagine di testo, immagini, analisi, codice e risposte plausibili su quasi qualsiasi argomento, ma proprio la facilità con cui possiamo farlo rischia di nascondere la parte più importante: qualcuno deve continuare a giudicare ciò che viene prodotto, verificarlo, scegliere che cosa accettare e assumersene la responsabilità; in questo saggio quel qualcuno sono io.
Per questo non considero l’uso dell’Intelligenza Artificiale una diminuzione dell’autorialità. Semmai mi costringe a definirla con maggiore precisione. Essere autore non significa necessariamente aver prodotto materialmente, in assoluta solitudine, ogni singola sequenza di parole che compare in un testo; significa averne determinato il percorso, averne selezionato gli argomenti, aver deciso che cosa accettare e che cosa rifiutare e, alla fine, assumere la responsabilità di ciò che viene pubblicato.
È esattamente la responsabilità che chiedo nelle pagine seguenti a chi utilizza qualsiasi altro strumento tecnologico.
Non mi interessa quindi difendere l’Intelligenza Artificiale né accusarla. Mi interessa capire che cosa accade quando una capacità nuova entra nelle mani dell’uomo prima che l’uomo abbia costruito intorno a quella capacità un linguaggio della responsabilità. Questo saggio è stato scritto dentro quella domanda e, in un certo senso, anche il modo in cui è stato costruito ne fa parte.
È giusto chiarire, a questo punto, anche dove conduce per me il ragionamento. Non considero più una forma di abilitazione all’uso autonomo degli strumenti digitali soltanto una provocazione utile o un’ipotesi normativa interessante da discutere. Osservando la trasformazione del dispositivo, la portata delle conseguenze che può produrre e la distanza crescente tra capacità tecnica e responsabilità, sono arrivato a considerare necessaria una Patente di Cittadinanza Digitale. Le pagine che seguono non chiedono però al lettore di accettare questa conclusione sulla fiducia: cercano precisamente di sottoporla alle obiezioni, ai limiti e alle verifiche che una proposta tanto incisiva deve essere capace di sopportare.
Ho utilizzato una tecnologia per interrogarmi sui limiti della tecnologia, non per dimostrare che possiamo farne a meno, ma perché credo esattamente il contrario: se questi strumenti resteranno con noi, e tutto lascia pensare che sarà così, dovremo imparare a usarli senza consegnare loro ciò che non possono assumersi al nostro posto, cioè il giudizio con cui valutiamo ciò che producono, la scelta con cui decidiamo che cosa accettare e la responsabilità con cui mettiamo infine il nostro nome sotto ciò che abbiamo deciso di rendere pubblico; sono queste le parti del processo che restano umane.
Valerio Villari