Non tutte le informazioni che entrano nel nostro ambiente ricevono lo stesso spazio. Alcune compaiono una volta e scompaiono; altre vengono riprese per giorni, occupano titoli, notifiche, discussioni, commenti, programmi televisivi e conversazioni private. Due fatti possono essere entrambi veri e perfettamente documentati, ma uno dei due può diventare quasi impossibile da ignorare mentre l’altro rimane ai margini. La differenza, in questo caso, non riguarda la verità né necessariamente la gravità degli avvenimenti: riguarda la quantità di attenzione che ciascuno riesce a ottenere.
L’attenzione non è una risorsa illimitata. Possiamo aumentare il tempo che dedichiamo all’informazione, aprire più fonti, passare da un mezzo all’altro, ma dentro una giornata continuiamo a disporre di una capacità finita di osservare, leggere e ricordare. Ogni argomento che occupa una parte consistente di quello spazio ne lascia inevitabilmente meno ad altri. Questo non significa che esista un calcolo perfettamente proporzionale, nel quale un minuto dedicato a un tema venga sottratto matematicamente a un altro; significa più semplicemente che la quantità di realtà alla quale possiamo prestare attenzione rimane molto più piccola della quantità di realtà disponibile.
Immaginiamo che in una giornata accadano cento fatti potenzialmente rilevanti. Di uno riceviamo venti aggiornamenti, ascoltiamo tre discussioni, vediamo fotografie, leggiamo commenti e incontriamo persone che ne parlano; di un altro leggiamo soltanto una breve notizia. Non abbiamo ancora espresso alcun giudizio sul primo fatto, e potremmo perfino essere contrari al modo in cui viene raccontato, ma esso ha acquisito una presenza molto maggiore nella nostra giornata. Se qualcuno ci chiedesse quali siano stati gli avvenimenti importanti di quelle ore, sarebbe più facile richiamare alla memoria ciò che abbiamo incontrato ripetutamente e con maggiore evidenza.
La capacità di un argomento di occupare una posizione prominente nell’attenzione viene descritta, negli studi sulla comunicazione, attraverso il concetto di salienza. Un tema è saliente quando assume un peso particolare rispetto agli altri temi disponibili: appare più presente, più immediatamente accessibile, più difficile da ignorare. Salienza e importanza oggettiva non sono sinonimi. Un evento può essere importante senza ricevere molta attenzione, così come un argomento molto visibile può essere relativamente marginale rispetto ad altri problemi meno presenti nel discorso pubblico.
Questa distinzione ha una conseguenza semplice ma tutt’altro che banale: non apprendiamo soltanto informazioni dai mezzi che utilizziamo; apprendiamo anche, almeno in parte, quanto spazio quelle informazioni occupano rispetto alle altre. La posizione di una notizia, la frequenza con cui viene ripresa e la quantità di attenzione che le viene dedicata possono contribuire alla percezione della sua importanza senza che nessuno debba dirci esplicitamente «questo è il problema principale».
Negli studi sulla comunicazione questa relazione viene indicata con l’espressione agenda-setting. Maxwell McCombs e Donald Shaw l’hanno studiata in modo sistematico confrontando, durante la campagna presidenziale statunitense del 1968, l’importanza attribuita dai mezzi d’informazione a diversi temi con quella indicata dagli elettori intervistati. Il loro studio, pubblicato nel 1972, ha rilevato una forte corrispondenza fra la prominenza degli argomenti nella copertura mediatica e quella attribuita dagli intervistati ai problemi della campagna. Il risultato non dimostrava che i mezzi fossero capaci di determinare automaticamente le opinioni politiche delle persone; indicava qualcosa di più circoscritto: la quantità e la posizione della copertura potevano contribuire a stabilire quali questioni venissero percepite come particolarmente importanti.
L’idea può essere fraintesa facilmente se la trasformiamo in una teoria del pubblico passivo. L’attenzione collettiva non procede necessariamente in una sola direzione, con i mezzi che scelgono un argomento e la popolazione che semplicemente lo riceve. Le persone parlano di alcuni problemi più di altri, cercano informazioni, condividono notizie, reagiscono agli eventi; giornalisti, istituzioni, organizzazioni e piattaforme osservano a loro volta quelle reazioni. Uno studio che ha analizzato le discussioni su Twitter durante il 113º Congresso degli Stati Uniti, per esempio, ha esaminato la relazione temporale fra l’attenzione del pubblico e quella dei legislatori, controllando anche per l’agenda dei media; nel periodo studiato, i membri del Congresso risultavano più spesso seguire che precedere gli spostamenti dell’attenzione pubblica, con una responsività maggiore verso i propri sostenitori che verso il pubblico generale. Gli autori precisano che si tratta di un’analisi osservazionale e non di una dimostrazione causale, ma il risultato aiuta a evitare l’immagine troppo semplice di un’agenda imposta interamente dall’alto.
Nell’ambiente digitale questa reciprocità diventa ancora più evidente. Una notizia riceve attenzione, le persone reagiscono, le reazioni producono nuova visibilità, altri soggetti intervengono perché l’argomento è diventato visibile e la nuova attività genera ulteriore attenzione. Non è sempre possibile stabilire un punto iniziale unico; una discussione può nascere da un articolo, da un video pubblicato da un cittadino, da una dichiarazione istituzionale, da un evento osservato direttamente o dalla combinazione di più elementi. Ciò che conta è che, una volta entrato nel circuito dell’attenzione, un argomento può cominciare ad alimentare la propria presenza.
Questo rende necessario distinguere visibilità, interesse e consenso. Se vediamo migliaia di messaggi dedicati allo stesso argomento possiamo concludere che quell’argomento sta ricevendo molta attenzione; non possiamo concludere, soltanto da questo, che migliaia di persone condividano la stessa opinione. Una parte potrebbe approvare, una parte contestare, un’altra ironizzare, un’altra ancora limitarsi a commentare il fatto che tutti ne stiano parlando. Un tema può diventare molto visibile proprio perché divide profondamente. La quantità della conversazione misura la presenza della conversazione, non l’accordo al suo interno.
Anche il numero delle persone visibili richiede cautela. Cento utenti estremamente attivi possono produrre più contenuti di diecimila persone che intervengono una sola volta; dieci account molto seguiti possono occupare più spazio di migliaia di profili quasi invisibili. Un’opinione può quindi sembrare dominante nel nostro campo percettivo senza esserlo nella popolazione alla quale, implicitamente, stiamo estendendo quella percezione. La quantità visibile di contenuto può così essere scambiata per quantità di persone: vediamo una massa di messaggi e rischiamo di estenderla mentalmente alla popolazione che immaginiamo dietro quei messaggi.
Il confine diventa particolarmente sottile quando partecipiamo noi stessi alla diffusione. Condividere un contenuto per contestarlo continua a renderlo visibile; citarlo per denunciarlo gli offre un’altra occasione di entrare davanti a qualcuno; una discussione molto accesa può moltiplicare la presenza di un argomento anche fra persone che lo considerano irrilevante, falso o offensivo. Il significato della nostra reazione e l’effetto della nostra reazione sulla circolazione non coincidono necessariamente. Possiamo contribuire alla visibilità di qualcosa proprio mentre cerchiamo di ridurne la credibilità.
Da questa dinamica nasce una situazione apparentemente paradossale. Un argomento può diventare importante perché è diventato importante parlarne. Giornali e programmi lo riprendono perché interessa al pubblico; il pubblico continua a incontrarlo perché viene ripreso; nuovi commentatori intervengono perché la discussione è ormai visibile; la loro presenza conferma che la discussione è ampia. Nessuno dei singoli passaggi deve essere artificiale o coordinato. L’attenzione collettiva può produrre circuiti di rinforzo anche attraverso comportamenti perfettamente ordinari.
Questo non rende inutile il criterio della salienza. Al contrario, aiuta a comprenderlo meglio. Un problema realmente grave tende spesso a ricevere molta attenzione proprio perché è grave; un evento straordinario merita normalmente più spazio di un episodio ordinario. L’errore consiste nel rovesciare automaticamente la relazione e assumere che ciò che riceve più attenzione debba essere, per questo solo motivo, ciò che possiede maggiore importanza. La visibilità può dipendere dalla gravità, ma anche dalla novità, dalla semplicità narrativa, dalla presenza di immagini forti, dal coinvolgimento di persone conosciute, dalla controversia, dalla capacità di suscitare reazioni oppure dalla facilità con cui un evento può essere inserito dentro una discussione già esistente.
L’importanza percepita può inoltre cambiare anche quando i fatti rimangono gli stessi. Se per una settimana un certo fenomeno viene raccontato ogni giorno, la sua presenza mentale cresce; se la settimana successiva la copertura scompare quasi completamente, il fenomeno può sembrare ridimensionato anche se la sua frequenza reale non è cambiata. Questo scarto fra frequenza degli eventi e frequenza della rappresentazione è difficile da percepire senza dati esterni: il nostro ambiente ci informa molto bene su ciò che contiene, molto meno su ciò che ha smesso di contenere.
La stessa attenzione può distribuirsi in modo profondamente diverso fra ambienti informativi differenti. Due persone possono essere entrambe ben informate, consultare fonti affidabili e verificare scrupolosamente ciò che leggono, ma attribuire pesi molto diversi agli stessi problemi perché li incontrano con frequenze differenti. Una potrebbe ricevere ogni giorno informazioni sull’andamento dell’economia e poche sull’ambiente; l’altra il contrario. Nessuna delle due deve necessariamente possedere informazioni false. Dopo mesi, però, potrebbero avere idee molto diverse su quali siano i problemi che meritano maggiore urgenza, semplicemente perché la struttura delle rispettive esposizioni ha distribuito l’attenzione in modo diverso.
In questo senso la selezione dell’informazione non decide soltanto che cosa sappiamo. Contribuisce anche a stabilire che cosa ricordiamo facilmente, che cosa ci sembra diffuso e che cosa consideriamo degno di attenzione. La differenza è importante perché possiamo verificare la correttezza di ogni singolo elemento e continuare a non accorgerci della sproporzione dell’insieme.
Un ambiente informativo non è quindi formato soltanto da contenuti veri e falsi. Possiede anche una distribuzione: alcuni elementi sono centrali, altri periferici; alcuni ritornano continuamente, altri compaiono appena; alcuni ricevono uno spazio molto maggiore di quello occupato da fenomeni statisticamente più frequenti. Questa distribuzione non costituisce automaticamente una manipolazione, perché qualunque ambiente deve selezionare e ordinare; diventa però parte dell’informazione che riceviamo, anche quando non la percepiamo come tale. Incontrare spesso un fatto non gli attribuisce automaticamente maggiore importanza oggettiva, ma può contribuire a renderlo più importante per noi.