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“Le parole restano.”
Patente digitale · Ecologia dell’informazione · Capitolo 14 di 17Torna all’indice →

Non tutte le informazioni arrivano davanti a noi nello stesso momento del loro ciclo di vita. Alcune compaiono quando i fatti sono già stati ricostruiti, confrontati e verificati; altre ci raggiungono mentre l’evento è ancora in corso, quando le testimonianze sono incomplete, le fonti si contraddicono e perfino le persone direttamente coinvolte possono non sapere ancora che cosa sia accaduto. La differenza è fondamentale, perché la velocità con cui un’informazione entra nel nostro ambiente e la velocità con cui possiamo valutarla non coincidono necessariamente.

Una notizia può essere pubblicata in pochi secondi. Verificarla può richiedere molto di più: trovare la fonte originaria, controllare una fotografia, attendere una conferma indipendente, ricostruire una sequenza temporale, capire se una dichiarazione sia stata riportata integralmente o se un dato appartenga davvero al contesto nel quale viene utilizzato. In alcuni casi la verifica dura minuti, in altri giorni o settimane. Nel frattempo, però, l’informazione iniziale non rimane ferma. Può essere condivisa, commentata, riformulata, trasformata in titolo, inserita dentro interpretazioni già disponibili e utilizzata come prova di qualcosa che il quadro successivo potrebbe ridimensionare o smentire.

Questa asimmetria non riguarda soltanto le informazioni false. Anche una notizia vera può essere inizialmente incompleta. Durante un incidente, una crisi aziendale, una scoperta scientifica o un’indagine giudiziaria, i primi elementi disponibili possono descrivere correttamente una parte dell’evento e risultare insufficienti poche ore dopo. Correggere il racconto non significa necessariamente riconoscere che la prima versione fosse una menzogna; può significare semplicemente che l’oggetto osservato è diventato più conoscibile.

L’ambiente informativo digitale rende particolarmente visibile una tensione antica del giornalismo: essere i primi e avere ragione non sono lo stesso obiettivo. Possono coincidere, ma richiedono tempi differenti. La pubblicazione immediata offre un vantaggio di attenzione; l’attesa permette di raccogliere più elementi. Nessuna delle due esigenze può essere eliminata completamente. Una redazione che attendesse la certezza assoluta prima di pubblicare non riuscirebbe a raccontare quasi nessun avvenimento in corso; una redazione che privilegiasse sempre la velocità finirebbe invece per trasferire sul pubblico gran parte dell’incertezza che non ha avuto il tempo di risolvere.

La difficoltà aumenta quando la prima versione possiede caratteristiche che ne facilitano la circolazione. In uno studio pubblicato su Science nel 2018, Soroush Vosoughi, Deb Roy e Sinan Aral hanno analizzato circa 126.000 storie diffuse su Twitter fra il 2006 e il 2017, classificate attraverso sei organizzazioni di fact-checking. Nel dataset esaminato, le notizie false hanno raggiunto più persone e si sono diffuse più rapidamente delle notizie vere; gli autori hanno osservato inoltre che i contenuti falsi risultavano mediamente più nuovi e suscitavano reazioni differenti.

Il risultato ha avuto enorme risonanza e proprio per questo richiede cautela. Lo studio riguarda Twitter in un periodo preciso, utilizza una particolare procedura per identificare le notizie verificate e non dimostra che ogni falsità, in qualunque piattaforma, si diffonda più rapidamente di ogni informazione vera. Un’analisi successiva delle strutture delle cascata ha inoltre mostrato che alcune differenze topologiche osservate fra notizie vere e false si riducono notevolmente quando si controlla per la dimensione delle cascata stesse; la maggiore diffusione rimane un elemento importante, ma la struttura del fenomeno è meno semplice della formula «le bugie viaggiano sempre più veloci».

Rimane però un problema concreto: quando un’informazione inesatta raggiunge molte persone prima che esista una correzione, la correzione deve lavorare su un ambiente che non è più vuoto. Chi la riceve possiede già una rappresentazione dell’evento, può averla discussa con altre persone, collegata ad altre convinzioni e inserita dentro una spiegazione. L’informazione successiva non compete quindi soltanto con l’assenza di conoscenza; compete con qualcosa che ha già occupato quello spazio.

Le ricerche sul continued influence effect, l’influenza persistente della disinformazione dopo la correzione, mostrano che ritirare un’informazione errata può ridurne gli effetti senza eliminarli necessariamente del tutto. Una meta-analisi di Nathan Walter e Riva Tukachinsky, basata su 32 studi e 6.527 partecipanti, ha rilevato in media una persistenza piccola ma significativa dell’influenza della disinformazione anche dopo la correzione; le correzioni risultavano più efficaci in alcune condizioni, fra cui la presenza di una spiegazione coerente capace di sostituire quella precedente.

Questo permette di distinguere due operazioni che nel linguaggio quotidiano vengono facilmente sovrapposte. Dire «quella informazione era falsa» rimuove un elemento; spiegare «che cosa è accaduto invece» ricostruisce anche il vuoto lasciato dalla rimozione. Se la prima informazione aveva contribuito a collegare cause ed effetti in una storia comprensibile, cancellarla senza offrire un’alternativa può lasciare intatta parte della struttura attraverso la quale l’evento era stato interpretato. Le revisioni sulla correzione della disinformazione raccomandano infatti, quando possibile, correzioni dettagliate e spiegazioni alternative, non semplici negazioni.

Il tempo della correzione introduce però un problema meno intuitivo. Potremmo supporre che intervenire sempre prima sia necessariamente più efficace; gli esperimenti non producono una regola così semplice. Nadia Brashier e colleghi hanno confrontato informazioni sulla veridicità fornite prima, durante o dopo l’esposizione a titoli veri e falsi. Nei loro esperimenti, la correzione presentata dopo il titolo ha prodotto, a distanza di una settimana, una migliore discriminazione fra vero e falso rispetto alle stesse informazioni fornite prima o durante la lettura. Altre revisioni trovano differenze complessivamente limitate fra interventi preventivi e successivi e sottolineano che contano molto anche il contenuto e la memorabilità della correzione.

La velocità, quindi, non agisce da sola. Una correzione rapida può arrivare presto e venire dimenticata; una successiva può essere più memorabile; una terza può fallire perché non viene mai vista da chi ha incontrato la versione iniziale. Il problema non riguarda soltanto quando una correzione viene prodotta, ma se raggiunge lo stesso ambiente nel quale l’informazione precedente ha circolato e se viene riconosciuta come correzione proprio di quella informazione.

Questo ultimo punto è meno banale di quanto sembri. Possiamo aver letto lunedì che un evento è avvenuto per una certa ragione e incontrare giovedì un articolo che ricostruisce correttamente la vicenda senza ricordare più il collegamento fra i due testi. La nuova informazione entra nella memoria, ma non necessariamente modifica la precedente. Studi recenti sulla durata delle correzioni indicano che riconoscere con sicurezza che una determinata affermazione è stata corretta è associato a un aggiornamento più persistente delle convinzioni.

La prima versione possiede inoltre un vantaggio sociale. È quella sulla quale si formano le prime conversazioni. Le persone commentano, prendono posizione, ironizzano, litigano e talvolta espongono pubblicamente un giudizio prima che il quadro sia stabile. Quando arrivano nuovi elementi, aggiornare l’informazione può richiedere anche l’aggiornamento di ciò che abbiamo già detto davanti agli altri. La correzione non incontra più soltanto una memoria precedente; può incontrare una reputazione, un’appartenenza e il desiderio di non apparire incoerenti.

La persistenza delle tracce digitali rende questa situazione particolarmente interessante. Possiamo recuperare il post iniziale, confrontarlo con ciò che sappiamo oggi e osservare l’evoluzione della conoscenza; la stessa possibilità può però trasformare ogni aggiornamento in una prova apparente di incompetenza o contraddizione. Se pretendiamo che chi informa abbia sempre ragione fin dalla prima ora, creiamo un incentivo a nascondere l’incertezza. Una previsione prudente, esplicitamente provvisoria, può allora apparire meno autorevole di una ricostruzione categorica che verrà eventualmente corretta dopo.

Un ambiente informativo maturo dovrebbe invece riuscire a distinguere errore, incertezza e aggiornamento. Un errore è un’affermazione che le evidenze successive mostrano essere sbagliata; l’incertezza appartiene a una situazione nella quale le informazioni disponibili non permettono ancora una conclusione robusta; l’aggiornamento consiste nel modificare la rappresentazione quando cambiano le evidenze. Trattare tutte e tre le situazioni come equivalenti rende più difficile capire se una fonte stia lavorando male oppure stia facendo esattamente ciò che dovrebbe fare davanti a un quadro incompleto.

Questa distinzione vale anche per chi legge. Possiamo ricevere una prima versione senza doverla trasformare immediatamente in una convinzione definitiva. Frasi come «per ora sappiamo questo», «la fonte disponibile sostiene questo, ma manca una conferma indipendente», «questo dato è preliminare» non sono semplici cautele linguistiche: attribuiscono all’informazione un diverso grado di stabilità. Conservare quel grado nella memoria permette di aggiornare più facilmente il quadro quando compaiono nuovi elementi.

L’ambiente digitale, però, tende a mescolare continuamente contenuti con età epistemiche differenti. Nel medesimo feed possiamo incontrare una notizia di cinque minuti fa, un’analisi scritta dopo una settimana di verifiche e un commento che tratta entrambe come se possedessero lo stesso livello di maturazione. L’ordine cronologico non coincide con l’affidabilità e l’ultimo contenuto pubblicato non è necessariamente quello che conosce meglio il fenomeno.

Anche il desiderio di aggiornamento continuo può diventare paradossale. Durante un evento ancora poco chiaro, venti aggiornamenti in un’ora possono darci la sensazione di conoscere sempre di più, mentre gran parte di ciò che riceviamo consiste in variazioni minime della stessa informazione incompleta. La quantità di novità cresce più rapidamente della quantità di conoscenza. Un’informazione può essere nuova rispetto a cinque minuti prima senza essere più solida.

Possiamo chiamare questa differenza maturità dell’informazione: non come categoria scientifica consolidata, ma per distinguere il tempo trascorso dalla quantità e qualità dei controlli compiuti. Un’informazione appena emersa può essere vera e molto immatura; una ricostruzione successiva può essere più matura e rimanere comunque incerta. Il passare del tempo, da solo, non produce affidabilità; offre però la possibilità di aggiungere fonti, controlli e confronti che all’inizio non erano disponibili.

La velocità possiede quindi un costo che non può essere eliminato completamente. Informare presto significa spesso informare con meno elementi; aspettare significa rinunciare a una parte dell’immediatezza. Il problema nasce quando questa tensione viene nascosta e il prodotto provvisorio viene presentato con la stessa sicurezza del risultato verificato.

Anche qui l’attrito può essere molto piccolo. Prima di condividere una notizia appena comparsa possiamo domandarci semplicemente quanto è matura questa informazione? Non «è sicuramente falsa perché è nuova», né «è sicuramente vera perché la pubblicano tutti», ma: quali controlli hanno avuto materialmente il tempo di avvenire?

Un esperimento di Gordon Pennycook e colleghi mostra quanto possa essere sufficiente, in alcune condizioni, spostare per un momento l’attenzione verso l’accuratezza. Nei loro studi, compreso un esperimento sul campo con utenti Twitter, una sollecitazione molto semplice a considerare la precisione delle notizie ha migliorato la qualità delle fonti successivamente condivise; una meta-analisi di venti esperimenti dello stesso gruppo ha trovato un effetto replicabile, pur con variazioni fra contesti e popolazioni. Non significa che un piccolo promemoria risolva il problema della disinformazione; mostra però che una parte della condivisione può dipendere non da una deliberata preferenza per il falso, ma dal fatto che, nel momento della decisione, l’accuratezza non sia il criterio al centro dell’attenzione. La prima versione di un fatto non è necessariamente quella sbagliata; è semplicemente quella che ha avuto meno tempo per diventare conoscenza.

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