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“Le parole restano.”
Dietro la macchina · L’autorità che deve spiegarsi · Capitolo 05 di 08Torna all’indice →

Dire a qualcuno «verifica prima di pubblicare» sembra un’istruzione semplice. In realtà contiene una serie di condizioni che tendiamo a lasciare implicite. Per verificare occorre poter interrompere il flusso, cercare una seconda fonte, ricostruire il contesto, confrontare versioni, eventualmente chiedere aiuto a qualcuno che possiede una competenza diversa dalla nostra. Occorre, soprattutto, poter accettare che la risposta non arrivi immediatamente. Non tutti gli ambienti informativi rendono queste operazioni ugualmente facili.

Una redazione che misura il proprio successo sulla velocità con cui arriva sulla notizia, una piattaforma che rende immediata la condivisione, un gruppo nel quale il primo commento stabilisce rapidamente il tono della discussione o una scuola nella quale un docente deve gestire contemporaneamente programma, classe e strumenti digitali producono condizioni molto differenti. In ciascuno di questi ambienti possiamo chiedere alle persone prudenza, ma la prudenza avrà un costo diverso.

È una distinzione che abbiamo già incontrato in Ecologia dell’informazione parlando di attrito cognitivo. Fermarsi prima di condividere, cercare ciò che potrebbe contraddire una convinzione, risalire alla fonte primaria o chiedersi semplicemente «come lo so?» sono piccoli ostacoli introdotti dentro un processo che altrimenti potrebbe procedere automaticamente.

Finora abbiamo guardato soprattutto all’attrito dal punto di vista di chi riceve l’informazione. Ma lo stesso principio vale per chi la produce, la seleziona o la insegna. Una redazione può prevedere un controllo ulteriore prima della pubblicazione. Una scuola può fornire agli insegnanti tempo e formazione per valutare nuovi strumenti. Un’organizzazione può stabilire che una determinata categoria di affermazioni richieda una verifica specialistica. Una piattaforma può rendere meno immediata la diffusione di contenuti la cui provenienza non è chiara. Questi interventi non garantiscono automaticamente risultati corretti, ma modificano la probabilità che una seconda valutazione possa effettivamente avvenire.

Possiamo chiamarlo attrito organizzativo. Non è burocrazia aggiunta per rallentare ogni decisione. È la costruzione deliberata di punti nei quali un processo può essere controllato prima di diventare pubblico, irreversibile o difficile da correggere.

Il contrario è un ambiente nel quale verificare resta formalmente obbligatorio ma praticamente sconveniente. Se un giornalista viene premiato per arrivare per primo e penalizzato quando aspetta una conferma, se un moderatore deve decidere rapidamente su centinaia di contenuti, se un docente riceve nuovi strumenti senza tempo sufficiente per comprenderli, la responsabilità personale continua a esistere, ma non descrive più da sola ciò che sta accadendo.

L’ambiente partecipa alla decisione. Questo non significa assolvere chi sbaglia. Significa riconoscere che due persone con la stessa preparazione possono comportarsi diversamente se una lavora dentro procedure che favoriscono la verifica e l’altra dentro procedure che la rendono costosa.

La distinzione è importante anche perché modifica il modo in cui pensiamo la formazione. Un corso può insegnare perfettamente come riconoscere una fonte, verificare un’immagine o valutare un’affermazione. Se però, una volta terminato il corso, il contesto nel quale quella persona opera continua a premiare le scorciatoie, una parte della competenza acquisita rischia di rimanere disponibile soltanto in teoria. La formazione, quindi, non può essere separata completamente dall’organizzazione.

Possiamo insegnare a un individuo a rallentare, ma dobbiamo anche chiederci se il sistema nel quale lavorerà gli permetterà di farlo. È un problema che diventa particolarmente evidente nell’informazione digitale, perché la velocità non è soltanto una caratteristica accidentale dell’ambiente. È spesso una delle sue metriche fondamentali. Essere primi, essere presenti, reagire, aggiornare, commentare, condividere: molte delle azioni che rendono visibile un contenuto avvengono prima che la sua conoscenza possa essere considerata stabilizzata.

In La temperatura dell’informazione abbiamo già osservato che reagire e verificare procedono a velocità differenti. Un titolo può indignare in pochi secondi; ricostruire la fonte da cui proviene un dato può richiedere minuti, ore o perfino giorni. L’ambiente non rende quindi impossibile la verifica. La mette in concorrenza con attività molto più rapide.

E ogni volta che una decisione deve essere presa prima che la verifica sia terminata, qualcuno stabilisce implicitamente quale quantità di incertezza sia accettabile. Una cultura informativa affidabile non si riconosce dall’assenza di errori. Si riconosce anche dal modo in cui costruisce le condizioni per trovarli, dichiararli e correggerli.

Ed è qui che il rapporto tra competenza e autorità cambia nuovamente. Perché una fonte può diventare più affidabile non quando pretende di non sbagliare, ma quando mostra quali procedure utilizza per accorgersi di avere sbagliato.

A questo punto potremmo pensare di aver trovato il soggetto al quale affidare definitivamente il controllo: il fact-checker. Ma anche chi verifica professionalmente deve fare una scelta precedente alla verifica. Deve decidere che cosa verificare.

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