Avere accesso a informazioni diverse non significa necessariamente utilizzarle nello stesso modo. Possiamo leggere un articolo contrario alla nostra posizione soltanto per individuarne i punti deboli; possiamo aprire una fonte nuova e giudicarla in pochi secondi sulla base di ciò che ci aspettiamo di trovarvi; possiamo perfino cercare deliberatamente una tesi opposta alla nostra e terminare la lettura più convinti di prima. L’esposizione, da sola, non garantisce quindi che una convinzione venga realmente messa alla prova. Conta anche il tipo di operazione che compiamo sull’informazione incontrata.
Questo diventa evidente se immaginiamo due domande apparentemente simili. La prima è: «Quali prove sostengono ciò che penso?». La seconda è: «Quali fatti sarebbero difficili da spiegare se ciò che penso fosse vero?». Entrambe possono richiedere ricerca, confronto delle fonti e ragionamento; tuttavia non chiedono la stessa cosa. La prima permette di muoversi interamente all’interno dell’ipotesi iniziale, accumulando elementi compatibili. La seconda costringe a cercare qualcosa che potrebbe creare un problema a quell’ipotesi. Non stabilisce in anticipo che la convinzione sia sbagliata, ma le impedisce di essere l’unico criterio utilizzato per scegliere le prove.
Una strategia simile è stata studiata sperimentalmente con l’espressione consider the opposite, considerare l’opposto. Charles Lord, Mark Lepper ed Elizabeth Preston hanno chiesto ai partecipanti di prendere seriamente in considerazione spiegazioni incompatibili con la loro valutazione iniziale. Nei loro esperimenti questa operazione ha ridotto alcune forme di assimilazione distorta delle evidenze e di verifica parziale delle ipotesi. Il risultato non trasforma «considera l’opposto» in una formula capace di eliminare i bias; mostra invece che cambiare deliberatamente il modo in cui interroghiamo le informazioni può modificare il giudizio, anche quando le informazioni disponibili rimangono le stesse.
La parola opposto può inoltre trarre in inganno. Non si tratta di cercare meccanicamente una posizione contraria e attribuirle lo stesso valore della propria. Se una grande quantità di prove sostiene una spiegazione e pochissime ne sostengono un’altra, pensare meglio non significa dividere artificialmente lo spazio a metà. Significa verificare se abbiamo applicato alle due spiegazioni criteri comparabili, se abbiamo cercato seriamente ciò che potrebbe smentire quella favorita e se il grado della nostra sicurezza è proporzionato alla qualità delle evidenze disponibili. Un dubbio metodico non richiede che ogni conclusione rimanga sospesa per sempre; richiede che esista ancora qualcosa capace, almeno in linea di principio, di modificarla.
Il problema non si risolve convincendoci di essere persone aperte al confronto. Possiamo considerarci molto disponibili alle prove contrarie e continuare ad applicare criteri asimmetrici proprio quando una convinzione ci riguarda più da vicino; conoscere il nome di un bias, inoltre, non significa riconoscerlo automaticamente quando siamo noi a subirlo. Può essere più utile introdurre operazioni concrete che rendano leggermente più difficile arrivare troppo rapidamente alla conclusione desiderata. Se una notizia conferma esattamente ciò che pensiamo, possiamo cercarne la fonte originaria prima di condividerla; se un grafico sembra dimostrare in modo spettacolare una tendenza, possiamo allargare il periodo osservato; se uno studio sostiene la nostra tesi, possiamo domandarci come avremmo giudicato lo stesso campione e la stessa metodologia se il risultato fosse stato opposto; se dieci articoli sembrano confermarsi reciprocamente, possiamo controllare se derivano in realtà dalla stessa fonte.
Nessuna di queste operazioni introduce automaticamente più verità; introduce qualcosa di più modesto: resistenza, interrompendo per un momento il percorso più semplice fra ciò che incontriamo e ciò che eravamo già pronti a concludere. Possiamo chiamare questa resistenza attrito cognitivo, utilizzando l’espressione come categoria editoriale. Non si tratta di un termine con una definizione unica e consolidata che possa raccogliere indistintamente tutti i fenomeni appena descritti; ci serve per indicare quelle condizioni nelle quali il pensiero è costretto a compiere un passaggio aggiuntivo prima di accettare, respingere o condividere un’informazione. L’attrito può provenire da una domanda, da una fonte discordante, dalla necessità di giustificare un’affermazione oppure semplicemente dal tempo che separa una reazione immediata da una decisione successiva.
L’aggettivo cognitivo non deve far pensare a qualcosa che avvenga esclusivamente dentro la mente. Anche l’ambiente può introdurre resistenza: una piattaforma che invita ad aprire un articolo prima di condividerlo, una procedura che richiede una seconda conferma o la scelta personale di non rilanciare immediatamente un contenuto molto emotivo aggiungono un passaggio fra impulso e azione. Nessuno di questi ostacoli garantisce una decisione migliore; rende soltanto possibile una seconda valutazione prima che la prima reazione diventi comportamento.
L’attrito può essere utile proprio perché non richiede di considerarci immuni dall’errore. Parte dall’ipotesi opposta: alcune conclusioni sono particolarmente facili da raggiungere, soprattutto quando coincidono con ciò che preferiamo, e può essere ragionevole costruire un piccolo ostacolo prima di accettarle. Il controllo non deve essere identico per ogni informazione. Non avrebbe senso dedicare mezz’ora a verificare la previsione meteorologica prima di decidere se portare un ombrello; diventa invece ragionevole aumentare il controllo quando una decisione produce conseguenze importanti, quando un’affermazione è straordinaria o quando il contenuto provoca in noi una reazione tanto immediata da rendere particolarmente piacevole credergli.
Da questo punto di vista anche il tempo è una forma di attrito. Molti errori non dipendono dall’assenza assoluta di capacità di ragionare, ma dal fatto che la prima risposta disponibile viene accettata senza bisogno di cercarne un’altra. Inserire una pausa non garantisce una decisione migliore e, in alcune situazioni, può soltanto rallentarla; permette però che esista uno spazio nel quale una seconda valutazione diventi possibile. Una persona che legge un titolo indignante e aspetta prima di condividerlo non ha ancora verificato nulla, ma ha almeno separato due azioni che altrimenti sarebbero coincise: reagire e diffondere.
L’attrito non deve neppure diventare una liturgia della diffidenza. Se ogni informazione richiedesse una verifica infinita, nessun ambiente informativo sarebbe praticabile. Gran parte della nostra conoscenza dipende necessariamente dalla fiducia: utilizziamo competenze che non possediamo, ci affidiamo a istituzioni, professionisti, ricercatori, giornalisti, sistemi tecnici e persone che hanno osservato direttamente ciò che noi non possiamo osservare. Una società nella quale ciascuno pretendesse di verificare personalmente ogni risultato scientifico o ogni fatto documentato non sarebbe più razionale; sarebbe semplicemente paralizzata.
La questione riguarda allora dove collocare la resistenza. Possiamo accettare molte informazioni attraverso relazioni di fiducia e, nello stesso tempo, mantenere la possibilità di aumentare il controllo quando qualcosa lo richiede. Possiamo attribuire maggiore affidabilità a una fonte che ha dimostrato metodi trasparenti senza considerarla infallibile; possiamo utilizzare il consenso degli esperti come informazione rilevante senza trasformarlo in un divieto di verifica; possiamo riconoscere che una spiegazione è molto meglio sostenuta delle alternative senza pretendere che diventi immune da nuove evidenze.
Anche cercare continuamente «l’altra versione» può diventare una distorsione. Davanti a un fatto ben documentato, la necessità di trovare a tutti i costi una posizione contraria può produrre una falsa equivalenza fra evidenze che non possiedono lo stesso peso. L’attrito non consiste quindi nell’opporre una negazione a ogni affermazione. Consiste nel conservare un punto nel quale una convinzione possa incontrare qualcosa che non dipende interamente da lei: un dato che non torna, una fonte indipendente, una previsione fallita, un metodo applicato nello stesso modo anche quando il risultato non ci piace.
La differenza è sottile ma decisiva. Il dissenso, da solo, non migliora il pensiero; può essere infondato quanto il consenso. Ciò che conta è la possibilità che il nostro modo di interpretare il mondo non possieda già una risposta pronta per qualunque cosa accada. Se ogni conferma è una prova a favore e ogni smentita diventa automaticamente prova di un complotto, di incompetenza altrui o dell’inaffidabilità delle fonti, non rimane più nessuna informazione capace di modificare il sistema. Il problema non è avere una convinzione forte: è averne una che ha perso ogni condizione di revisione.
L’attrito cognitivo può quindi essere molto piccolo. A volte consiste soltanto nel chiedere «come lo so?». In altri casi richiede di cercare la fonte primaria, confrontare il denominatore, leggere una metodologia, uscire dal proprio insieme abituale di fonti oppure formulare seriamente l’ipotesi che la propria spiegazione sia incompleta. Non ci obbliga a cambiare idea; ci obbliga soltanto a lasciare aperta la possibilità che esista qualcosa in grado di farcela cambiare, una possibilità che un ambiente informativo troppo perfettamente adattato a noi può rendere sempre meno frequente.