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“Le parole restano.”
Dietro la macchina · L’autorità che deve spiegarsi · Capitolo 06 di 08Torna all’indice →

Il fact-checking viene spesso immaginato come l’ultimo gradino della verifica: qualcuno pronuncia un’affermazione, il fact-checker raccoglie le prove e stabilisce se quella dichiarazione regge oppure no. È un’immagine intuitiva, ma incompleta. Prima ancora di iniziare la verifica, esiste una decisione precedente: quale affermazione merita di essere controllata?

Nessuna organizzazione può verificare tutto ciò che viene pubblicato. Le dichiarazioni sono troppe, il tempo è limitato, alcune questioni richiedono competenze specialistiche e altre non dispongono ancora di dati sufficienti per una verifica seria. La selezione, quindi, non è una deviazione dal fact-checking. È una parte strutturale del suo funzionamento.

Uno studio di Regina Cazzamatta, basato su quaranta interviste a professionisti del fact-checking e sull’analisi di 3.154 articoli pubblicati in otto paesi da oltre venti organizzazioni, individua tre condizioni ricorrenti che precedono la verifica: checkability, cioè se l’affermazione sia controllabile; verifiability, cioè se esistano dati e risorse sufficienti; e virality, cioè se il contenuto sia abbastanza diffuso da giustificare l’intervento senza amplificarlo inutilmente. Questi criteri sembrano ovvi, ma hanno conseguenze importanti.

Una dichiarazione molto vaga può essere difficile da verificare non perché sia corretta, ma perché non contiene abbastanza elementi per essere sottoposta a controllo. Un’affermazione molto circoscritta può essere perfettamente verificabile ma troppo marginale per diventare prioritaria. Un contenuto ampiamente diffuso può ricevere attenzione anche quando non è il più grave, semplicemente perché il danno potenziale cresce insieme alla sua circolazione. La verifica, quindi, avviene già dentro un processo di selezione.

Questo non significa che il fact-checking sia arbitrario. Significa che opera, come qualunque altra attività informativa, sotto vincoli. La differenza sta nel rendere quei vincoli il più possibile espliciti e nel costruire procedure che riducano la discrezionalità non controllata.

È un passaggio importante anche per evitare un equivoco molto diffuso: il fatto che una dichiarazione non sia stata sottoposta a fact-checking non significa che sia vera, così come il fatto che un’organizzazione abbia scelto di verificarne un’altra non stabilisce automaticamente una gerarchia assoluta fra i problemi.

L’assenza di verifica non è una certificazione. Allo stesso modo, un fact-check non dovrebbe essere trattato come un verdetto privo di metodo. Il suo valore dipende dalla qualità delle evidenze utilizzate, dalla trasparenza con cui vengono mostrate e dalla possibilità per il lettore di ricostruire almeno in parte il percorso che conduce alla conclusione.

Un’altra ricerca della stessa autrice, condotta su 1.976 verifiche prodotte da dodici organizzazioni in quattro paesi europei, mostra come la costruzione dell’autorevolezza del fact-checking passi attraverso documentazione, strumenti di analisi digitale e dichiarazioni utilizzate come evidenze. In altre parole, la forza del fact-check non consiste soltanto nel dire «questo è falso» o «questo è vero», ma nel mostrare perché. Questo cambia anche il modo in cui dovremmo intendere l’autorità del verificatore.

Non è un’autorità fondata sull’infallibilità. È un’autorità metodologica. Possiamo fidarci maggiormente di una verifica quando sappiamo quali fonti sono state utilizzate, quali passaggi sono stati compiuti, quali limiti restano e quali elementi potrebbero modificare la conclusione. La trasparenza non elimina l’errore, ma rende l’errore più esposto alla possibilità di essere scoperto.

Ed è precisamente ciò che distingue una buona mediazione informativa da una semplice richiesta di fiducia. In La fiducia che non possiamo eliminare abbiamo insistito su un punto: non possiamo verificare tutto personalmente. Gran parte della nostra conoscenza dipende necessariamente da altri. Il problema non consiste quindi nell’eliminare la fiducia, ma nel capire come distribuirla.

Il fact-checking offre un esempio particolarmente chiaro. Non dobbiamo fidarci perché qualcuno possiede l’etichetta di fact-checker. Possiamo attribuire maggiore fiducia quando il metodo è riconoscibile, le fonti sono accessibili, le correzioni sono possibili e il percorso della verifica non viene nascosto dietro il risultato finale. Questo criterio è utile ben oltre il fact-checking.

Vale per un giornalista che cita le proprie fonti, per un docente che distingue ciò che è consolidato da ciò che è ancora discusso, per un ricercatore che espone i limiti dello studio, per un divulgatore che separa i dati dalla propria interpretazione e perfino per una comunità online che rende visibili i criteri con cui modera i contenuti.

In tutti questi casi, l’autorevolezza non deriva soltanto dalla posizione occupata. Deriva anche dalla possibilità di osservare il metodo con cui quella posizione viene esercitata.

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