Un ambiente informativo non viene costruito soltanto da chi pubblica, ordina o raccomanda contenuti. Anche prima che una piattaforma decida che cosa mostrarci, compiamo continuamente delle scelte: apriamo un articolo e ne ignoriamo un altro, seguiamo alcune persone, smettiamo di seguirne altre, torniamo su determinate fonti perché in passato le abbiamo considerate affidabili. Una parte di queste decisioni è pratica: il tempo è limitato e non possiamo esaminare tutto. Un’altra parte dipende dall’interesse, dalla competenza, dalla curiosità o dalla necessità. Ma le nostre convinzioni possono intervenire nello stesso processo, rendendo alcune informazioni più attraenti di altre proprio perché risultano compatibili con ciò che pensiamo già.
Supponiamo di leggere due titoli dedicati allo stesso argomento. Il primo sembra confermare una convinzione alla quale teniamo, il secondo sembra metterla in dubbio. Possiamo scegliere il primo perché ci interessa di più, perché conosciamo la fonte, perché il titolo è scritto meglio oppure perché abbiamo poco tempo; possiamo però sceglierlo anche perché promette di rafforzare qualcosa che riteniamo già vero. Dall’esterno le diverse motivazioni producono lo stesso gesto, un clic, ma non descrivono lo stesso processo.
La tendenza a preferire informazioni compatibili con atteggiamenti o convinzioni già presenti viene studiata con il nome di esposizione selettiva. Una meta-analisi pubblicata nel 2009 da William Hart e colleghi, che ha riunito risultati provenienti da numerosi studi, ha rilevato in media una preferenza moderata per informazioni congeniali rispetto a quelle discordanti. L’effetto, però, non è costante: varia in relazione alla forza delle convinzioni, alla loro importanza personale, alla qualità delle informazioni disponibili e alla motivazione a ottenere una risposta accurata. In alcune condizioni, quando l’informazione contraria è utile per raggiungere uno scopo concreto, la preferenza può perfino invertirsi.
Quest’ultima osservazione impedisce di trasformare l’esposizione selettiva nella caricatura di una persona che fugge automaticamente da qualsiasi opinione differente. Possiamo cercare conferme senza evitare sistematicamente tutto ciò che ci contraddice. R. Kelly Garrett, studiando il comportamento di lettori di siti di informazione politica online, ha trovato proprio questa asimmetria: i contenuti che promettevano di rafforzare l’opinione del lettore risultavano più attraenti, mentre l’avversione verso quelli discordanti era molto più debole; una volta aperto un articolo che conteneva opinioni contrarie, i partecipanti non tendevano sistematicamente ad abbandonarlo e, in alcune condizioni, vi dedicavano persino più tempo.
È una differenza importante. Cercare più spesso ciò che ci conferma non equivale necessariamente a costruire un muro contro tutto il resto. Possiamo leggere una fonte contraria per comprenderla, contestarla, controllarla o trovare il punto debole della sua argomentazione. La semplice esposizione, quindi, non ci dice ancora come verrà trattata l’informazione incontrata. Due persone possono leggere esattamente lo stesso testo e attribuirgli un peso diverso.
La selezione può infatti continuare dopo il clic. Possiamo considerare molto convincente una prova favorevole alla nostra posizione e diventare improvvisamente metodologi severissimi davanti a una prova che la contraddice; possiamo individuare immediatamente le debolezze della fonte avversa e sorvolare su problemi analoghi nella fonte che ci dà ragione. Non occorre falsificare consapevolmente nulla. È sufficiente applicare criteri diversi senza renderci conto che li stiamo cambiando.
Il termine confirmation bias, bias di conferma, comprende proprio questa famiglia di fenomeni. Raymond Nickerson lo descrive in una vasta revisione come la tendenza a cercare o interpretare le evidenze in modi parziali rispetto a convinzioni, aspettative o ipotesi già possedute. La definizione è più ampia della semplice esposizione selettiva: non riguarda soltanto quali informazioni decidiamo di incontrare, ma anche come le interpretiamo una volta che le abbiamo davanti.
Immaginiamo di essere convinti che un certo metodo di studio sia particolarmente efficace. Un amico lo utilizza e supera brillantemente un esame: l’episodio sembra confermare la nostra opinione. Un altro lo utilizza e ottiene un risultato mediocre: possiamo attribuire l’insuccesso alla preparazione insufficiente, alla difficoltà dell’esame, alla stanchezza o a qualsiasi altra circostanza plausibile. Nessuna di queste spiegazioni deve essere falsa; il problema compare se chiediamo spiegazioni alternative quasi esclusivamente quando il risultato mette in difficoltà la nostra convinzione, mentre accettiamo immediatamente come prova ciò che la sostiene.
Lo stesso comportamento può funzionare nella direzione opposta. Una persona convinta che quel metodo non serva osserverà con maggiore attenzione ogni fallimento e troverà facilmente ragioni per considerare eccezionali i successi. Entrambe possono raccogliere episodi realmente accaduti; entrambe possono costruire una storia coerente; entrambe possono terminare la ricerca più convinte di prima. La differenza non si trova necessariamente nei fatti disponibili, ma nel peso che ciascun fatto riceve.
Gli studi sull’assimilazione distorta delle evidenze hanno mostrato che questo può accadere anche quando persone con opinioni differenti ricevono materiale informativo simile. In un esperimento classico, partecipanti con posizioni opposte su una questione controversa hanno valutato più favorevolmente gli studi che sostenevano la loro posizione e hanno individuato più facilmente debolezze metodologiche in quelli che la contraddicevano. L’esposizione allo stesso insieme di prove non ha quindi garantito una convergenza nelle valutazioni.
Questo non significa che ogni critica rivolta a una prova contraria sia un bias. Uno studio può davvero essere debole, una fonte può essere inaffidabile, un dato può essere raccolto male. Sarebbe altrettanto scorretto considerare sospetta qualsiasi obiezione soltanto perché proviene da chi possiede già una convinzione. La domanda più utile riguarda la simmetria del criterio: avremmo giudicato allo stesso modo quella metodologia, quella fonte o quella dimensione del campione se il risultato avesse confermato ciò che pensiamo?
Il problema diventa ancora più difficile quando non stiamo semplicemente cercando la verità di una questione, ma abbiamo qualcosa da perdere se la risposta cambia. Una convinzione può essere legata alla nostra identità, a una decisione presa in passato, al gruppo al quale apparteniamo, a un investimento di tempo o denaro, alla reputazione costruita davanti agli altri. In questi casi il ragionamento non lavora necessariamente con un unico obiettivo.
Ziva Kunda ha descritto questa distinzione parlando di motivated reasoning, ragionamento motivato. Possiamo ragionare con una motivazione orientata all’accuratezza, cercando di arrivare alla conclusione che le prove sostengono meglio; possiamo però anche desiderare, più o meno consapevolmente, una conclusione particolare e utilizzare strategie cognitive che rendano quella conclusione più facile da giustificare. La seconda possibilità non implica che possiamo convincerci liberamente di qualsiasi cosa: secondo la formulazione di Kunda, una conclusione desiderata deve comunque poter essere sostenuta attraverso giustificazioni che appaiano plausibili a chi ragiona.
Questa limitazione è fondamentale. Il ragionamento motivato non consiste semplicemente nel «credere ciò che ci fa comodo». Se davanti a me c’è un bicchiere vuoto, difficilmente riesco a convincermi che sia pieno soltanto perché preferirei non alzarmi per riempirlo. Quando invece le evidenze sono numerose, incomplete, ambigue o interpretabili in modi diversi, aumenta lo spazio entro il quale possiamo selezionare spiegazioni compatibili con ciò che vorremmo concludere. Più complesso è il fenomeno, maggiore può diventare la quantità di argomenti plausibili disponibili per difendere posizioni differenti.
Internet offre a questa capacità un ambiente straordinariamente ricco. Se un argomento è abbastanza discusso, quasi sempre esistono articoli, video, testimonianze, grafici e commenti capaci di sostenere prospettive diverse. La disponibilità di moltissime informazioni non produce necessariamente una maggiore difficoltà nel trovare conferme; può produrre l’effetto opposto. Una persona determinata a dimostrare una tesi può continuare a cercare finché non trova qualcosa che la sostiene, anche dopo avere incontrato molte evidenze contrarie.
Il motore di ricerca, in questo caso, non deve falsificare nulla. Basta formulare la domanda in modo diverso. Cercare «benefici di X», «pericoli di X» oppure «X funziona davvero?» apre percorsi informativi differenti già a partire dalle parole utilizzate. La query contiene una prima inquadratura: stabilisce quali documenti saranno considerati più pertinenti rispetto alla domanda che abbiamo deciso di porre. Non significa che un motore restituisca necessariamente soltanto ciò che vogliamo trovare; significa che anche la ricerca comincia da una scelta nostra.
Le parole utilizzate nella ricerca possono diventare ancora più orientate quando una convinzione è già forte. «Prove che X causa Y» non è la stessa domanda di «X causa Y?», così come «perché X è pericoloso» contiene già una premessa che «quali effetti ha X?» non contiene. Se la risposta desiderata entra nella domanda, la raccolta dell’informazione rischia di diventare una ricerca di esempi anziché una verifica dell’ipotesi.
Anche qui, tuttavia, l’orientamento non è sempre irrazionale. Se dobbiamo scrivere un articolo sui rischi di un prodotto è perfettamente ragionevole cercare studi sui suoi possibili effetti negativi; se stiamo preparando una difesa giudiziaria è normale concentrarsi sugli elementi favorevoli al proprio assistito; se vogliamo comprendere un’ipotesi scientifica dobbiamo studiare anche le prove che la sostengono. La distorsione compare quando la ricerca orientata verso una parte viene successivamente trattata come se fosse stata una ricognizione completa dell’intero campo.
Possiamo raccogliere dieci studi favorevoli senza inventarne nemmeno uno e produrre comunque una rappresentazione scorretta se esistono cinquanta studi contrari che non abbiamo cercato. Anche una bibliografia possiede un fuori campo.
Questa osservazione riguarda direttamente il modo in cui costruiamo conoscenza. Una fonte può essere autentica, uno studio può essere realmente pubblicato, un ricercatore può avere effettivamente pronunciato una frase; nulla di questo ci dice ancora se abbiamo selezionato un campione rappresentativo della letteratura disponibile. Cercare soltanto conferme autorevoli rende la nostra posizione meglio documentata, non necessariamente più fondata.
La differenza fra i due obiettivi è sottile perché entrambi producono citazioni, dati e argomentazioni. Un testo costruito per dimostrare una conclusione stabilita in anticipo può apparire persino più documentato di un testo che mantiene aperta la possibilità di correggersi: il primo deve accumulare prove favorevoli, il secondo deve anche dedicare spazio a limiti, risultati contrari, eccezioni e incertezze. La quantità delle fonti non costituisce quindi, da sola, una misura della qualità del ragionamento.
Lo stesso vale nelle conversazioni quotidiane. Possiamo mostrare cinque casi che confermano ciò che pensiamo e ricevere in risposta cinque casi contrari. A quel punto la discussione rischia di trasformarsi in una gara di esempi. Entrambe le parti continuano ad aggiungere fatti veri senza affrontare la questione decisiva: quanto sono frequenti quei casi nell’insieme? Sono rappresentativi? Provengono da campioni confrontabili? Esiste qualche evidenza che potrebbe costringerci a modificare la nostra posizione?
Quest’ultima domanda è particolarmente scomoda perché cambia la struttura del ragionamento. Chiedere «quali prove ho a favore?» permette di continuare quasi indefinitamente ad accumulare conferme. Chiedere «che cosa dovrebbe accadere perché io concluda di essermi sbagliato?» obbliga invece a stabilire se la nostra convinzione possieda ancora una condizione di revisione.
Una convinzione che non può essere modificata da nessuna evidenza contraria smette di funzionare come ipotesi verificabile. Ogni risultato favorevole la conferma; ogni risultato contrario viene reinterpretato; l’assenza di prove dimostra che qualcosa è nascosto; la presenza di prove contrarie dimostra che chi le produce appartiene al problema. Il sistema diventa capace di assorbire qualsiasi informazione senza cambiare.
Non occorre arrivare a forme così estreme perché il problema sia riconoscibile. Basta osservare quanto facilmente cambiamo standard davanti a risultati differenti. Una fonte sconosciuta che ci dà ragione può sembrarci «interessante»; la stessa fonte che ci contraddice diventa improvvisamente «chi è questa gente?». Un campione di cinquanta persone favorevole alla nostra tesi può diventare «un primo segnale importante»; cinquanta persone nella direzione opposta diventano «un campione troppo piccolo per concludere qualcosa». Ogni singola valutazione può persino avere una propria giustificazione. È la loro asimmetria a raccontare il problema.
La selezione dell’informazione, quindi, non avviene soltanto fuori da noi. Una parte dell’inquadratura viene costruita dal modo in cui cerchiamo, scegliamo, pesiamo e ricordiamo ciò che incontriamo. Questo non rende inutile discutere gli algoritmi, le piattaforme o i media; impedisce però di attribuire loro tutta la responsabilità di una realtà informativa che contribuiamo anche noi a restringere. Anche quando molte informazioni rimangono potenzialmente accessibili, possiamo continuare a scegliere soprattutto quelle che si accordano con la rappresentazione che abbiamo già costruito.