Un ambiente informativo può essere ricco di contenuti e, nello stesso tempo, povero di differenze. Mille articoli, video e commenti non costituiscono necessariamente mille occasioni di confronto se ripetono la stessa interpretazione, utilizzano le stesse fonti e selezionano gli stessi esempi. La quantità aumenta, mentre le strade attraverso le quali possiamo comprendere un fenomeno possono rimanere quasi immutate.
La differenza non coincide con il disaccordo. Due fonti possono arrivare alla stessa conclusione attraverso dati indipendenti e controlli differenti; in quel caso la convergenza contiene informazione proprio perché percorsi diversi hanno prodotto un risultato compatibile. Al contrario, dieci fonti apparentemente autonome possono dipendere tutte dallo stesso comunicato, dalla stessa agenzia o dallo stesso documento iniziale. Un’informazione ripresa da cento siti non diventa cento volte più documentata se l’origine rimane una sola.
Anche il dissenso acquista valore soltanto in relazione alla sua qualità. Cercare per principio una voce contraria non migliora automaticamente l’informazione e può produrre una falsa simmetria fra posizioni sostenute da quantità di prove molto diverse. Ciò che serve è la possibilità che esista almeno qualche percorso indipendente capace di mettere alla prova ciò che riteniamo già ben fondato. La diversità utile non consiste quindi nel dividere artificialmente lo spazio a metà, ma nel conservare abbastanza indipendenza perché un errore possa essere scoperto.
Lo stesso criterio vale dentro il ragionamento individuale. Una convinzione non viene realmente messa alla prova se qualunque risultato riesce a confermarla: ciò che va nella direzione attesa diventa una prova, ciò che la contraddice un’eccezione; una fonte favorevole appare interessante, una contraria improvvisamente sospetta. In un sistema del genere i fatti possono cambiare senza che cambi mai l’interpretazione, perché non esiste più nessuna informazione capace di costringerla a riorganizzarsi.
L’attrito cognitivo richiede perciò una differenza capace di produrre resistenza: una fonte davvero indipendente, un denominatore trascurato, un dato che non rientra nella spiegazione, una domanda formulata in modo diverso. Questo non significa che dobbiamo cercare continuamente opinioni opposte alle nostre; significa che il nostro ambiente non dovrebbe essere costruito in modo tale da escludere in partenza ciò che potrebbe modificarle.
I sistemi di raccomandazione rendono molto visibile questa tensione. Utilizzare ciò che hanno già appreso sulle nostre preferenze può produrre suggerimenti pertinenti e ridurre enormemente il rumore; se però ogni proposta deriva soltanto da ciò che abbiamo già scelto, ciò che conosciamo rischia di diventare anche il confine di ciò che possiamo incontrare. Per questo una certa quota di esplorazione, tanto nei sistemi quanto nelle nostre abitudini, ha una funzione precisa: lasciare aperto uno spazio per ciò che non avremmo cercato spontaneamente.
La sorpresa, naturalmente, non è una misura della verità. Un contenuto inatteso può essere falso e uno familiare perfettamente fondato. Il punto non è massimizzare la novità, ma conservare la possibilità che un’informazione inattesa, quando è ben sostenuta, riesca ancora a entrare nel nostro ambiente e a cambiare qualcosa. Un sistema molto coerente può essere corretto; può anche essere diventato incapace di riconoscere i propri errori. La differenza fra le due situazioni sta nella possibilità di revisione.
Una buona ecologia dell’informazione non ha quindi bisogno di massimizzare il conflitto. Ha bisogno di conservare abbastanza differenza significativa perché una fonte possa correggerne un’altra, perché una previsione possa fallire e perché una convinzione possa scoprire di non possedere già la risposta a ogni domanda. L’uniformità può rendere un ambiente molto confortevole; la differenza non lo rende automaticamente vero, ma gli permette di restare correggibile.