Nessuno verifica personalmente tutto ciò che considera vero. Utilizziamo farmaci dei quali non abbiamo controllato la produzione, attraversiamo ponti senza rifare i calcoli dell’ingegnere, accettiamo dati ottenuti con strumenti che non sapremmo utilizzare e apprendiamo continuamente fatti che non abbiamo osservato direttamente. Gran parte della conoscenza quotidiana dipende inevitabilmente dal lavoro e dalle competenze di altre persone. Eliminare questa dipendenza non ci renderebbe più autonomi: renderebbe semplicemente impossibile conoscere quasi tutto ciò che supera la nostra esperienza diretta.
Il problema non è quindi se fidarsi, ma come distribuire la fiducia. Una fonte può essere molto competente e avere contemporaneamente un interesse nel modo in cui presenta un problema; un’altra può essere perfettamente sincera e non possedere le competenze necessarie per valutarlo. Competenza, sincerità e assenza di interessi non sono sinonimi. Anche una fonte autorevole può commettere errori, mentre una persona priva di qualifiche specifiche può occasionalmente fornire un’informazione corretta; ciò non rende però equivalenti le ragioni che abbiamo per attribuire loro fiducia.
La competenza è inoltre specifica. Un titolo prestigioso non rende automaticamente esperti in qualunque argomento vicino al proprio campo. Un medico può essere molto competente nella propria specializzazione e non possedere la stessa competenza nella progettazione di studi di popolazione; uno scienziato può parlare fuori dal proprio settore con una sicurezza che il curriculum non giustifica. La domanda «è un esperto?» diventa molto più utile quando viene completata da «esperto di che cosa, rispetto a questa specifica affermazione?».
Anche il disaccordo fra esperti può essere rappresentato male. Due persone qualificate con opinioni opposte non dimostrano che una disciplina sia divisa a metà. Potremmo avere un vero dibattito aperto oppure una conclusione condivisa dalla grande maggioranza della comunità e contestata da una piccola minoranza. «Alcuni esperti sostengono» è ancora una volta un numeratore senza popolazione di riferimento. Il dissenso può essere importante, soprattutto quando porta dati o critiche metodologiche solide; la sua semplice esistenza non ci dice quanto sia ampia la controversia.
Le istituzioni aggiungono un altro elemento perché possono contenere procedure di controllo che un individuo non possiede: verifica editoriale, revisione, dichiarazione dei conflitti d’interesse, correzioni pubbliche, responsabilità distribuite. Nessuna procedura garantisce l’assenza di errori; il loro valore nasce proprio dal riconoscimento che l’errore è possibile. Per questo la capacità di correggersi può essere più informativa della pretesa di non sbagliare mai. Una fonte che rende visibili le proprie rettifiche mostra almeno che esiste un percorso attraverso il quale l’errore può essere riconosciuto e modificato.
Sul web la valutazione incontra un problema particolare: il sito che stiamo giudicando controlla quasi tutto ciò che vediamo al suo interno. Può scegliere il proprio nome, la grafica, la biografia degli autori, le testimonianze favorevoli e le qualifiche da mettere in evidenza. Restare soltanto dentro quelle pagine significa quindi chiedere alla fonte di fornirci anche le informazioni necessarie per giudicare la fonte stessa.
Sam Wineburg e Sarah McGrew hanno osservato una strategia diversa nel comportamento dei fact-checker professionisti: invece di restare a lungo sul sito da valutare, aprivano altre schede e cercavano che cosa fonti indipendenti dicessero dell’organizzazione, degli autori e delle affermazioni incontrate. Questa pratica viene chiamata lateral reading, lettura laterale. Non garantisce una risposta corretta, perché anche le fonti esterne possono dipendere l’una dall’altra o condividere errori; introduce però un controllo semplice e prezioso: impedisce all’oggetto valutato di controllare interamente anche i criteri con cui viene valutato.
Lo stesso principio vale per gli interessi. Se un’azienda presenta uno studio favorevole al proprio prodotto, il conflitto d’interesse non rende automaticamente falso il risultato; rende pertinente sapere chi ha progettato lo studio, se altri soggetti indipendenti hanno ottenuto risultati compatibili e quanto il lavoro sia controllabile. Un conflitto d’interesse è un’informazione sulla fonte, non un verdetto sul contenuto. Anche l’assenza apparente di interessi economici non garantisce neutralità: persone e organizzazioni possono avere appartenenze, convinzioni e obiettivi non finanziari.
La reputazione va trattata nello stesso modo. Una fonte affidabile per anni merita una fiducia iniziale maggiore, ma non l’immunità dalla verifica; una fonte che ha sbagliato merita maggiore cautela, non necessariamente una condanna eterna. La reputazione modifica il punto da cui partiamo, non stabilisce da sola la verità dell’affermazione che abbiamo davanti.
La diffidenza generalizzata non offre una soluzione migliore della credulità. Se giornali, istituzioni, esperti e procedure vengono collocati tutti sullo stesso piano come ugualmente sospetti, la fiducia non scompare: tende soltanto a spostarsi verso altre persone o comunità percepite come più autentiche. Anche chi dice «non mi fido di nessuno» continua inevitabilmente a utilizzare informazioni ricevute da qualcuno.
La domanda utile diventa quindi più concreta: che cosa rende questa fonte affidabile per questa affermazione? Quale competenza possiede, da quali dati dipende, quali interessi dichiara, altri soggetti possono controllarne il lavoro, come reagisce agli errori? Nessuna risposta produce certezza assoluta; insieme permettono però di distribuire la fiducia invece di concederla interamente o ritirarla del tutto. La fiducia informata è graduata, condizionata e correggibile: nessuno può verificare tutto, ma possiamo evitare che la fiducia diventi invisibile.