Una parte importante dell’informazione che incontriamo non consiste soltanto in fatti. Contiene anche interpretazioni, spiegazioni, previsioni, attribuzioni di intenzioni e giudizi. Non c’è nulla di anomalo: conoscere un fatto significa spesso cercare di comprenderne il significato, collegarlo ad altri eventi e domandarsi che cosa possa produrre. Il problema nasce quando i diversi livelli vengono presentati con la stessa solidità e smettiamo di riconoscere dove termina ciò che possiamo controllare direttamente e dove comincia ciò che qualcuno ha dedotto.
Immaginiamo un’amministrazione comunale che decida di chiudere al traffico una strada per tre mesi. Possiamo verificare che esista un provvedimento, quando entrerà in vigore, quale tratto riguardi e quali motivazioni ufficiali contenga. Se qualcuno scrive che la decisione «dimostra la volontà di mettere in difficoltà i commercianti», ha aggiunto qualcosa. Potrebbe perfino avere ragione, ma quella frase non è contenuta automaticamente nell’esistenza del provvedimento. Attribuisce un’intenzione e richiede evidenze ulteriori.
La differenza diventa meno evidente quando fatto e interpretazione occupano la stessa frase. «L’azienda ha licenziato cento persone per aumentare i profitti» contiene almeno due informazioni differenti: cento persone sono state licenziate e l’obiettivo dell’azienda era aumentare i profitti. La prima potrebbe essere documentata da una comunicazione ufficiale; la seconda richiede di sapere perché la decisione sia stata presa. Un bilancio, una dichiarazione della direzione, documenti interni o altre evidenze potrebbero sostenerla; il licenziamento, da solo, non la dimostra.
Lo stesso accade con le immagini. Una fotografia può mostrare una persona davanti a un edificio e documentare che quella persona si trovava lì in un certo momento, se data e provenienza sono verificabili. Non documenta automaticamente perché fosse lì, che cosa stesse pensando o quale relazione avesse con ciò che stava accadendo. La didascalia può trasformare facilmente una presenza in una spiegazione.
Anche una citazione possiede questo limite. Dimostrare che una persona abbia pronunciato una frase permette di attribuirle correttamente quella frase; non dimostra che ciò che ha detto sia vero. «Lo ha detto il ministro», «lo ha dichiarato il medico», «lo sostiene il ricercatore» possono essere informazioni perfettamente corrette sulla provenienza di un’affermazione. La verifica del contenuto richiede un passaggio ulteriore.
Questa distinzione è particolarmente importante online perché una grande quantità di informazione arriva già compressa. Un titolo deve sintetizzare un articolo; un post riassume una notizia; una didascalia accompagna un’immagine; un video di pochi secondi viene utilizzato per rappresentare un discorso molto più lungo. Ogni compressione tende inevitabilmente a ridurre dettagli, condizioni e incertezze. La sintesi può essere accurata, ma proprio perché contiene meno elementi aumenta il peso delle scelte compiute da chi l’ha costruita.
Un titolo come «Lo studio dimostra che X danneggia Y» può derivare da un lavoro nel quale gli autori scrivono più prudentemente che X è associato a Y nelle condizioni osservate. Il titolo non ha necessariamente inventato lo studio, ma può avere trasformato il grado della conclusione. La differenza fra «abbiamo osservato», «i dati suggeriscono», «è compatibile con», «probabilmente» e «dimostra» non è ornamentale: indica quanta strada è stata percorsa fra l’evidenza disponibile e l’affermazione che stiamo leggendo.
Possiamo descrivere questo passaggio distinguendo, senza bisogno di trasformarlo in una classificazione rigida, ciò che è osservato da ciò che viene inferito. Un documento esiste; dal documento deduciamo qualcosa. Una persona compie un’azione; attribuiamo a quell’azione una motivazione. Due fenomeni cambiano insieme; proponiamo una relazione causale. Un comportamento si ripete; formuliamo una previsione su ciò che accadrà dopo. Le inferenze sono indispensabili per comprendere il mondo, ma non ereditano automaticamente la certezza dei fatti dai quali partono.
Un’affermazione può inoltre contenere più inferenze sovrapposte. «Ha cancellato il post perché sapeva di avere mentito» parte da un elemento potenzialmente osservabile, la cancellazione, e aggiunge almeno due passaggi: la ragione della cancellazione e ciò che la persona sapeva nel momento in cui ha agito. Potrebbero esistere prove capaci di sostenere entrambi; in loro assenza, la frase presenta come descrizione di un comportamento anche una ricostruzione dello stato mentale di chi lo ha compiuto.
Questo non significa che dobbiamo eliminare qualsiasi interpretazione e limitarci a una cronaca composta da fatti isolati. Un mondo nel quale nessuno tentasse di spiegare cause, intenzioni e conseguenze sarebbe quasi incomprensibile. Significa piuttosto attribuire a ciascun passaggio il grado di sicurezza che possiede. Possiamo dire che un’interpretazione è ben sostenuta, plausibile, possibile o ancora molto incerta senza rinunciare a formularla.
Un esercizio semplice consiste nel provare a riscrivere mentalmente un contenuto eliminando per un momento aggettivi, giudizi sulle intenzioni e collegamenti causali. Che cosa rimane? Quali elementi potremmo verificare direttamente attraverso un documento, una registrazione, un dato o una testimonianza? Quali parti richiedono invece di accettare il ragionamento di chi sta raccontando il fatto?
Il risultato non deve essere una diffidenza automatica verso tutto ciò che è interpretazione. Anche una buona analisi è fatta di inferenze. La differenza sta nella possibilità di vedere come sono state costruite: quali elementi le sostengono, quali alternative sono state considerate, quali passaggi rimangono incerti. Una conclusione dichiarata come interpretazione può essere molto più affidabile di un fatto isolato privo di contesto; ciò che conta è non confondere la natura delle due cose.
Questa distinzione vale anche per noi. Raccontando un episodio possiamo passare senza accorgercene da «ho visto questa persona fare X» a «questa persona ha fatto X perché pensa Y». Il primo elemento appartiene alla nostra osservazione; il secondo può essere una ricostruzione perfettamente ragionevole, ma continua a essere una ricostruzione. Riconoscerlo non indebolisce necessariamente ciò che diciamo: rende più chiaro quale parte della nostra conoscenza dipenda dall’evidenza e quale dal modo in cui l’abbiamo interpretata.
Davanti a un contenuto informativo la domanda «è vero?» rimane quindi indispensabile, ma qualche volta è troppo larga. Possiamo dividerla: che cosa, esattamente, viene presentato come fatto? Quale parte posso controllare? Quale conclusione viene costruita a partire da quel fatto? Quanto è necessario aggiungere perché dall’uno si arrivi all’altra?
Il confine non sarà sempre netto. Proprio per questo imparare a cercarlo è una competenza: ci impedisce di attribuire automaticamente a un’interpretazione la stessa solidità dell’elemento dal quale è partita.