La notizia che non doveva uscire
Una donna riceve una diagnosi medica che modifica improvvisamente le sue prospettive. Non desidera parlarne pubblicamente, almeno per il momento. Ha bisogno di comprendere ciò che le sta accadendo, affrontare i primi accertamenti e decidere come comunicare la situazione alle persone che le sono vicine. Sceglie tuttavia di raccontarlo a un piccolo gruppo di amici attraverso Facebook. Non utilizza una pubblicazione aperta a tutti. Ha creato una lista riservata, ha selezionato attentamente i destinatari e conosce il funzionamento delle impostazioni di visibilità. Non ha commesso l’errore più frequentemente attribuito agli utilizzatori inesperti: rendere pubblica un’informazione credendo che sia privata. È convinta di aver preso tutte le precauzioni necessarie. Qualche giorno dopo riceve un messaggio da una persona alla quale non aveva comunicato nulla. Le domanda come stiano procedendo le cure.
La donna non comprende. Controlla la lista dei destinatari e verifica di non aver commesso errori. L’informazione, almeno secondo le impostazioni utilizzate, non avrebbe dovuto raggiungere quella persona. Potrebbe essere accaduto qualcosa di molto semplice. Uno dei destinatari potrebbe aver raccontato la notizia a un conoscente. Ma potrebbe anche non aver fatto assolutamente nulla. Il suo account potrebbe essere accessibile a un familiare. Potrebbe aver lasciato aperta una sessione su un dispositivo condiviso. Potrebbe utilizzare un telefono compromesso o un computer sul quale altre persone riescono a consultare le comunicazioni ricevute. Non sappiamo quale di queste circostanze si sia verificata. Il racconto è ipotetico e non intende attribuire a una specifica condotta la responsabilità dell’accaduto. Serve però a mostrare un limite che la donna non aveva considerato.
Aveva controllato i destinatari della propria comunicazione, ma non poteva controllare le condizioni nelle quali ciascuno di loro avrebbe ricevuto l’informazione. Aveva selezionato dieci persone. Non aveva selezionato dieci ambienti informatici dei quali conoscesse la sicurezza. La distinzione è decisiva.
La fiducia che non garantisce la sicurezza
Le conseguenze non coincidono con il guasto di una funzione di riservatezza. Persino una pubblicazione correttamente limitata può diventare conoscibile attraverso condizioni che il mittente ignora e che il destinatario non ha scelto intenzionalmente. La questione, a questo punto, non è misurare di nuovo l’efficacia del selettore di pubblico, ma capire che cosa accade alla relazione di fiducia quando la disponibilità dell’informazione dipende anche da altri ambienti. Un amico può non avere alcuna intenzione di divulgare una confidenza e tuttavia riceverla su un dispositivo al quale altri possono accedere. Non è una prova della sua malafede, né necessariamente della sua negligenza: è una condizione distinta dalla relazione personale.
Possiamo conoscere una persona da molti anni, considerarla rispettosa delle confidenze e non avere alcun dubbio sulla sua volontà di proteggere ciò che le raccontiamo. Ma non sappiamo necessariamente se utilizzi credenziali sicure, se abbia attivato sistemi di autenticazione aggiuntivi, se permetta ad altri di accedere al proprio dispositivo o se il suo account sia stato compromesso. La fiducia personale riguarda ciò che conosciamo del comportamento di una persona. La sicurezza informatica riguarda anche condizioni tecniche che possono sfuggire alla sua stessa conoscenza. Le due dimensioni possono incontrarsi, ma non coincidono. Un amico affidabile può utilizzare strumenti vulnerabili. Una persona tecnicamente competente può compiere una scelta deliberatamente scorretta. Un account adeguatamente protetto può comunque essere coinvolto in un incidente imprevisto.
Di conseguenza, conoscere e stimare un destinatario non significa poter garantire che l’informazione rimarrà accessibile soltanto a lui. Questo non rende impossibile ogni comunicazione riservata. Significa che la comunicazione comporta sempre un grado di esposizione da valutare in relazione al contesto e agli strumenti utilizzati. Ed è proprio questa valutazione che può mancare nella condivisione sociale.
Il profilo privato non è una garanzia universale
La distinzione fra profilo pubblico e comunicazione riservata è indispensabile per attribuire correttamente le responsabilità. Un destinatario che mantiene pubblico il proprio profilo non rende automaticamente visibile a tutti un post che gli è stato mostrato con un pubblico limitato: la visibilità del profilo e quella del singolo contenuto sono questioni differenti. Non si può dunque indicare quella scelta come causa di una diffusione che non è stata dimostrata. D’altra parte, nemmeno un profilo privato garantisce che l’account sia al riparo da accessi non autorizzati o che il dispositivo sia utilizzato esclusivamente dal titolare. Se un’informazione raggiunge persone inattese, bisogna ricostruire il percorso effettivo dell’accesso, invece di imputarlo indistintamente alle impostazioni del destinatario.
Esiste dunque una differenza tra scegliere correttamente il pubblico autorizzato e poter garantire che nessun altro venga a conoscenza del contenuto. La prima operazione può essere effettuata attraverso le impostazioni disponibili. La seconda non può essere assicurata in senso assoluto. Questa considerazione non deve condurci a una sfiducia indiscriminata negli strumenti digitali. Sistemi progettati specificamente per la comunicazione riservata, adeguate misure di sicurezza e una corretta gestione degli accessi possono ridurre significativamente i rischi. Ma un social network non dovrebbe essere considerato equivalente a un ambiente nel quale l’informazione resta necessariamente sotto il controllo esclusivo di chi l’ha comunicata. E soprattutto, la correttezza di una procedura non dimostra automaticamente l’opportunità della decisione che quella procedura permette di eseguire.
Il danno non comincia necessariamente con un reato
Nel discutere delle conseguenze della condivisione tendiamo spesso a immaginare un evento eccezionale: un furto d’identità, una truffa, un ricatto, una violazione informatica. Sono possibilità reali, ma non rappresentano l’unico terreno sul quale valutare gli effetti delle nostre comunicazioni. Una notizia sanitaria può raggiungere una persona alla quale non desideravamo comunicarla, senza che venga utilizzata per commettere un illecito. Una fotografia familiare può essere osservata da qualcuno che non avremmo scelto come destinatario, senza che questi compia alcuna azione ulteriore. Un dettaglio relativo alla nostra situazione economica può diventare noto all’interno di un ambiente professionale senza trasformarsi in una frode. La conseguenza può consistere semplicemente nella perdita di una riservatezza che desideravamo conservare.
Non ogni esposizione comporta un danno giuridicamente risarcibile. Non ogni comunicazione indesiderata costituisce una violazione della legge. Il disagio personale, il rischio potenziale e il danno accertato appartengono a categorie differenti. Ma sarebbe un errore considerare irrilevante tutto ciò che non produce immediatamente una conseguenza giudiziaria. La riservatezza possiede un valore che non dipende esclusivamente dall’esistenza di un aggressore.
Una persona può voler decidere autonomamente chi debba conoscere la propria malattia, la propria situazione familiare o una difficoltà economica. Se quella possibilità viene meno, può essersi verificata una conseguenza significativa anche in assenza di un comportamento criminale. La questione culturale riguarda quindi anche il valore che attribuiamo alla capacità di conservare il controllo sulle comunicazioni personali. Se consideriamo importante quel controllo, dobbiamo riconoscere che condividerle può limitarlo.
Le informazioni che consentono di avvicinarsi
Un altro aspetto riguarda il valore delle informazioni apparentemente ordinarie. Pubblicare il nome di una scuola, mostrare abitualmente un luogo frequentato, raccontare alcune attività quotidiane o descrivere relazioni familiari può apparire innocuo, soprattutto quando ciascun contenuto viene considerato separatamente. Non possiamo sostenere che simili pubblicazioni producano necessariamente un rischio concreto. Molte informazioni sono già conoscibili attraverso altri mezzi e, in numerose circostanze, la loro diffusione non determina alcuna conseguenza negativa. Ma i dettagli possono essere utilizzati anche per rendere credibile un contatto ingannevole.
Una persona che conosca il nome di un familiare, un luogo abitualmente frequentato o una difficoltà personale può impiegare quelle informazioni per presentarsi come qualcuno di affidabile, simulare familiarità o adattare una richiesta fraudolenta. La ricerca e le segnalazioni delle autorità di tutela dei consumatori documentano l’esistenza di truffe avviate attraverso i social network, comprese quelle che sfruttano profili falsi, account compromessi e informazioni disponibili sulle persone. Ciò non significa che ogni vittima di una truffa abbia pubblicato troppo, né che la divulgazione personale costituisca necessariamente la causa dell’illecito. La responsabilità della frode appartiene a chi la commette. Significa però che le informazioni rese disponibili possono, in determinate circostanze, facilitare attività opportunistiche. La prudenza consiste nel riconoscere questa possibilità senza trasformarla in una previsione inevitabile.
La differenza tra esposizione e sfruttamento
Dobbiamo fermarci su una distinzione particolarmente importante, perché da essa dipende la correttezza morale e giuridica dell’intero studio. Una persona pubblica un’informazione personale. Un’altra ne viene a conoscenza. Un terzo decide di utilizzarla per compiere una condotta illecita. Sono tre passaggi differenti. La decisione iniziale può essere stata prudente o imprudente, consapevole o inconsapevole. L’accesso all’informazione può essere avvenuto legittimamente oppure attraverso una violazione. L’impiego successivo può essere consentito oppure contrario alla legge. Non possiamo trasformare automaticamente la prima decisione nella causa moralmente determinante di tutte le azioni che seguono. Se qualcuno utilizza una fotografia per minacciare, ricattare o umiliare la persona raffigurata, la responsabilità della condotta abusiva non scompare perché l’immagine era stata originariamente condivisa. Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che l’eventuale comportamento illecito di terzi renda irrilevante ogni valutazione preventiva.
Le due responsabilità non si annullano reciprocamente. Possiamo riconoscere che una scelta abbia aumentato l’esposizione a un rischio senza attribuire a chi l’ha compiuta la colpa dell’abuso subito. Questo principio deve rimanere fermo soprattutto quando affrontiamo le vicende che coinvolgono minori, persone vulnerabili e vittime di condotte criminali. La prevenzione richiede di comprendere i rischi. La giustizia richiede di attribuire correttamente le responsabilità. Confondere questi due obiettivi indebolirebbe entrambi.
L’immagine di chi non ha deciso
Consideriamo ora il caso di un bambino la cui fotografia viene pubblicata da un adulto. La decisione appartiene al genitore o a un’altra persona che dispone materialmente dell’immagine. Il bambino, soprattutto se molto piccolo, può non comprendere né la pubblicazione né la possibilità che la fotografia venga conservata o conosciuta da persone estranee alla famiglia. Anche quando il genitore limita la visibilità a un numero ristretto di contatti, introduce l’immagine in un ambiente digitale che non controlla integralmente. Non possiamo dedurne che ogni pubblicazione sia illecita, né che tutte le fotografie di minori comportino lo stesso rischio. Occorre considerare il contenuto, il contesto, le persone coinvolte, le finalità e le regole applicabili. Ma c’è una differenza rispetto alla pubblicazione di informazioni che riguardano esclusivamente l’adulto.
Il genitore non sta decidendo soltanto quanto esporre se stesso. Sta prendendo una decisione che incide anche sulla presenza digitale di un’altra persona. La domanda, allora, non riguarda soltanto la possibilità tecnica di limitare la visibilità. Riguarda il motivo per cui quell’immagine debba essere condivisa e l’interesse della persona raffigurata. Un adulto può ritenere irrilevante il fatto che altri osservino la sua fotografia. Non può presumere automaticamente che la stessa valutazione rappresenti anche gli interessi del figlio. La responsabilità verso i minori richiede di distinguere la soddisfazione personale di chi pubblica dalla tutela di chi viene esposto. La circostanza che il bambino non manifesti opposizione non equivale necessariamente a una scelta libera e informata.
Nota normativa: il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, nel Commento generale n. 25 (2021), paragrafo 67, richiama i rischi per la riservatezza dei bambini derivanti anche dalla pubblicazione di fotografie da parte dei familiari. Non ne discende un divieto generale di ogni fotografia familiare.
La notizia che sopravvive alla decisione
C’è poi una caratteristica che distingue molte comunicazioni digitali dalle conversazioni ordinarie: la possibilità di conservare e riprodurre il contenuto in forme sostanzialmente identiche all’originale. Una fotografia può essere salvata. Un messaggio può essere copiato. Un documento può essere trasferito su un altro dispositivo. Un’informazione può continuare a circolare anche dopo che l’autore ha eliminato la pubblicazione iniziale. Ciò non significa che ogni contenuto venga necessariamente conservato o che tutte le comunicazioni digitali siano destinate a permanere indefinitamente. Esistono differenze rilevanti tra servizi, formati, misure di protezione e comportamenti degli utenti. Ma la possibilità di produrre copie introduce un limite alla reversibilità della decisione. Cancellare una pubblicazione non equivale sempre a recuperare il controllo su tutte le copie eventualmente realizzate.
Questo aspetto assume particolare importanza per le informazioni che cambiano significato nel tempo. Una notizia condivisa durante un periodo difficile può essere considerata appropriata in quel momento e diventare successivamente qualcosa che la persona preferirebbe non rendere più disponibile. Una fotografia pubblicata durante l’infanzia può essere giudicata diversamente da chi vi compare una volta diventato adulto. La valutazione iniziale, anche quando consapevole, non permette sempre di anticipare tutte le preferenze future. Per questa ragione, la prudenza può consistere anche nel riconoscere che alcune decisioni sono difficilmente reversibili.
Il diritto di comunicare e la scelta di non farlo
La conclusione potrebbe sembrare semplice: se la condivisione comporta rischi, dovremmo evitare di pubblicare informazioni personali. Ma una simile formulazione, assunta come regola assoluta, non distinguerebbe situazioni profondamente differenti. Esistono persone che rendono pubblica la propria malattia per promuovere la ricerca, partecipare a comunità di sostegno o contrastare pregiudizi. Altre raccontano esperienze familiari perché desiderano contribuire a una discussione pubblica. Altre ancora scelgono deliberatamente di documentare aspetti della propria esistenza, accettando che vengano conosciuti anche da sconosciuti. Non possiamo giudicare tali comportamenti come necessariamente privi di intelligenza. La questione cambia quando la persona desidera che l’informazione rimanga strettamente riservata. Se questo è l’obiettivo, introdurla in un circuito di condivisione sociale significa accettare possibilità di accesso e circolazione che non possono essere completamente eliminate attraverso una lista di destinatari.
La domanda da formulare prima della pubblicazione diventa allora particolarmente concreta: quale necessità giustifica la condivisione e quale perdita di controllo siamo disposti ad accettare? Per le informazioni sanitarie, familiari e finanziarie particolarmente delicate, la risposta può essere che la pubblicazione non è necessaria. Scegliere di non pubblicare non costituisce una rinuncia alla libertà di espressione. Può essere una delle modalità attraverso le quali quella libertà viene esercitata.
Una persona è libera anche di conservare per sé ciò che non desidera affidare agli altri. E questa libertà dovrebbe essere riconosciuta come parte della competenza digitale, non come incapacità di partecipare alla vita sociale.
La responsabilità di chi costruisce l’ambiente
Finora abbiamo attribuito particolare attenzione alle decisioni dell’utilizzatore. È una scelta metodologica precisa, perché il nostro studio intende interrogare soprattutto il comportamento umano. Ma non sarebbe corretto concludere che le piattaforme siano prive di responsabilità. Chi progetta un servizio decide quali impostazioni rendere disponibili, come presentarle, quali livelli di protezione applicare inizialmente e con quale chiarezza spiegare le conseguenze delle operazioni. Le piattaforme hanno inoltre obblighi relativi alla protezione dei dati personali e alla sicurezza dei sistemi, secondo le norme applicabili. Queste responsabilità sono differenti da quelle dell’utente. Una configurazione incomprensibile può favorire errori. Una protezione insufficiente può aumentare il rischio di accessi non autorizzati. Una spiegazione poco chiara può compromettere la capacità di compiere una scelta informata.
Ma neppure un’interfaccia ben progettata può decidere quale valore attribuiamo personalmente alla riservatezza di una diagnosi, di una fotografia familiare o di una difficoltà economica. L’ambiente tecnico può facilitare oppure ostacolare una decisione consapevole. Non può sostituirla completamente. Il nostro obiettivo deve essere distinguere le responsabilità senza utilizzarne una per cancellare le altre.
La prudenza prima del danno
Quando discutiamo di sicurezza digitale, tendiamo spesso a ragionare a partire dagli incidenti. Una persona subisce una truffa e cominciamo a domandarci quali informazioni avesse pubblicato. Un account viene compromesso e analizziamo le protezioni disponibili. Una fotografia viene utilizzata illecitamente e ricostruiamo il percorso attraverso il quale era diventata accessibile. Sono analisi necessarie, ma intervengono dopo che qualcosa è accaduto. La competenza digitale dovrebbe manifestarsi anche prima. Non significa prevedere ogni possibile incidente. Nessun individuo possiede una capacità simile, e pretendere l’eliminazione assoluta del rischio renderebbe impossibile gran parte della vita sociale. Significa riconoscere le caratteristiche di un’informazione e comprendere se la condivisione prevista sia coerente con il grado di riservatezza che desideriamo conservarle.
Se considero un dato particolarmente delicato, devo domandarmi perché affidarlo a un ambiente del quale non controllo tutti i punti di accesso. Se la comunicazione è necessaria, devo valutare quale canale sia appropriato. Se coinvolge altre persone, devo considerare anche i loro interessi e i loro diritti. E se non esiste alcuna ragione sufficiente per renderlo disponibile, posso semplicemente decidere di non farlo. Questa possibilità sembra quasi banale, ma costituisce una delle più importanti espressioni del giudizio personale. Non tutto ciò che siamo capaci di fare merita di essere fatto.
Oltre lo schermo
Le conseguenze delle nostre azioni digitali non appartengono a un mondo separato. Una notizia sanitaria riguarda una persona reale. Una fotografia raffigura qualcuno che possiede una vita propria. Una difficoltà economica non perde significato perché viene raccontata attraverso un’applicazione. La fiducia concessa a un amico continua a coinvolgere le relazioni umane, anche quando si traduce in un collegamento tra account. Lo schermo modifica le condizioni della comunicazione, non la realtà delle persone interessate. Ed è proprio per questo che non possiamo considerare la competenza digitale una semplice raccolta di abilità operative. Saper pubblicare, configurare, limitare e cancellare è importante. Ma queste capacità rimangono incomplete se non sappiamo attribuire un valore alle informazioni e riconoscere ciò che può accadere dopo averle comunicate.
Un contenuto può essere stato condiviso utilizzando tutte le impostazioni previste dalla piattaforma e raggiungere comunque un destinatario inatteso. Un’altra pubblicazione può essere completamente pubblica senza produrre alcuna conseguenza indesiderata, perché l’autore ha scelto consapevolmente di rivolgersi a chiunque. La differenza non si esaurisce nella configurazione. Riguarda la relazione tra ciò che desideriamo ottenere, ciò che sappiamo del mezzo utilizzato e le conseguenze che siamo disposti ad accettare. Se vogliamo comprendere l’ignoranza digitale, dobbiamo cercarla anche nelle decisioni apparentemente normali, quelle che non suscitano domande perché sono diventate abitudini. Forse la questione non è soltanto stabilire se sappiamo proteggere una pubblicazione. È riconoscere che alcune informazioni non avevano bisogno di diventare pubblicazioni. Perché la sicurezza non comincia necessariamente nel momento in cui scegliamo un destinatario.
Talvolta comincia molto prima, nel momento in cui decidiamo di non averne bisogno.
Per distinguere giuridicamente le informazioni sanitarie dalle altre informazioni personali si vedano gli articoli 4 e 9 del GDPR. Sulla riservatezza dei minori, il Commento generale n. 25 del Comitato ONU, al paragrafo 67, considera anche la pubblicazione di fotografie da parte dei familiari.