Una persona apre Facebook per pubblicare una fotografia. L’immagine è pronta, la didascalia è stata scritta e non rimane che confermare la pubblicazione. Accanto al proprio nome compare un’indicazione relativa al pubblico che potrà visualizzarla. Può essere modificata, ma l’utente non se ne occupa. Ha già deciso di condividere quel momento e non ritiene necessario fare altro. Qualche giorno dopo, durante una conversazione, qualcuno gli domanda se sappia chi può vedere le sue fotografie.
«Soltanto i miei amici», risponde.
L’interlocutore gli chiede se conosca personalmente tutte quelle persone. La risposta è negativa, ma l’uomo non sembra attribuire particolare importanza alla circostanza. Alcuni contatti sono vecchi conoscenti, altri provengono da gruppi ai quali partecipa, altri ancora sono stati aggiunti nel corso degli anni. Non ricorda nemmeno per quale motivo abbia accettato determinate richieste.
«Ma se sono tra i miei amici, possono vedere quello che pubblico.»
La frase sembra risolvere la questione, mentre in realtà ne introduce un’altra. L’uomo conosce il funzionamento generale della piattaforma. Sa pubblicare fotografie, scrivere messaggi, accettare richieste e interagire con altre persone. Potrebbe perfino conoscere l’esistenza delle impostazioni attraverso le quali distinguere i destinatari. Quello che non ha fatto è domandarsi se le persone alle quali consente l’accesso alle proprie informazioni siano effettivamente quelle alle quali desidera concederlo. Non siamo necessariamente davanti a un errore informatico. Potremmo trovarci davanti a una scelta alla quale non è stata attribuita sufficiente importanza.
Questa distinzione è fondamentale per comprendere una parte dell’ignoranza digitale. Non tutto ciò che riguarda la sicurezza può essere risolto aggiungendo una funzione, modificando un’impostazione o spiegando dove si trovi un comando. Esistono decisioni che richiedono soprattutto di comprendere il valore di ciò che stiamo facendo.
Possedere una possibilità non significa utilizzarla
Le piattaforme sociali mettono a disposizione strumenti attraverso i quali è possibile modificare la visibilità dei contenuti, limitare alcune interazioni, organizzare i contatti e intervenire sulle informazioni associate al proprio profilo. Le funzioni cambiano nel tempo, non sono identiche tra i servizi e presentano limiti differenti. Ma sarebbe inesatto descrivere gli utenti come persone completamente prive di strumenti per gestire una parte della propria esposizione. Facebook, per esempio, permette di scegliere il pubblico di numerose pubblicazioni. Consente inoltre di utilizzare determinate liste di contatti e di distinguere tra persone alle quali vogliamo mostrare abitualmente i nostri contenuti e persone per le quali desideriamo una visibilità più limitata. L’esistenza di queste possibilità, tuttavia, non garantisce che vengano conosciute, comprese o utilizzate.
Il problema può manifestarsi in modi differenti. Un utente potrebbe ignorare che sia possibile selezionare un pubblico diverso. Un altro potrebbe conoscere la funzione, ma non sapere quali conseguenze produca. Un terzo potrebbe comprenderne perfettamente il funzionamento e scegliere di non utilizzarla perché considera irrilevante la diffusione delle informazioni che pubblica. Sono situazioni che non possiamo giudicare allo stesso modo. Se una persona decide consapevolmente di condividere pubblicamente una fotografia che non considera riservata, non possiamo concludere che abbia agito in modo incompetente soltanto perché avrebbe potuto limitarne la visibilità. La protezione non è un fine indipendente dalla persona e dalle sue intenzioni. È una possibilità da valutare in relazione a ciò che desideriamo tutelare.
Ma se un individuo rende disponibili informazioni delicate perché non sa di poter limitare il pubblico, oppure perché non comprende chi potrà riceverle, il problema assume una natura diversa. In questo caso la mancanza di conoscenza o di valutazione può incidere direttamente sulla capacità di esercitare una scelta consapevole.
Nota tecnica: le opzioni Facebook di selezione del pubblico e quelle relative alla visibilità delle amicizie, documentate separatamente dal Centro assistenza Facebook hanno oggetti diversi. Un profilo pubblico del destinatario non rende automaticamente pubblico un post condiviso con un pubblico ristretto.
L’equivoco della sicurezza automatica
Una parte dell’esperienza tecnologica contemporanea si fonda sull’idea che la sicurezza debba essere incorporata negli strumenti. Password, autenticazione a più fattori, notifiche di accesso, controlli sulle autorizzazioni e impostazioni di riservatezza sono esempi di soluzioni che possono ridurre alcuni rischi senza richiedere all’utilizzatore una competenza specialistica. Questa evoluzione è importante. Non sarebbe ragionevole pretendere che ogni persona diventi esperta di sicurezza informatica prima di utilizzare un servizio digitale. Ma esiste un limite che nessuna soluzione tecnica può eliminare completamente: la necessità di valutare le proprie decisioni. Un sistema può impedire a soggetti non autorizzati di accedere a un contenuto secondo le regole impostate. Non può stabilire autonomamente se le persone che abbiamo autorizzato meritino la nostra fiducia.
Può richiedere una conferma prima di pubblicare una fotografia. Non può conoscere necessariamente il valore affettivo, familiare o personale che quell’immagine possiede per noi. Può permetterci di escludere determinati contatti. Non può sapere quali relazioni desideriamo mantenere riservate e quali informazioni siamo disposti a condividere. Questo non significa che la progettazione degli strumenti sia irrilevante. Interfacce comprensibili, impostazioni appropriate e protezioni predefinite possono influenzare concretamente i comportamenti e ridurre gli errori. Chi progetta un servizio conserva responsabilità proprie. Significa, però, che la tecnologia non può sostituire integralmente la capacità dell’essere umano di attribuire un significato alle sue azioni. L’utente che seleziona un pubblico deve comprendere che cosa intende comunicare, a chi desidera rivolgersi e quali conseguenze è disposto ad accettare.
Altrimenti può utilizzare una funzione perfettamente funzionante senza ottenere la protezione che immaginava.
La lista degli amici che non abbiamo mai esaminato
Immaginiamo una persona con seicento contatti Facebook. Nel corso degli anni ha aggiunto familiari, compagni di scuola, colleghi, persone incontrate occasionalmente e utenti conosciuti attraverso gruppi dedicati ai suoi interessi. Una parte di quelle relazioni è significativa. Altre esistono soltanto all’interno della piattaforma. Alcune potrebbero non avere più alcuna ragione di essere mantenute. L’utente, tuttavia, non ha mai esaminato l’insieme. Quando pubblica un contenuto scegliendo «Amici», la sua decisione riguarda tutte le persone comprese nel pubblico così definito, salvo eventuali esclusioni o limitazioni previste dalle impostazioni applicate. Ma il significato sociale che attribuisce a quella scelta potrebbe essere molto diverso. Potrebbe pensare ai familiari, agli amici più vicini e alle persone con le quali conversa abitualmente, senza considerare tutti gli altri collegamenti.
La selezione del pubblico è stata compiuta. La valutazione del pubblico, forse, no. Le liste consentono di intervenire proprio su questa differenza. Possono aiutare l’utente a distinguere gruppi di destinatari, evitare che tutte le pubblicazioni raggiungano indistintamente gli stessi contatti e adattare la visibilità alla natura dell’informazione. Ma la loro utilità dipende anche dalla disponibilità a compiere un lavoro preliminare: esaminare le relazioni e decidere quali persone debbano appartenere a ciascun insieme. Non è un lavoro puramente tecnico. Richiede di distinguere amicizia, conoscenza occasionale, relazione professionale e semplice collegamento digitale. Richiede di riconoscere che non tutte le persone alle quali desideriamo rivolgerci debbano necessariamente conoscere ogni aspetto della nostra vita.
Per questa ragione, l’utilizzo delle liste potrebbe rappresentare un indicatore interessante della gestione consapevole del pubblico. Non possiamo però presumere che chi non le utilizza sia meno competente: potrebbe aver scelto altre strategie, pubblicare pochissime informazioni personali oppure comunicare deliberatamente con un pubblico indifferenziato. Una ricerca seria dovrebbe distinguere questi comportamenti prima di formulare conclusioni.
La differenza tra non sapere e non considerare importante
A questo punto dobbiamo affrontare una distinzione che attraversa l’intero studio. L’ignoranza può consistere nella mancanza di una conoscenza. Una persona non sa che Facebook permette di escludere alcuni contatti dalla visualizzazione di una pubblicazione. Una spiegazione chiara potrebbe essere sufficiente a colmare quella lacuna. Ma esiste un’altra condizione, più difficile da riconoscere. La persona conosce la possibilità di limitare il pubblico, ma non attribuisce particolare importanza alla distinzione tra i destinatari. Non ritiene necessario esaminare la propria lista di contatti. Non si domanda quali informazioni possano essere appropriate per alcune persone e non per altre. Non manca necessariamente la conoscenza tecnica. Manca, oppure non viene esercitata, una valutazione critica. Questo comportamento non deve essere confuso con una scelta consapevole di ampia condivisione.
Un individuo può conoscere perfettamente le conseguenze della pubblicazione e decidere che, per lui, non rappresentano un problema. Un altro può rinunciare alla protezione semplicemente perché non ha mai considerato quelle conseguenze. All’esterno, i due comportamenti possono apparire identici. Entrambi pubblicano lo stesso contenuto. Entrambi utilizzano lo stesso pubblico. Entrambi rinunciano a ulteriori limitazioni. Ma soltanto nel primo caso possiamo riconoscere una valutazione esplicita del rapporto tra benefici e rischi. Per comprendere l’ignoranza digitale non basta quindi osservare ciò che le persone fanno. Dobbiamo cercare di capire quali conoscenze e quali criteri guidino le loro decisioni.
La riservatezza che difendiamo a parole
Molte persone dichiarano di considerare importante la propria privacy. Esprimono preoccupazione per il trattamento dei dati, temono accessi non autorizzati e criticano la possibilità che aziende o sconosciuti raccolgano informazioni sulla loro vita. Alcune delle stesse persone, tuttavia, possono adottare comportamenti di divulgazione apparentemente poco coerenti con quelle preoccupazioni. La ricerca scientifica ha esaminato questa distanza attraverso il concetto di privacy paradox, il paradosso della riservatezza. Il fenomeno non possiede una spiegazione unica. In alcuni casi gli individui valutano consapevolmente che il beneficio della condivisione superi il rischio percepito. In altri possono sottovalutare le possibili conseguenze, attribuire importanza soprattutto alla gratificazione immediata oppure compiere scelte abituali senza una valutazione approfondita.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2017 da Susanne Barth e Menno de Jong ha esaminato numerosi modelli teorici utilizzati per spiegare questa distanza, mostrando quanto sia complesso ricondurre il comportamento a una semplice opposizione tra razionalità e irrazionalità. Questo dato è particolarmente importante per la nostra indagine. Non possiamo affermare che chiunque dichiari di preoccuparsi della privacy e poi pubblichi informazioni personali sia incoerente. Le circostanze possono cambiare, così come il valore attribuito alle informazioni e ai benefici della loro diffusione. Possiamo però chiederci se gli individui abbiano compreso le conseguenze delle proprie decisioni oppure se stiano semplicemente ripetendo comportamenti diventati ordinari. Ed è proprio questa seconda possibilità a interessarci.
La normalità come giustificazione
Una persona pubblica fotografie personali perché lo fanno i suoi amici. Un’altra racconta quotidianamente ciò che le accade perché considera quella comunicazione parte naturale della propria presenza sociale. Un genitore mostra immagini dei figli perché vede continuamente altri genitori fare lo stesso. Nessuno di questi comportamenti dimostra, isolatamente, una mancanza di competenza. Ma la loro diffusione può favorire una particolare forma di giustificazione: se un’azione è abituale, viene percepita come sufficientemente normale da non richiedere ulteriori spiegazioni. La normalità sociale, tuttavia, non equivale a una valutazione del rischio. Un comportamento può essere molto diffuso e presentare comunque conseguenze che meritano attenzione. Allo stesso modo, un’abitudine poco comune non è necessariamente più prudente o responsabile.
Il problema nasce quando la diffusione di una pratica sostituisce la riflessione sulle ragioni per le quali la compiamo. Nel caso delle fotografie dei minori, per esempio, la domanda non dovrebbe essere soltanto se altri genitori pubblichino immagini analoghe. Dovrebbe riguardare il valore della condivisione, gli interessi del bambino, le informazioni rese disponibili e le conseguenze ragionevolmente prevedibili. Una scelta personale non diventa automaticamente appropriata perché viene ripetuta da migliaia di altre persone. E la responsabilità verso un’altra persona non diminuisce perché la condotta è socialmente accettata.
Il controllo che non può decidere per noi
Consideriamo ancora il genitore che desidera pubblicare una fotografia del figlio. Può limitare il pubblico, escludere determinati contatti o scegliere di non rendere disponibile l’immagine. Può anche decidere di condividerla con un gruppo ristretto di familiari. Sono possibilità differenti, che non assicurano necessariamente una protezione assoluta. Ma prima ancora di stabilire quale funzione utilizzare, dovrebbe affrontare una questione che riguarda il proprio giudizio: perché desidera pubblicare quell’immagine e quali interessi della persona raffigurata potrebbero essere coinvolti? La domanda non impone automaticamente una risposta negativa. Esistono immagini familiari condivise in circostanze appropriate, così come esistono pubblicazioni che possono comportare esposizioni non necessarie o non comprese. La capacità di distinguerle non può essere ridotta alla presenza di un’applicazione di controllo.
Il software può applicare regole. Non può attribuire autonomamente il giusto valore alla dignità, alla riservatezza e agli interessi delle persone coinvolte. Questo principio riguarda anche gli adulti che comunicano informazioni su se stessi. La protezione tecnica è uno strumento a disposizione della decisione. Non è il sostituto della decisione. E quando la decisione riguarda altre persone, l’esigenza di valutarla diventa ancora più importante.
Proteggere non significa nascondere
C’è un equivoco culturale che merita attenzione. La volontà di limitare la diffusione di un’informazione viene talvolta interpretata come il desiderio di nascondere qualcosa. Chi difende la propria riservatezza può sentirsi chiedere quale problema abbia nel rendere pubblica una determinata circostanza, soprattutto se non contiene nulla di illecito o moralmente discutibile. Ma la riservatezza non coincide con la segretezza. Non dobbiamo necessariamente vergognarci di una malattia per desiderare che soltanto alcune persone ne siano informate. Non dobbiamo avere qualcosa da nascondere per evitare di pubblicare informazioni sul nostro patrimonio, sulle nostre abitudini o sulle relazioni familiari. La possibilità di scegliere che cosa comunicare e a chi comunicarlo appartiene alla gestione ordinaria della nostra vita sociale.
Una persona può desiderare di raccontare pubblicamente una condizione sanitaria. Un’altra può preferire di parlarne soltanto ai familiari. Nessuna delle due decisioni è automaticamente più dignitosa o moralmente corretta. Ciò che conta è la possibilità di compiere una scelta consapevole. E proprio per questo l’esistenza di strumenti di protezione non dovrebbe essere interpretata come una limitazione della libertà. Può rappresentare, al contrario, una delle condizioni attraverso le quali quella libertà viene esercitata. Poter scegliere significa anche poter non condividere.
La responsabilità non si misura dal numero di impostazioni
Arrivati a questo punto, potremmo essere tentati di costruire una classificazione degli utenti sulla base delle protezioni utilizzate. Chi modifica frequentemente il pubblico apparirebbe prudente. Chi organizza liste di contatti sembrerebbe competente. Chi pubblica informazioni senza limitazioni potrebbe essere considerato irresponsabile. Sarebbe però una conclusione superficiale. Immaginiamo due persone. La prima pubblica quotidianamente informazioni personali e utilizza numerosi strumenti per differenziare i destinatari. La seconda non imposta alcuna lista particolare, ma condivide quasi esclusivamente contenuti destinati deliberatamente a un pubblico generale. Non possiamo stabilire quale delle due possieda maggiore competenza soltanto osservando le impostazioni. Dobbiamo comprendere il rapporto tra intenzioni, informazioni, destinatari e conseguenze. La prima potrebbe aver costruito una gestione attenta della propria riservatezza. La seconda potrebbe aver deciso consapevolmente di non pubblicare nulla che consideri necessario proteggere.
Entrambe possono avere sviluppato criteri adeguati. Il problema non consiste nel mancato utilizzo di una determinata funzione, ma nell’eventuale assenza di una valutazione coerente con le conseguenze delle proprie decisioni. È una distinzione che dovrebbe entrare anche nell’educazione digitale. Insegnare dove si trova un selettore di pubblico può essere utile. Ma sarebbe ancora più importante spiegare quali problemi quel selettore permette di affrontare, quali limiti possiede e quali decisioni rimangono affidate alla persona. ### L’ignoranza che non riconosciamo
Una delle difficoltà maggiori nell’affrontare l’ignoranza digitale nasce dal fatto che l’utilizzo quotidiano degli strumenti produce familiarità. Una persona che trascorre molte ore sui social può sviluppare una notevole abilità operativa. Conosce le applicazioni, pubblica rapidamente, partecipa a gruppi, modifica fotografie, gestisce conversazioni e risolve senza difficoltà piccoli problemi tecnici. Questa esperienza può favorire la percezione di essere sufficientemente competente. Ma l’abilità operativa non permette, da sola, di stabilire se l’individuo comprenda gli aspetti giuridici, sociali e relazionali delle proprie azioni. Possiamo utilizzare uno strumento per anni senza conoscere tutte le conseguenze rilevanti del suo impiego. Possiamo anche possedere conoscenze adeguate e scegliere deliberatamente di non applicarle in una circostanza particolare. Sono condizioni differenti, che non devono essere confuse.
L’ignoranza digitale che intendiamo studiare riguarda soprattutto la distanza tra la capacità di compiere un’azione e la capacità di valutarne il significato. Non è una condizione che possiamo attribuire automaticamente agli altri osservando qualche pubblicazione. Richiede indagini sulle conoscenze, sulle motivazioni e sulle decisioni. Ma è una condizione sufficientemente definita da poter essere esaminata. E soprattutto può manifestarsi anche in persone che utilizzano con grande disinvoltura la tecnologia.
La protezione comincia prima dello strumento
Alla fine di questa riflessione, il problema delle impostazioni assume una dimensione diversa. La presenza di strumenti per gestire la riservatezza è importante. La loro comprensibilità e la loro efficacia devono essere valutate. Le piattaforme conservano specifici obblighi di tutela, trasparenza e protezione dei dati personali. Ma nessuna di queste circostanze elimina il ruolo del giudizio individuale. L’utilizzatore deve poter riconoscere quali informazioni considera importanti, quali destinatari ritiene appropriati e quali conseguenze è disposto ad accettare. Non necessariamente per scegliere sempre la soluzione più restrittiva, ma per essere consapevole della decisione che sta prendendo. La protezione non consiste soltanto nell’impedire a qualcuno di vedere un contenuto. Può consistere nel decidere che quel contenuto non debba essere pubblicato, che alcuni particolari siano superflui oppure che le persone coinvolte meritino una valutazione ulteriore.
Prima dell’impostazione esiste una scelta. Prima della scelta dovrebbe esistere una comprensione. È in questo rapporto che dobbiamo cercare una parte importante della competenza digitale. Perché uno strumento può offrirci molte possibilità di protezione e noi possiamo decidere di non utilizzarle. Questa rinuncia non è necessariamente un errore. Diventa problematica quando non sappiamo che cosa stiamo rinunciando a proteggere. E forse la questione culturale più significativa non riguarda quante protezioni abbiamo imparato ad attivare. Riguarda quante cose abbiamo smesso di considerare degne di essere protette.
La revisione sistematica di Barth e de Jong (2017) approfondisce il privacy paradox, senza identificare automaticamente la condivisione con l’inconsapevolezza. Per le funzioni della piattaforma rimandiamo alla documentazione Facebook sulla selezione del pubblico e alla visibilità delle amicizie, soggette a modifiche nel tempo.