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“Le parole restano.”
Dietro la macchina · Amici · Capitolo 06 di 07Torna all’indice →

Una decisione che non avremmo preso

Una donna sfoglia le pubblicazioni di Facebook durante una pausa. Una conoscente racconta una difficoltà familiare, un’amica mostra le fotografie dei figli, un collega comunica di essersi sottoposto a un intervento chirurgico. Tra i commenti compaiono messaggi di sostegno, incoraggiamenti, domande e manifestazioni di affetto. La donna legge, talvolta interviene, altre volte prosegue senza lasciare alcuna reazione. Non considera particolarmente insolito ciò che osserva. Le persone raccontano la propria vita, e la piattaforma è diventata uno degli ambienti nei quali questi racconti vengono abitualmente condivisi. Qualche giorno dopo si trova ad affrontare una situazione personale difficile. Avrebbe bisogno di parlare con qualcuno, ma non desidera necessariamente affrontare numerose conversazioni individuali. Prende il telefono, apre Facebook e comincia a scrivere. Le sembra naturale fare ciò che ha visto fare tante volte.

Non sappiamo se la decisione sia appropriata. Potrebbe desiderare consapevolmente una comunicazione pubblica, cercare sostegno da una comunità ampia oppure scegliere di rendere nota un’esperienza che ritiene importante condividere. Ma potrebbe anche non essersi soffermata sul significato della pubblicazione, sul valore delle informazioni coinvolte e sulla composizione del pubblico che potrà leggerle. In quest’ultimo caso non è necessario immaginare che qualcuno l’abbia convinta, ingannata o costretta. Potrebbe aver semplicemente considerato normale un comportamento che, in circostanze differenti, avrebbe valutato con maggiore attenzione. Questa possibilità introduce una domanda fondamentale per la nostra indagine: quanto delle nostre decisioni digitali deriva da una valutazione autonoma e quanto dall’abitudine di osservare gli altri compiere le stesse azioni?

La normalità non è una proprietà delle cose

Gli esseri umani imparano a riconoscere ciò che è ordinario anche attraverso i comportamenti delle persone che li circondano. Le convenzioni sociali si costruiscono e si modificano nel tempo. Ciò che in una determinata epoca appare insolito può diventare abituale in un’altra, senza che gli individui percepiscano necessariamente il cambiamento come una trasformazione significativa. Non c’è nulla di patologico in questo processo. Le norme condivise consentono la convivenza, facilitano le relazioni e riducono la necessità di discutere continuamente il significato di ogni comportamento. Ma una convenzione sociale non costituisce automaticamente una valutazione della prudenza. Se un’azione viene ripetuta frequentemente, possiamo arrivare a considerarla normale. Questo, però, non dimostra che sia appropriata in tutte le circostanze. La distinzione è importante soprattutto quando il comportamento riguarda informazioni personali.

Pubblicare fotografie familiari, comunicare dettagli relativi alla propria salute o raccontare difficoltà economiche può essere diventato familiare a molti utilizzatori. Ma la frequenza con la quale osserviamo quelle comunicazioni non modifica, di per sé, il valore delle informazioni che contengono. Una diagnosi medica rimane un’informazione sanitaria anche se viene raccontata davanti a centinaia di contatti. Una fotografia di un minore continua a riguardare la vita di quel bambino anche se migliaia di genitori condividono immagini analoghe. La normalità della pubblicazione non elimina la necessità di valutarla. Eppure proprio questa necessità può diventare meno evidente quando un comportamento entra stabilmente nelle nostre abitudini.

La prudenza che esercitiamo altrove

Immaginiamo di incontrare un conoscente davanti all’ingresso di un supermercato. Ci saluta, domanda come stiamo e racconta brevemente qualcosa della propria giornata. Possiamo rispondere con cortesia senza considerare necessario comunicargli le nostre condizioni economiche, un problema coniugale o una diagnosi ricevuta recentemente. Non siamo obbligati a motivare questa riservatezza. La consideriamo parte ordinaria delle relazioni. Lo stesso individuo, tornando a casa, potrebbe aprire un social network e raccontare a un pubblico molto più ampio proprio quelle informazioni. Non possiamo dedurne automaticamente una contraddizione. Forse desidera ottenere qualcosa che la conversazione davanti al supermercato non avrebbe potuto offrirgli. Potrebbe cercare solidarietà, consigli, testimonianze o la possibilità di raggiungere contemporaneamente molte persone. Ma se non ha considerato la differenza tra i due contesti, allora emerge un problema di valutazione.

Nella vita fisica possediamo criteri che ci consentono di distinguere tra ciò che desideriamo raccontare e ciò che preferiamo conservare per noi. Questi criteri non sono sempre razionali, coerenti o efficaci, ma fanno parte della nostra esperienza sociale. Il problema digitale potrebbe consistere, almeno in alcune circostanze, nel non trasferire adeguatamente quei criteri in un ambiente nel quale la comunicazione assume caratteristiche differenti. Non si tratta necessariamente di ignorare che cosa sia la riservatezza. Si tratta di non riconoscere che una decisione presa davanti allo schermo riguarda la stessa vita personale che normalmente cerchiamo di proteggere.

La forza di ciò che fanno gli altri

Le ricerche sulle norme sociali offrono un primo strumento per comprendere questa differenza. Possiamo distinguere tra la percezione di ciò che le persone fanno abitualmente e la percezione di ciò che ritengono appropriato fare. Non sono la stessa cosa. Un comportamento può essere molto diffuso senza essere approvato da tutti. Un altro può essere considerato desiderabile pur essendo relativamente raro. Negli ambienti digitali incontriamo continuamente segnali relativi a entrambe le dimensioni. Osserviamo quali contenuti vengono pubblicati, quali ricevono attenzione, quali suscitano approvazione e quali provocano critiche. Queste osservazioni possono contribuire alla formazione delle nostre aspettative. Se molte persone condividono fotografie personali, possiamo percepire la divulgazione delle immagini come una pratica ordinaria. Se quelle pubblicazioni ricevono commenti positivi, possiamo interpretare le reazioni come una manifestazione di approvazione.

Non è necessario supporre che gli individui siano completamente passivi di fronte a tali segnali. Le norme sociali influenzano i comportamenti, ma non li determinano in modo inevitabile. Le persone conservano capacità di valutazione, interessi e preferenze differenti. Proprio questa distinzione ci permette di formulare correttamente il problema. Non dobbiamo chiederci se i social network abbiano eliminato il giudizio personale. Dobbiamo comprendere in quali circostanze i comportamenti osservati possano influenzare una decisione che avrebbe richiesto una valutazione autonoma. Perché vedere molte persone compiere un’azione può rassicurarci sulla sua accettabilità, ma non ci informa necessariamente sulle conseguenze che quell’azione potrebbe avere nella nostra situazione particolare.

La solidarietà non certifica la prudenza

Torniamo alla persona che racconta pubblicamente una malattia. Riceve numerosi messaggi di incoraggiamento. Qualcuno descrive un’esperienza analoga, altri le augurano una pronta guarigione. La conversazione produce un beneficio autentico: la persona può sentirsi meno isolata, ottenere informazioni utili o trovare interlocutori con i quali condividere una difficoltà. Sarebbe scorretto negare questo valore soltanto perché la comunicazione è avvenuta attraverso un social network. Ma dobbiamo distinguere il beneficio ottenuto dalla valutazione iniziale della scelta. Il fatto che una pubblicazione abbia prodotto solidarietà non dimostra che l’autore avesse considerato tutte le possibili conseguenze della divulgazione. Allo stesso modo, una decisione consapevole può essere appropriata anche se non riceve alcuna reazione. Il risultato visibile non costituisce una misura completa della qualità del giudizio.

Questa distinzione assume particolare importanza perché le risposte positive possono contribuire a confermare la percezione che la scelta compiuta sia stata corretta sotto ogni aspetto. La persona potrebbe concludere di aver fatto bene a pubblicare perché ha ottenuto comprensione e vicinanza. Potrebbe avere ragione. Ma il ragionamento sarebbe incompleto se ignorasse completamente il valore della riservatezza eventualmente perduta. Una scelta può produrre benefici e introdurre rischi nello stesso tempo. Essere soddisfatti dei primi non significa necessariamente aver valutato i secondi.

L’approvazione che non abbiamo domandato di misurare

Un altro elemento della comunicazione sociale è costituito dalla visibilità delle reazioni. Un messaggio può ricevere apprezzamenti, commenti e condivisioni. Una fotografia può suscitare entusiasmo, una confessione personale può generare solidarietà, il racconto di un episodio ordinario può essere accolto con numerose manifestazioni di interesse. Questi segnali non possiedono un significato unico. Un apprezzamento può indicare simpatia, sostegno, cortesia o semplice partecipazione. Non sempre sappiamo perché qualcuno abbia reagito. Ma le reazioni possono contribuire a rendere percepibile il riconoscimento sociale. Qui ritorna il nostro esempio della colazione raccontata pubblicamente. Se una persona si affacciasse alla finestra e annunciasse ai passanti di aver bevuto un caffè amaro accompagnato da una merendina, difficilmente considererebbe sorprendente la loro indifferenza. Su un social, la stessa comunicazione può ricevere risposte affettuose, scherzose o partecipative.

Non è necessariamente un segno di stupidità. Un gesto banale può diventare occasione di relazione tra persone che condividono abitudini e familiarità. Anche nella vita quotidiana parliamo del tempo, del pranzo o di circostanze insignificanti senza pretendere che ogni conversazione produca conoscenza. La differenza riguarda la trasformazione di quel racconto in una pubblicazione destinata a un pubblico che può essere numeroso e non interamente conosciuto. Se la persona comprende questa differenza e considera irrilevante il contenuto, non esiste necessariamente un problema. Ma se la ricerca di una risposta sociale la induce progressivamente a rendere disponibili informazioni sempre più delicate senza valutarne la portata, allora il meccanismo merita attenzione. Non perché ricevere apprezzamenti sia sbagliato, ma perché la soddisfazione immediata potrebbe diventare più importante della valutazione delle conseguenze.

L’abitudine che abbrevia la decisione

Le abitudini hanno una funzione essenziale nella vita quotidiana. Ci permettono di ripetere comportamenti senza dover riesaminare continuamente ogni passaggio. Quando svolgiamo un’azione familiare, possiamo dedicare meno attenzione agli aspetti già conosciuti e concentrarci su ciò che cambia. Ma non tutte le circostanze sono identiche, anche quando utilizziamo lo stesso strumento. Pubblicare la fotografia di un paesaggio e comunicare un’informazione sanitaria possono richiedere materialmente la stessa procedura. Apriamo un’applicazione, scriviamo, alleghiamo un contenuto e confermiamo. La familiarità con la procedura può rendere il gesto estremamente semplice. Il contenuto, tuttavia, cambia. E con esso dovrebbero cambiare le considerazioni necessarie per decidere se pubblicarlo.

Una persona può sviluppare un’abitudine alla comunicazione quotidiana senza diventare automaticamente incapace di valutare le conseguenze. Ma l’abitudine può costituire una condizione nella quale una decisione viene compiuta con minore attenzione rispetto a una situazione percepita come nuova o insolita. La questione da verificare non è quindi se gli utenti pubblichino frequentemente. È se riconoscano le occasioni nelle quali la natura dell’informazione richiede di interrompere l’automatismo. La competenza digitale comprende anche questa capacità: comprendere che due azioni tecnicamente identiche possono richiedere valutazioni profondamente differenti.

La protezione che sembra appartenere ad altri

Esiste un’ulteriore contraddizione possibile. Una persona può preoccuparsi molto dell’accesso non autorizzato al proprio account, scegliere una password complessa, attivare l’autenticazione a più fattori e diffidare dei messaggi sospetti. Può quindi dimostrare attenzione concreta verso alcuni aspetti della sicurezza. La stessa persona potrebbe però pubblicare informazioni particolarmente delicate senza interrogarsi sul pubblico che le riceverà o sulla possibilità che vengano successivamente diffuse. Non dobbiamo considerare automaticamente irrazionale questo comportamento. La persona potrebbe valutare diversamente i rischi di accesso abusivo e quelli della comunicazione volontaria. Ma potrebbe anche aver costruito un’idea della sicurezza concentrata quasi esclusivamente sulle intrusioni informatiche. Proteggere l’account significa impedire che altri lo utilizzino senza autorizzazione. Proteggere le informazioni richiede anche di valutare quelle che decidiamo volontariamente di comunicare. Le due attività sono collegate, ma non coincidono.

Una persona può avere un account molto sicuro e pubblicare contenuti che desidererebbe mantenere riservati. Un’altra può possedere conoscenze tecniche limitate e adottare spontaneamente una politica di comunicazione estremamente prudente. Questo non significa che le competenze tecniche siano inutili. Significa che non esauriscono la competenza necessaria per prendere decisioni. E soprattutto dimostra perché non possiamo attribuire la sicurezza della nostra vita digitale esclusivamente alla qualità degli strumenti.

La prudenza senza paura

A questo punto dobbiamo evitare un rischio della nostra stessa indagine. Se ogni pubblicazione viene descritta come potenzialmente pericolosa, possiamo finire per proporre un modello di comportamento fondato sulla paura. Una simile conclusione sarebbe inadeguata. La vita sociale comporta comunicazione, esposizione, fiducia e accettazione di incertezze. Non potremmo costruire relazioni significative pretendendo di eliminare ogni possibilità di equivoco, indiscrezione o comportamento scorretto. La riservatezza, inoltre, non possiede lo stesso valore per ogni informazione e per ogni persona. Qualcuno può considerare del tutto normale rendere pubblica la propria condizione sanitaria, mentre un altro può desiderare che rimanga strettamente confidenziale. La competenza non consiste nell’imporre a entrambi una scelta identica. Consiste nel riconoscere le differenze e decidere in modo coerente.

La prudenza non deve trasformarsi in diffidenza generalizzata verso le persone. E nemmeno in una rinuncia alla comunicazione. Deve diventare una capacità di valutazione. Possiamo condividere un’esperienza perché desideriamo farlo, conoscendo il pubblico che intendiamo raggiungere e accettando i limiti del controllo successivo. Possiamo anche decidere di non pubblicare, senza sentirci obbligati a giustificare quella scelta. Non ogni esperienza deve diventare un contenuto. Non ogni relazione richiede l’accesso alla nostra vita privata. E non ogni informazione che possediamo deve essere comunicata per acquistare valore.

Il problema della responsabilità culturale
La nostra riflessione si avvicina ora a un punto che supera la conoscenza delle singole applicazioni. Se una persona non sa utilizzare una funzione, possiamo insegnarle dove si trova e quale risultato produce. Se non conosce un rischio, possiamo spiegarne le caratteristiche e offrire strumenti per ridurlo. Ma se non attribuisce importanza alla necessità di valutare le proprie decisioni, il problema non può essere affrontato soltanto attraverso istruzioni operative. Richiede un lavoro culturale. Dobbiamo recuperare la distinzione tra conoscere e fidarsi, tra confidare e pubblicare, tra possedere un’informazione e avere una ragione sufficiente per divulgarla. Sono distinzioni che non appartengono esclusivamente alla tecnologia. Riguardano la convivenza, il rispetto reciproco, la responsabilità verso i minori, la gestione delle relazioni e la capacità di riconoscere i limiti delle proprie conoscenze.

La competenza digitale dovrebbe aiutare a trasferire questi criteri negli ambienti connessi, senza pretendere che ogni situazione possa essere risolta attraverso un’impostazione. Questo non significa che l’educazione sia sufficiente, da sola, a prevenire ogni comportamento rischioso. Le decisioni dipendono anche dalle circostanze, dalle opportunità, dalle condizioni sociali e dalle caratteristiche degli strumenti utilizzati. Ma senza una capacità di giudizio, le protezioni tecniche rischiano di essere comprese soltanto come procedure da eseguire. E una procedura eseguita correttamente non equivale necessariamente a una decisione appropriata.

La responsabilità di fermarsi

C’è un gesto che raramente compare nelle descrizioni delle competenze digitali, forse perché non richiede una particolare abilità tecnica. Fermarsi. Non necessariamente abbandonare una piattaforma, disattivare un account o rinunciare alla comunicazione, ma interrompere per un momento l’automatismo della pubblicazione. Domandarsi se il contenuto riguardi soltanto noi. Se contenga informazioni che desideriamo mantenere riservate. Se le persone che potrebbero riceverlo siano realmente quelle alle quali intendiamo rivolgerci. Se siamo disposti ad accettare che altri possano conservarlo o conoscerlo successivamente. Non possiamo pretendere che ogni messaggio sia preceduto da una lunga analisi. Sarebbe irrealistico e finirebbe per rendere impossibile una comunicazione spontanea. Ma dovremmo essere capaci di riconoscere le circostanze nelle quali la valutazione è necessaria.

Una fotografia senza particolari implicazioni personali non richiede necessariamente la stessa attenzione di una diagnosi sanitaria o di un’immagine che riguarda un minore. La competenza consiste anche nel saper distinguere. E questa capacità non aumenta automaticamente con il numero di ore trascorse online. Può essere sviluppata attraverso la conoscenza, l’esperienza, l’educazione e l’abitudine a interrogarsi sulle conseguenze.

La domanda che non compare sullo schermo

Torniamo alla donna con la quale abbiamo aperto il capitolo. Ha scritto un messaggio relativo a una situazione personale difficile. Ha osservato altre persone fare lo stesso e considera normale utilizzare Facebook per raccontare quel momento della propria vita. Può decidere di pubblicare. Potrebbe ricevere solidarietà, sostegno e informazioni utili. La sua scelta potrebbe essere pienamente consapevole e coerente con ciò che desidera ottenere. Oppure potrebbe accorgersi di non voler realmente comunicare quella notizia a tutte le persone che potrebbero leggerla. Potrebbe decidere di parlarne individualmente con alcuni amici, utilizzare un canale di comunicazione più appropriato oppure conservare temporaneamente l’informazione. Nessuna di queste possibilità è necessariamente la risposta giusta in ogni circostanza. La differenza consiste nell’aver riconosciuto che esiste una decisione da prendere.

Il telefono le permette di pubblicare. La piattaforma le offre strumenti per selezionare i destinatari. Le persone che conosce possono incoraggiarla a condividere la propria esperienza. Ma nessuno di questi elementi stabilisce automaticamente quale scelta sia più coerente con il valore che lei attribuisce alla propria riservatezza. La domanda essenziale non riguarda soltanto la possibilità di pubblicare. Riguarda il motivo per cui desideriamo farlo. È una domanda che non sempre compare sullo schermo. E proprio per questo dobbiamo imparare a formularla da soli. Perché il problema dell’ignoranza digitale non consiste necessariamente nell’aver dimenticato come proteggere un’informazione. Può consistere nell’aver smesso di domandarci se fosse necessario comunicarla.

Gli esperimenti di Masur, DiFranzo e Bazarova (2021) esaminano l’influenza delle norme sociali osservate sui comportamenti di divulgazione; i risultati non misurano la diffusione di queste abitudini fra gli utenti italiani.

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