Una persona partecipa a un corso di alfabetizzazione digitale. Impara a creare un account, utilizzare una password sicura, riconoscere alcuni tentativi di frode e modificare le impostazioni di riservatezza dei social network. Alla fine del percorso sa eseguire correttamente le operazioni richieste. Non incontra difficoltà e dimostra di avere acquisito le conoscenze previste dal programma. Qualche giorno dopo pubblica su Facebook la fotografia di un documento sanitario. Ha oscurato il proprio indirizzo, ma ha lasciato visibili il nome, la diagnosi e altre informazioni che permettono di ricondurre il contenuto alla propria persona. Sceglie una lista di destinatari, verifica la pubblicazione e riceve numerosi messaggi di solidarietà. Dal punto di vista operativo, non ha necessariamente commesso alcun errore. Conosce le funzioni che ha utilizzato e le ha applicate secondo le proprie intenzioni.
Ma se gli domandassimo perché abbia ritenuto opportuno pubblicare il documento, potrebbe non avere una risposta altrettanto precisa. Forse desiderava informare gli amici della propria condizione. Forse aveva bisogno di sostegno. Forse riteneva che mostrare il documento fosse il modo più efficace per spiegare ciò che gli stava accadendo. Tutte queste ragioni meritano di essere considerate. Potrebbe però non essersi domandato se fosse necessario rendere disponibile il documento anziché limitarsi a raccontare la propria esperienza. Potrebbe non aver valutato quali informazioni aggiuntive contenesse, quali persone potessero riceverlo o quali conseguenze avrebbe avuto un’eventuale circolazione successiva. Il corso gli aveva insegnato come proteggere una pubblicazione. Non sappiamo se gli avesse insegnato a interrogarsi sulla necessità di pubblicarla. È questa differenza che dobbiamo affrontare.
L’istruzione che si ferma al funzionamento
L’alfabetizzazione tecnologica ha rappresentato una necessità concreta per intere generazioni. Imparare a utilizzare un computer, navigare in Internet, gestire la posta elettronica e accedere ai servizi digitali ha permesso a molte persone di partecipare ad attività che stavano progressivamente diventando indispensabili. Queste conoscenze conservano il proprio valore. Una persona che non sa riconoscere un tentativo di frode o proteggere le credenziali del proprio account può essere esposta a rischi che una formazione adeguata contribuirebbe a ridurre. Ma conoscere il funzionamento di uno strumento non equivale a possedere tutti i criteri necessari per utilizzarlo responsabilmente.
Possiamo insegnare a selezionare il pubblico di una pubblicazione senza affrontare il valore delle informazioni che quella pubblicazione contiene. Possiamo spiegare come creare una password sicura senza discutere le conseguenze della diffusione volontaria di dati personali. Possiamo mostrare come autorizzare un’applicazione senza insegnare a domandarsi se quell’autorizzazione sia necessaria. La procedura può essere appresa perfettamente, mentre il significato della decisione rimane inesaminato. Il problema non consiste nel fatto che l’istruzione tecnica sia inutile. Consiste nel considerarla sufficiente. Una formazione limitata alle operazioni rischia di produrre utilizzatori capaci di eseguire correttamente azioni delle quali non hanno necessariamente valutato le implicazioni. Questo divario non riguarda soltanto gli ambienti digitali. Nella vita quotidiana sappiamo distinguere tra l’abilità necessaria a compiere un gesto e la responsabilità richiesta per decidere se compierlo.
Non ogni cosa che sappiamo fare è, per questo motivo, opportuna.
La conoscenza non produce automaticamente una decisione
Potremmo pensare che sia sufficiente informare le persone sui rischi della condivisione affinché modifichino il proprio comportamento. Se un individuo non sa che una fotografia può essere copiata, glielo spieghiamo. Se ignora che un account possa essere compromesso, descriviamo le possibili conseguenze. Se non conosce le impostazioni di visibilità, gli mostriamo come utilizzarle. Sono interventi necessari, ma non garantiscono che la persona compia successivamente la scelta che noi considereremmo più prudente. La conoscenza non determina automaticamente il comportamento. Un individuo può comprendere il rischio e considerarlo accettabile. Può attribuire maggiore importanza al beneficio immediato della pubblicazione. Può valutare la situazione in modo differente da chi gli ha fornito le informazioni. Può anche conoscere una regola e non applicarla, per abitudine, distrazione o perché ritiene che in quella circostanza non sia importante.
La formazione, dunque, non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni e attendersi che queste producano necessariamente decisioni corrette. Dovrebbe contribuire a sviluppare una capacità di valutazione. Significa imparare a riconoscere le circostanze nelle quali occorre considerare più attentamente le conseguenze, distinguere il beneficio desiderato dal rischio accettato e comprendere quando una scelta coinvolga persone diverse da noi. Non si tratta di imporre un comportamento identico a tutti. Si tratta di rendere possibile una decisione sufficientemente informata.
La responsabilità non nasce dall’incidente
Un errore frequente nel dibattito sulla sicurezza consiste nell’attribuire importanza a una condotta soltanto dopo che si è verificata una conseguenza negativa. Una persona pubblica quotidianamente informazioni personali. Per anni non accade nulla. Quando una notizia viene utilizzata impropriamente, cominciamo a interrogarci sulla prudenza delle sue abitudini. Ma l’assenza di incidenti precedenti non dimostra automaticamente che le decisioni siano state appropriate. Allo stesso modo, il verificarsi di un danno non prova che la vittima abbia agito irresponsabilmente. Possiamo compiere una scelta ben valutata e subire ugualmente un abuso. Possiamo adottare un comportamento imprudente senza incontrare conseguenze negative. Il giudizio sulla decisione non dovrebbe dipendere esclusivamente dal risultato. Dovrebbe considerare ciò che la persona sapeva, ciò che avrebbe ragionevolmente potuto conoscere, le alternative disponibili e gli interessi coinvolti.
Questa distinzione diventa particolarmente importante nella valutazione delle responsabilità. Non possiamo pretendere che chi utilizza Internet preveda ogni possibile condotta criminale. Sarebbe impossibile e finirebbe per attribuire agli utenti responsabilità che appartengono agli autori degli abusi. Possiamo però chiedere che le decisioni vengano prese considerando le conseguenze ragionevolmente prevedibili, soprattutto quando riguardano informazioni particolarmente delicate o persone incapaci di tutelarsi autonomamente. La prudenza precede l’incidente. Non può essere definita soltanto dopo averne osservato gli effetti.
La libertà di esporsi
Finora abbiamo insistito sulla necessità di limitare la condivisione di informazioni particolarmente sensibili. Ma dobbiamo evitare di confondere la prudenza con l’obbligo generalizzato di mantenere il silenzio. Una persona adulta può desiderare di rendere pubblica una propria malattia. Può raccontare una situazione economica difficile, condividere una vicenda familiare o testimoniare un’esperienza dolorosa. Queste decisioni possono essere motivate da ragioni importanti. La comunicazione pubblica può favorire conoscenza, solidarietà, riconoscimento e partecipazione. In alcune circostanze, la divulgazione di esperienze personali contribuisce persino a contrastare pregiudizi che si alimentano attraverso il silenzio. Non sarebbe corretto descrivere ogni esposizione volontaria come una dimostrazione di ignoranza. La questione riguarda la consapevolezza della scelta.
Se una persona comprende che l’informazione potrà raggiungere destinatari sconosciuti, essere conservata e circolare oltre il pubblico inizialmente previsto, può decidere di accettare quelle possibilità. Il giudizio sulla competenza non coincide necessariamente con l’esito della decisione. Una persona può scegliere consapevolmente di condividere. Un’altra può scegliere consapevolmente di non farlo. La differenza rispetto all’ignoranza digitale consiste nella capacità di comprendere ciò che è in gioco. Per questo motivo, l’educazione non dovrebbe trasformarsi in una prescrizione generalizzata di riservatezza. Dovrebbe fornire strumenti culturali e conoscitivi per esercitare la libertà in modo responsabile.
La libertà che riguarda gli altri
Il ragionamento cambia quando una decisione coinvolge persone che non hanno partecipato alla scelta. Un individuo adulto può accettare personalmente le conseguenze della divulgazione di una propria informazione. Ma non può estendere automaticamente quella decisione a chiunque compaia nel contenuto. Una fotografia familiare può riguardare il coniuge, i figli, i parenti o altre persone presenti. Un racconto personale può rendere riconoscibile qualcuno che non desidera essere coinvolto. Una pubblicazione relativa a una malattia può contenere informazioni sanitarie appartenenti anche ad altri membri della famiglia. In queste circostanze, la libertà di espressione di chi pubblica entra in relazione con gli interessi e i diritti delle persone coinvolte. Non possiamo risolvere ogni situazione attraverso un divieto generale. Il contesto, la natura delle informazioni, le autorizzazioni e le norme applicabili possono modificare profondamente la valutazione.
Ma dobbiamo riconoscere un principio: disporre materialmente di un’informazione non significa possedere una libertà illimitata di divulgarla. Il problema è particolarmente delicato quando riguarda i minori. Un bambino può non comprendere la pubblicazione di una fotografia, la conservazione dell’immagine o la possibilità che altre persone vi accedano. La sua assenza di opposizione non equivale necessariamente a una decisione consapevole. L’adulto che pubblica dovrebbe quindi considerare non soltanto il proprio desiderio di condividere, ma anche gli interessi del minore. È una responsabilità che precede la ricerca di eventuali danni.
L’adulto che dovrebbe sapere
La presenza dei minori introduce una questione che abbiamo già affrontato nello studio sulla Patente digitale: il rapporto tra disponibilità degli strumenti, capacità personale e responsabilità di chi ne consente l’utilizzo. Ma in questa indagine il problema assume una prospettiva diversa. Non ci chiediamo soltanto se un bambino sia sufficientemente preparato per utilizzare autonomamente un dispositivo connesso. Ci domandiamo anche quanto sia preparato l’adulto che decide di introdurre la vita del bambino negli ambienti digitali. Un genitore può conoscere le impostazioni di riservatezza, controllare l’accesso ai dispositivi e limitare alcune funzioni. Può tuttavia non aver considerato il significato della pubblicazione di immagini o informazioni relative ai figli. La competenza tecnica dell’adulto non garantisce automaticamente una valutazione adeguata degli interessi del minore.
Questo aspetto è importante perché il bambino può essere esposto attraverso decisioni alle quali non partecipa. Non ha necessariamente un account. Non pubblica alcuna fotografia. Non racconta la propria giornata e non sceglie chi debba conoscere determinati aspetti della sua vita. Eppure può sviluppare una presenza digitale costruita da altri. L’adulto che prende quelle decisioni non può giustificarle soltanto affermando di aver utilizzato correttamente gli strumenti disponibili. Deve anche poter spiegare per quale ragione abbia ritenuto appropriato impiegarli in quel modo. La responsabilità non deriva esclusivamente dalla conoscenza delle funzioni. Deriva dal ruolo che l’adulto esercita nei confronti della persona coinvolta.
La protezione che non deve diventare controllo assoluto
Il riconoscimento della responsabilità adulta non deve condurci a considerare il minore come un soggetto privo di diritti di partecipazione. Proteggere non significa necessariamente sorvegliare ogni comportamento, impedire qualsiasi comunicazione o sostituirsi continuamente alle sue decisioni. Le esigenze cambiano con l’età, la maturità, le circostanze e le capacità progressivamente acquisite. Un bambino piccolo richiede forme di tutela differenti da quelle appropriate per un adolescente. La protezione della riservatezza deve essere considerata insieme alle possibilità di espressione, relazione, apprendimento e partecipazione. Il Commento generale n. 25 del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia riconosce proprio questa complessità: i diritti dei minori devono essere rispettati e protetti anche negli ambienti digitali, senza ridurre la tutela all’esclusione dalla tecnologia. Questo principio impedisce di trasformare la responsabilità educativa in una richiesta indiscriminata di controllo.
L’obiettivo dovrebbe essere accompagnare la formazione di una capacità di giudizio, non sostituirla permanentemente con decisioni imposte dall’esterno. La protezione è particolarmente necessaria quando la persona non possiede ancora gli strumenti per valutare autonomamente le conseguenze. Ma l’educazione deve contribuire a sviluppare proprio quegli strumenti. Altrimenti rischiamo di costruire individui abituati a seguire prescrizioni senza averne compreso le ragioni.
La responsabilità che appartiene alle piattaforme
Concentrarsi sulle decisioni umane non significa cancellare le responsabilità di chi progetta e gestisce gli ambienti digitali. Le piattaforme determinano una parte importante delle condizioni nelle quali gli utenti comunicano. Stabiliscono quali funzioni mettere a disposizione, come presentarle, quali comportamenti facilitare e quali livelli di protezione applicare. Queste decisioni possono incidere sulla comprensibilità delle scelte e sulla possibilità concreta di tutelare le informazioni. Una piattaforma che presenta impostazioni ambigue può rendere più difficile una decisione consapevole. Un servizio che non protegge adeguatamente i dati può esporre gli utenti a rischi indipendenti dai loro comportamenti. Un sistema progettato senza considerare le esigenze dei minori può compromettere diritti che richiedono particolare tutela. La responsabilità individuale non elimina questi obblighi. Ma non possiamo nemmeno attribuire alla piattaforma tutte le decisioni dell’utilizzatore.
Se un servizio permette di condividere volontariamente un’informazione, non significa necessariamente che quella condivisione sia appropriata. Se offre una protezione, non significa che la sua presenza renda superfluo il giudizio. La responsabilità deve essere distribuita secondo il ruolo effettivamente esercitato da ciascun soggetto. Chi progetta deve rispondere delle caratteristiche e degli obblighi del servizio. Chi utilizza deve valutare le proprie decisioni nei limiti delle conoscenze e delle possibilità ragionevolmente disponibili. Chi commette un abuso deve rispondere della propria condotta. Confondere questi livelli produce spiegazioni semplici, ma difficilmente utili.
Non basta insegnare a evitare gli errori
Una parte dell’educazione digitale viene spesso organizzata attraverso esempi di comportamenti da evitare. Non comunicare la password. Non aprire collegamenti sospetti. Non inviare informazioni a sconosciuti. Non pubblicare contenuti che potrebbero esporre dati personali. Sono indicazioni che possono avere una funzione importante, soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento. Ma la vita digitale presenta situazioni che non possono essere risolte attraverso una sequenza di divieti. Come dovrebbe comportarsi una persona che desidera raccontare pubblicamente una malattia per aiutare altri pazienti? Quale livello di riservatezza è appropriato per una fotografia familiare? In quali circostanze una testimonianza personale può coinvolgere illegittimamente la vita di un’altra persona? Le risposte richiedono valutazioni contestuali. L’educazione dovrebbe quindi proporre anche problemi nei quali non esista una soluzione immediata, mostrando come distinguere le informazioni rilevanti e comprendere quali interessi siano coinvolti.
Una persona dovrebbe saper spiegare non soltanto come ha protetto un contenuto, ma perché ha deciso di comunicarlo. Dovrebbe riconoscere i limiti degli strumenti utilizzati e comprendere che la sicurezza delle informazioni dipende anche da condizioni che non controlla. Dovrebbe infine distinguere tra una scelta che riguarda soltanto se stessa e una decisione che coinvolge altre persone. Questa capacità non elimina gli errori. Ma rende possibile riconoscerli e comprenderne le conseguenze.
Dalla competenza alla coscienza della decisione
Siamo partiti da una domanda apparentemente semplice: che cosa significa chiamare amico qualcuno che non conosciamo? Nel corso dell’indagine abbiamo scoperto che la risposta coinvolge questioni più ampie. Riguarda la fiducia, la capacità di selezionare i destinatari, il valore attribuito alle informazioni personali e i limiti della protezione tecnica. Riguarda la differenza tra ciò che possiamo fare e ciò che scegliamo di fare. E riguarda la nostra disponibilità a riconoscere che una decisione presa davanti a uno schermo continua a produrre effetti nella vita delle persone. Non basta quindi parlare di competenza come capacità di eseguire operazioni. Occorre considerare la coscienza della decisione, intesa come capacità di riconoscere il significato delle proprie azioni, gli interessi coinvolti e i limiti delle proprie conoscenze.
Non stiamo introducendo una nuova categoria giuridica né una qualità morale misurabile attraverso un semplice esame. Stiamo descrivendo un’esigenza educativa. Una persona può conoscere perfettamente il funzionamento di un social network e non aver mai riflettuto sul valore attribuito alla parola «amico». Può saper selezionare una lista di destinatari senza conoscere realmente la composizione di quella lista. Può proteggere accuratamente il proprio account e divulgare informazioni che desidererebbe mantenere riservate. Può perfino considerarsi molto attenta alla privacy, senza aver riconosciuto le conseguenze di alcune proprie abitudini. La competenza diventa più completa quando permette di individuare queste contraddizioni e affrontarle consapevolmente.
L’ultima domanda
La domanda posta all’inizio dell’indagine rimane aperta, ma ora possiamo formularla con maggiore precisione. Nella vita quotidiana distinguiamo abitualmente tra amici, conoscenti e sconosciuti. Nell’ambiente digitale possiamo decidere consapevolmente di oltrepassare quei confini, desiderare nuovi rapporti o attribuire alla comunicazione pubblica un valore superiore alla riservatezza. Non sarebbe corretto descrivere ciascuna di queste scelte come un errore. Diventa invece pertinente chiedersi se la scelta sia stata davvero compiuta: se l’individuo abbia riconosciuto il pubblico, il valore dell’informazione, gli interessi altrui e i limiti del controllo successivo, oppure se abbia agito senza interrogarsi su nessuno di questi aspetti.
Ed è questa possibilità che rende necessaria un’educazione capace di andare oltre la spiegazione degli strumenti. Non per impedire alle persone di comunicare, ma per aiutarle a riconoscere ciò che stanno decidendo. Non per attribuire loro la responsabilità di ogni comportamento scorretto altrui, ma per renderle consapevoli delle conseguenze ragionevolmente prevedibili delle proprie azioni. Non per sostituire il giudizio individuale con una regola universale, ma per sviluppare proprio quel giudizio. Perché non è sufficiente conoscere il significato tecnico della parola «amici». Dobbiamo ancora sapere che cosa significhi per noi. E soprattutto dobbiamo comprendere che cosa siamo disposti ad affidare alle persone che abbiamo deciso di chiamare così.
Come quadro di competenze, il DigComp 2.2 della Commissione europea include la protezione dei dati e della riservatezza. Gli esperimenti di Masur, DiFranzo e Bazarova invitano però a non assumere che conoscenze e avvisi si traducano sempre in comportamenti diversi.