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“Le parole restano.”

Sharenting, identità dei minori e manipolazione delle immagini nell’era dell’intelligenza artificiale.

Un ricordo per qualcuno, un’esposizione per qualcun altro

Un bambino sta festeggiando il compleanno. Davanti a lui c’è una torta, intorno gli amici, qualcuno scatta una fotografia mentre cerca di spegnere le candeline. Poche ore dopo, quell’immagine compare su Facebook, accompagnata dagli auguri dei genitori e dai commenti di parenti e conoscenti. È una scena familiare, apparentemente priva di qualsiasi elemento problematico. Nella maggior parte dei casi, nessuno dei presenti ha intenzione di arrecare un danno.

Quel bambino, però, non sa di essere diventato il protagonista di una pubblicazione. Non conosce la differenza tra una fotografia conservata nell’album di famiglia e un’immagine distribuita attraverso una piattaforma digitale. Non può sapere quante persone la vedranno, chi potrà copiarla o se, crescendo, sarà ancora disposto a riconoscersi in quel momento che altri hanno scelto di rendere pubblico.

Immaginiamo che siano trascorsi vent’anni. Il bambino è diventato adulto, ha costruito la propria identità e un modo personale di presentarsi agli altri. Un giorno ritrova quella fotografia, ancora accessibile online. Potrebbe sorridere, provare nostalgia oppure sentirsi imbarazzato. Potrebbe persino desiderare che nessuno la vedesse più.

Non occorre che la fotografia sia offensiva o compromettente. Una situazione che un genitore considera tenera o divertente può essere vissuta diversamente dalla persona che vi compare. L’innocenza dell’intenzione originaria non garantisce che il giudizio rimanga identico nel tempo.

C’è una differenza tra provare imbarazzo davanti a una vecchia fotografia ritrovata in casa e scoprire che quella stessa immagine è stata resa accessibile ad altre persone. Nel primo caso il ricordo appartiene a uno spazio familiare relativamente circoscritto. Nel secondo, il protagonista potrebbe non sapere chi l’abbia vista, conservata o condivisa. La fotografia è la stessa, ma la possibilità di decidere che cosa farne non lo è più.

Chi pubblica una fotografia decide nel presente, ma chi vi compare potrebbe dover convivere con quella decisione anche in futuro.

L’infanzia raccontata dagli altri

Il fenomeno ha un nome: sharenting, termine nato dall’unione delle parole inglesi sharing, condividere, e parenting, esercitare il ruolo genitoriale. Descrive l’abitudine di pubblicare sui social fotografie, video, racconti ed elementi della vita dei propri figli.

La condivisione può rispondere a esigenze differenti. I genitori desiderano coinvolgere i familiari lontani, documentare la crescita dei bambini, celebrare un risultato scolastico o raccontare una giornata particolare. Per alcune famiglie i social rappresentano un’estensione delle relazioni quotidiane, un luogo nel quale conservare e condividere ricordi.

Sarebbe semplicistico considerare ogni pubblicazione una manifestazione di irresponsabilità. Le intenzioni possono essere affettuose, le immagini rispettose e il pubblico relativamente ristretto. Il problema emerge osservando ciò che distingue la comunicazione digitale dalla memoria familiare tradizionale: una fotografia pubblicata può essere duplicata, salvata, inoltrata e ricontestualizzata senza che chi l’ha condivisa ne sia informato.

Un album fotografico appartiene a uno spazio fisico e relazionale abbastanza definito. Una pubblicazione online entra invece in un ambiente nel quale visibilità, conservazione e distribuzione dipendono anche dalle caratteristiche tecniche della piattaforma e dalle azioni delle persone che vi accedono. Le impostazioni di riservatezza possono limitare il pubblico iniziale, ma non impediscono necessariamente a chi vede un’immagine di conservarne o inoltrarne una copia.

Un genitore può raccontare l’infanzia del figlio attraverso decine o centinaia di pubblicazioni, anticipando la costruzione di un’identità digitale che quel figlio non ha ancora scelto di possedere. Il bambino rischia così di ricevere in eredità una rappresentazione pubblica già elaborata da altri, composta da immagini, episodi familiari, difficoltà, successi e momenti che potrebbe non desiderare condividere.

Non si tratta di negare il ruolo dei genitori nella custodia dei ricordi familiari. Si tratta di riconoscere che custodire un ricordo e renderlo pubblico sono due decisioni differenti.

Il futuro adulto e il diritto di cambiare

Crescendo, cambiamo continuamente il rapporto con il nostro passato. Alcuni ricordi acquistano importanza, altri perdono significato, altri ancora diventano episodi che preferiamo non raccontare. Questa possibilità di selezionare ciò che condividiamo contribuisce alla costruzione della nostra identità personale.

Lo sharenting introduce una particolarità: una parte di quel racconto può essere stata resa pubblica prima che il protagonista avesse gli strumenti necessari per partecipare alla decisione.

Pensiamo alle fotografie di un bambino mentre piange, a un video di una caduta considerata buffa dagli adulti, al racconto di una difficoltà scolastica oppure alla documentazione di una condizione medica. Per il genitore possono rappresentare episodi importanti o momenti di quotidianità. Per il figlio adolescente potrebbero costituire un motivo di disagio, specialmente se raggiungono compagni di scuola, conoscenti o persone estranee alla famiglia.

Nel 2019 Gaëlle Ouvrein e Karen Verswijvel hanno pubblicato uno studio basato su gruppi di discussione con 46 adolescenti tra dodici e quattordici anni. Pur manifestando generalmente fiducia nei genitori, alcuni partecipanti descrivevano imbarazzo e divergenze tra l’immagine che desideravano costruire di sé e quella proposta dalle pubblicazioni degli adulti. Chiedevano di rispettare determinati confini: quali contenuti condividere, con quale frequenza e con quale coinvolgimento del diretto interessato.

Uno studio qualitativo con 46 partecipanti non permette di stabilire quanti adolescenti, nella popolazione generale, vivano esperienze analoghe. Documenta però un conflitto meritevole di ulteriori ricerche. Nel giugno 2026 una revisione di Osman Akay pubblicata su Frontiers in Psychology ha esaminato 252 pubblicazioni sullo sharenting. Tra i 102 contributi della sintesi narrativa, soltanto otto incorporavano direttamente la prospettiva di bambini o adolescenti.

La voce dei minori nella ricerca sullo sharenting

8 studi su 102 includono direttamente la prospettiva dei minori

8 con prospettiva dei minori · 94 altri contributi

Fonte: Akay, Frontiers in Psychology (2026), sintesi narrativa. Studio originale.

Non disponiamo ancora di una base sufficientemente solida di studi longitudinali per affermare che lo sharenting provochi sistematicamente disagi psicologici permanenti. Possiamo però riconoscere un problema di autonomia personale già nel presente. Il disagio non deriva necessariamente dal contenuto della fotografia, ma anche dal fatto che qualcun altro abbia deciso quali aspetti della nostra vita rendere conoscibili.

Possiamo chiamarla autonomia narrativa: la possibilità di contribuire a decidere come la propria storia viene raccontata agli altri. Non è una nuova categoria giuridica né un diritto illimitato a cancellare il passato. È un principio interpretativo che riconosce come una persona, crescendo, acquisisca una voce sempre più importante nelle decisioni che riguardano la propria rappresentazione.

Una fotografia autentica può diventare qualcosa che non è mai esistito

L’intelligenza artificiale generativa aggiunge a questa discussione un elemento che modifica profondamente il problema. Ai rischi dell’esposizione indesiderata e della circolazione fuori contesto si aggiunge la possibilità che una fotografia diventi il materiale di partenza per costruire una rappresentazione artificiale della persona ritratta.

Le tecniche image-to-image e di face-swapping consentono, con modalità differenti, di modificare una scena o trasferire le caratteristiche facciali di una persona in un’altra immagine. Alcuni sistemi usano modelli già addestrati e possono impiegare un singolo scatto sufficientemente nitido, senza dover addestrare da zero un modello per quella specifica persona.

Non significa che ogni fotografia permetta di generare un falso perfetto: la qualità dipende dall’immagine, dal metodo e dal contesto. La letteratura tecnica documenta tuttavia manipolazioni riconoscibili ottenute con immagini di riferimento e modelli preaddestrati. Non possiamo quindi valutare la sicurezza di una fotografia soltanto in base a ciò che mostra: anche un’immagine del tutto innocente può costituire il punto di partenza per una rappresentazione che non ha alcun rapporto con la realtà.

Non ogni modifica costituisce un abuso: l’elaborazione delle immagini ha anche finalità creative e legittime. Il problema nasce quando viene impiegata per attribuire a una persona comportamenti o situazioni inesistenti senza il suo consenso e con conseguenze lesive. Il caso approfondito in Una foto normale può diventare una violenza sintetica mostra perché sia essenziale distinguere la falsità della scena dalla realtà del danno. La fotografia non è cambiata. Sono cambiate le possibilità di utilizzarla.

Il rischio documentato delle immagini sintetiche

Nel caso dei minori, una rappresentazione artificiale può essere usata per umiliare, molestare, ricattare o attribuire a un bambino situazioni di carattere sessuale mai verificatesi. Nel febbraio 2026 UNICEF ha richiamato l’attenzione sulle immagini sessualizzate di minori prodotte o alterate con IA. Nell’ambito del progetto Disrupting Harm, condotto con ECPAT e INTERPOL, indagini rappresentative in undici paesi hanno permesso di stimare che almeno 1,2 milioni di minori, nelle popolazioni considerate, avessero subito nell’anno precedente manipolazioni delle proprie immagini in deepfake sessualmente espliciti.

È una stima statistica riferita ai paesi studiati, non un conteggio mondiale di casi denunciati. Non indica neppure quanti abusi siano partiti da fotografie pubblicate dai genitori: le immagini possono provenire da profili personali, chat, archivi e molte altre fonti.

La falsità dell’immagine non rende immaginarie le conseguenze sulle relazioni, sulla reputazione e sul benessere. Occorre evitare due errori opposti: minimizzare l’abuso perché l’episodio raffigurato non è accaduto e considerare ogni fotografia familiare online il preludio inevitabile a una manipolazione. La prevenzione richiede di valutare possibilità, gravità e misure concrete, senza trasformare il rischio in certezza.

Anche chi manipola può essere un adolescente

Gli abusi tecnologici vengono spesso associati ad adulti sconosciuti e a competenze specialistiche. L’IA generativa impone di considerare situazioni più vicine alla vita quotidiana. Un adolescente può ottenere una fotografia di un compagno tramite un social o una chat di classe, modificarla e distribuirla in un gruppo, considerandola uno scherzo oppure utilizzandola intenzionalmente per umiliare qualcuno.

La facilità tecnica con cui un contenuto viene prodotto non coincide con la capacità di valutarne gli effetti. Un ragazzo può non comprenderne le implicazioni, oppure essere perfettamente consapevole della finalità offensiva. Nel luglio 2026 Common Sense Media ha pubblicato una ricerca su 1.314 adolescenti statunitensi tra tredici e diciassette anni: il 44% aveva visto immagini sessualizzate prodotte con IA; circa un quinto aveva dichiarato di averne create oppure di conoscere qualcuno che lo aveva fatto. Nel sottogruppo, quasi due terzi avevano segnalato immagini riferite a persone conosciute personalmente. Il 20% dell’intero campione aveva discusso del fenomeno con un adulto di fiducia.

Adolescenti e immagini sessualizzate con IA

Ha visto immagini di questo tipo: 44%

Ne ha parlato con un adulto di fiducia: 20%

Le due percentuali si riferiscono all’intero campione, ma a esperienze differenti: non misurano lo stesso gruppo di persone.

Fonte: Common Sense Media, 2026, campione USA di 1.314 adolescenti tra 13 e 17 anni.

I risultati non sono automaticamente trasferibili alla popolazione italiana e non significano che un adolescente su cinque realizzi personalmente deepfake sessualizzati. Mostrano, però, che il fenomeno può coinvolgere amicizie, compagni di scuola ed ex partner. Una falsa immagine può circolare tra persone che conoscono la vittima, alimentare derisione o isolamento, continuare a essere condivisa dopo la rimozione originaria.

La prevenzione non dovrebbe limitarsi a insegnare ai ragazzi come proteggere le proprie fotografie. Dovrebbe spiegare anche il significato del consenso, il rispetto dell’identità altrui e le conseguenze della creazione e della diffusione di contenuti lesivi. La tecnologia rende possibile un’azione, non la rende automaticamente accettabile.

Il consenso dei genitori non esaurisce la questione

Spieghiamo ai bambini che non devono pubblicare immagini dei compagni senza permesso, ma alcuni adulti considerano normale rendere pubblici episodi della vita dei figli senza coinvolgerli nella decisione. Non possiamo chiedere a un bambino molto piccolo una valutazione consapevole delle conseguenze digitali: proprio per questo la responsabilità degli adulti richiede prudenza. Quando il figlio cresce, ascoltarne le preferenze, rispettare un rifiuto e spiegare chi vedrà una fotografia sono già forme di educazione al consenso.

Il provvedimento n. 314 del 29 aprile 2026 del Garante per la protezione dei dati personali ha esaminato la pubblicazione sui social di fotografie di figli minori di quattordici anni senza il consenso dell’altro genitore. La decisione richiama la tutela dell’immagine e della futura autodeterminazione digitale. Non implica che ogni fotografia familiare pubblicata online costituisca una violazione: ricorda che la finalità affettiva non elimina i diritti delle persone rappresentate.

Chi educa, allora, gli adulti che prendono decisioni digitali per conto dei figli? La nostra guida Prima della patente – Per i genitori affronta proprio le scelte e le responsabilità che precedono l’autonomia digitale dei bambini. La Patente Digitale, nella prospettiva educativa di Dietro la macchina, non dovrebbe riguardare esclusivamente i minorenni che iniziano a navigare. Dovrebbe diventare anche un percorso di alfabetizzazione etica per gli adulti e i genitori, che devono comprendere non solo il funzionamento tecnico delle piattaforme ma le conseguenze delle decisioni assunte per altre persone.

La competenza tecnica permette di pubblicare una fotografia e limitarne la visibilità. La consapevolezza etica impone una domanda ulteriore: quella fotografia deve necessariamente essere pubblicata? Potremmo descrivere il cambiamento culturale come il passaggio dal presunto diritto di cronaca familiare al dovere di custodia digitale. Sono espressioni editoriali, non istituti giuridici autonomi: la prima descrive la convinzione di poter raccontare pubblicamente la vita familiare senza limiti; la seconda propone di preservare, per quanto possibile, la futura libertà del figlio di decidere come presentarsi agli altri.

Una Patente Digitale capace di affrontare il problema dovrebbe aiutare gli adulti a capire non soltanto come proteggere una fotografia, ma anche perché, talvolta, la scelta più rispettosa consiste nel non pubblicarla.

La responsabilità non termina con la pubblicazione

Sarebbe ingiusto attribuire automaticamente ai genitori la responsabilità di un abuso commesso da terzi. Chi manipola un’immagine per danneggiare una persona risponde della propria condotta nei termini previsti dalle norme applicabili. Parlare di responsabilità distribuita non significa distribuire indistintamente le colpe: la prudenza della famiglia, l’azione dell’autore dell’abuso e gli obblighi delle piattaforme appartengono a piani diversi.

La legge italiana n. 132 del 23 settembre 2025 ha introdotto l’articolo 612-quater del Codice penale, relativo alla diffusione illecita di contenuti generati o alterati mediante IA. Nei casi in cui ricorrono i requisiti previsti, tra cui l’idoneità a ingannare sull’autenticità e il danno ingiusto, la norma prevede pene da uno a cinque anni di reclusione. Non qualsiasi modifica fotografica costituisce automaticamente un reato; per gli abusi che coinvolgono minori possono inoltre essere rilevanti altre disposizioni.

Le piattaforme, a loro volta, ospitano, distribuiscono e raccomandano contenuti. Il Digital Services Act europeo disciplina, tra l’altro, la trasparenza dei parametri principali dei sistemi di raccomandazione e gli obblighi di protezione dei minori per le piattaforme a essi accessibili.

Tre responsabilità, tre decisioni differenti
Genitori

Custodia e decisione di pubblicare

Autori degli abusi

Manipolazione e diffusione lesiva

Piattaforme

Obblighi di distribuzione, segnalazione e tutela

Responsabilità distinte, non colpe equivalenti.

Una famiglia può adottare precauzioni ragionevoli senza diventare responsabile dell’eventuale abuso altrui. Allo stesso tempo, le precauzioni individuali non sostituiscono gli obblighi di chi progetta e gestisce infrastrutture digitali.

L’immagine e l’ecologia dell’informazione

La diffusione incontrollata delle immagini personali e la possibilità di produrne versioni artificiali difficili da riconoscere possono incidere sulla qualità dell’ambiente informativo. Possiamo descrivere alcuni effetti come una forma di inquinamento dell’ecosistema informativo: non perché ogni fotografia familiare sia nociva, ma perché perdita del contesto, circolazione non prevista e falsificazioni possono rendere difficile ricostruire ciò che è realmente accaduto.

Il collegamento con il nostro percorso di Ecologia dell’Informazione nasce da qui. Non basta valutare la quantità dei contenuti o la velocità con cui circolano: occorre considerare provenienza, attendibilità, pertinenza ed effetti sulle persone rappresentate. Una fotografia autentica può essere associata a informazioni inesatte, raggiungere persone estranee alla famiglia o essere il riferimento per un’immagine inventata.

Un contenuto sintetico ingannevole può continuare a produrre effetti anche dopo la smentita. L’ecologia dell’informazione deve quindi interrogarsi non soltanto su come riconoscere un falso, ma anche sulle condizioni che ne permettono la produzione, sui meccanismi che ne amplificano la diffusione e sulle responsabilità di chi li gestisce. Proteggere l’identità digitale dei minori significa contribuire a un ambiente nel quale disponibilità tecnica e diritto di utilizzo non siano confusi.

Il bambino che un giorno ci chiederà perché

Torniamo alla fotografia del compleanno. Sono passati vent’anni, il bambino è adulto e l’immagine è ancora online. Potrebbe trovarla divertente, conservarla e ringraziare i genitori per aver documentato la sua infanzia. Ma potrebbe anche desiderare che non fosse mai stata pubblicata.

Il futuro adulto non è un estraneo rispetto al bambino di oggi. È la stessa persona, con una capacità progressivamente maggiore di comprendere, scegliere e attribuire significato alla propria storia. La manipolazione artificiale rende più urgente la riflessione, ma non deve oscurare la questione precedente: il diritto di partecipare alla costruzione della propria identità pubblica.

Forse dovremmo smettere di domandarci soltanto se una fotografia sia abbastanza innocente da poter essere pubblicata e cominciare a chiederci se chi vi compare potrebbe desiderare, un giorno, che fosse rimasta privata. Una fotografia può essere un ricordo per chi la pubblica e un’esposizione indesiderata per chi vi compare. E non tutto ciò che siamo autorizzati a condividere è necessariamente qualcosa che abbiamo buone ragioni per rendere pubblico.

Fonti e approfondimenti

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