Sul tram del mattino i passeggeri si ignorano con quella naturalezza che appartiene alla vita delle città. Qualcuno legge, qualcuno osserva distrattamente ciò che accade fuori dal finestrino, altri consultano il telefono. Le persone siedono una accanto all’altra, condividono per qualche minuto uno spazio ristretto e, nella maggior parte dei casi, non si scambiano neppure una parola. Non c’è necessariamente ostilità in questo comportamento. È una convenzione sociale, una forma di discrezione reciproca. Non abbiamo motivo di rivolgerci a chiunque incontriamo, né siamo obbligati a raccontare qualcosa di noi alle persone che occupano il sedile accanto.
Un uomo guarda lo schermo del proprio smartphone. Ha appena aperto Facebook per leggere qualche aggiornamento. Accanto a lui siede un altro passeggero, probabilmente della sua stessa età. Non si conoscono. Non ricordano di essersi mai incontrati, non hanno amici comuni che sappiano riconoscere e non hanno alcuna ragione per iniziare una conversazione. A un certo punto, il secondo passeggero interrompe il silenzio.
«Mi dispiace per quello che le sta succedendo.»
L’uomo solleva gli occhi dal telefono. Per qualche istante rimane incerto, convinto che lo sconosciuto si sia rivolto alla persona sbagliata.
«Mi scusi, ci conosciamo?»
«No, non personalmente. Ma ho letto della sua malattia. Spero che le cure vadano bene.»
La sorpresa è comprensibile. Qualche giorno prima l’uomo aveva raccontato su Facebook di aver ricevuto una diagnosi importante. Aveva parlato del ricovero, delle difficoltà che stava affrontando e della terapia che avrebbe dovuto iniziare. Aveva ricevuto messaggi di incoraggiamento, qualche telefonata e numerose manifestazioni di solidarietà. Non ricordava, però, di aver raccontato quelle cose a uno sconosciuto incontrato su un tram.
«È per caso tra i miei amici su Facebook?»
«No. Ho visto quello che ha scritto attraverso un’altra persona.»
La risposta non risolve l’enigma. Anzi, lo rende più interessante. L’uomo seduto accanto conosce una circostanza molto personale della sua vita, mentre lui ignora completamente chi sia il proprio interlocutore. Non conosce il suo nome, non sa dove abiti, che lavoro svolga o per quale ragione abbia avuto accesso a quelle informazioni. Non è necessario immaginare un comportamento illecito. Lo sconosciuto potrebbe aver letto una pubblicazione accessibile a un pubblico esteso, oppure aver ricevuto da qualcuno una copia del messaggio. Sono possibilità differenti, ma conducono allo stesso risultato: un’informazione personale ha raggiunto una persona che il suo autore non conosce. Eppure, se quella mattina il passeggero avesse deciso spontaneamente di raccontare allo sconosciuto la propria diagnosi, probabilmente avrebbe avvertito la singolarità del gesto.
Perché confidare una malattia a una persona che incontriamo casualmente su un mezzo pubblico può sembrarci insolito, mentre pubblicare la stessa notizia su un social network può apparirci del tutto naturale?
La stessa persona, due comportamenti
Lasciamo per un momento i due passeggeri al loro viaggio e immaginiamo una situazione differente. Una persona si trova in vacanza. Fotografa il panorama dalla terrazza dell’albergo, aggiunge il nome della località e pubblica l’immagine su Facebook. Poco dopo racconta che trascorrerà lì le successive due settimane. Non è necessariamente una scelta imprudente. Potrebbe trattarsi di una persona che ha considerato le conseguenze della pubblicazione e non ritiene problematico rendere nota la propria posizione. Ma potrebbe anche essere qualcuno che, incontrando uno sconosciuto per strada, non gli direbbe mai di aver lasciato la propria abitazione incustodita per quindici giorni.
Un altro utente racconta di essere stato ricoverato in ospedale. Pubblica una fotografia dalla camera, descrive i sintomi, indica la terapia prescritta e riceve numerosi messaggi di solidarietà. Anche in questo caso possono esistere ragioni pienamente legittime per condividere una condizione sanitaria. Il sostegno sociale, lo scambio di esperienze e la possibilità di parlare apertamente della malattia hanno un valore reale. Ma è altrettanto possibile che la persona non abbia considerato fino in fondo la quantità e la natura delle informazioni che sta rendendo disponibili.
Un genitore, infine, pubblica una fotografia della figlia mentre gioca in spiaggia. L’immagine gli sembra innocua: è una giornata felice, un ricordo familiare, qualcosa da mostrare agli amici. Sul tram del nostro racconto potrebbe trovarsi anche una delle persone che ha visto quella fotografia. Il genitore non la riconoscerebbe e probabilmente non le mostrerebbe spontaneamente l’immagine della bambina. Eppure quella persona potrebbe averla già osservata, magari insieme ad altre fotografie della famiglia. Sono situazioni differenti, accomunate da una questione che non riguarda esclusivamente la sicurezza informatica. In tutti questi esempi, il problema nasce dalla relazione tra ciò che decidiamo di comunicare, il valore che attribuiamo all’informazione e le persone alle quali concediamo di conoscerla. La tecnologia rende possibile la comunicazione. La decisione di compierla appartiene all’essere umano.
Il significato di uno sconosciuto
Nella vita quotidiana riconosciamo abbastanza facilmente uno sconosciuto. Non sappiamo chi sia e, di conseguenza, non possiamo attribuirgli automaticamente familiarità, affidabilità o intenzioni favorevoli. Questa condizione non comporta necessariamente diffidenza. Possiamo chiedere informazioni a uno sconosciuto, conversare con lui, aiutarlo o ricevere aiuto. La vita sociale sarebbe impossibile se considerassimo pericoloso chiunque non conosciamo. Ma essere disposti a parlare con una persona non significa attribuirle il diritto di conoscere qualsiasi aspetto della nostra esistenza. Esistono informazioni che comunichiamo pubblicamente, altre che riserviamo ai conoscenti, altre ancora che confidiamo soltanto a persone con le quali abbiamo costruito un rapporto particolare. Non seguiamo sempre regole esplicite, ma utilizziamo continuamente criteri di opportunità, familiarità e fiducia.
Raccontare a un collega che partiremo per le vacanze non equivale a consegnargli le chiavi di casa. Parlare con un conoscente della nostra salute non significa necessariamente renderlo partecipe di ogni dettaglio clinico. Mostrare a un amico la fotografia di un figlio non implica che quella fotografia possa essere distribuita indiscriminatamente. La distinzione non dipende soltanto dalla natura dell’informazione. Dipende anche dal destinatario, dal contesto e dalle conseguenze che siamo disposti ad accettare. Non sempre questi criteri vengono applicati con la stessa attenzione nell’ambiente digitale. È questa possibilità, non una presunta incapacità generale degli utilizzatori, che vogliamo indagare.
La scelta che precede il pulsante
Facebook permette di selezionare il pubblico delle pubblicazioni. Dispone di impostazioni attraverso le quali una persona può limitare la visibilità dei contenuti e organizzare, entro le possibilità offerte dal servizio, i propri collegamenti. Sono strumenti importanti, ma il loro utilizzo presuppone una decisione che nessuna impostazione può compiere autonomamente al posto dell’utente: stabilire chi debba ricevere una determinata informazione e per quale ragione.
Una persona può conoscere perfettamente il funzionamento del selettore di pubblico e non utilizzarlo perché desidera comunicare con chiunque. Un’altra può ignorarne l’esistenza. Una terza può scegliere di pubblicare soltanto per gli amici, senza aver mai riflettuto sulla composizione effettiva di quella categoria. Il comportamento tecnico può apparire simile, ma le motivazioni e il livello di consapevolezza sono differenti. Dobbiamo quindi evitare un equivoco: utilizzare tutte le protezioni disponibili non è, di per sé, una dimostrazione di competenza digitale. Allo stesso modo, rinunciare a una protezione non è necessariamente una prova di ignoranza.
Una persona che pubblica consapevolmente informazioni prive di particolare importanza per la propria riservatezza può compiere una scelta ragionata. Un’altra, pur attivando correttamente ogni impostazione, può rivelare informazioni delicate senza comprenderne la portata. Il problema non è semplicemente sapere dove premere. È comprendere che cosa si sta decidendo.
Il valore che abbiamo smesso di interrogare
La diffusione dei social network ha reso abituali comportamenti che un tempo richiedevano circostanze differenti. Raccontare un’esperienza personale, mostrare una fotografia, comunicare dove ci troviamo o rendere nota una difficoltà può richiedere pochi secondi. La facilità dell’operazione non determina necessariamente una diminuzione della prudenza. Ma può ridurre le occasioni nelle quali ci soffermiamo a valutare il significato della nostra scelta. Nella vita quotidiana non tutte le informazioni possiedono lo stesso valore. Eppure, attraverso un social, possiamo pubblicare con la medesima procedura la fotografia della colazione e una notizia riguardante una grave condizione di salute. Il dispositivo non ci obbliga a considerarle equivalenti. Siamo noi a dover riconoscere che non lo sono.
In questa differenza comincia a emergere una forma di ignoranza digitale che non coincide con la mancanza di abilità tecniche. Possiamo conoscere molto bene uno strumento senza aver sviluppato criteri adeguati per valutare tutte le conseguenze del suo utilizzo. L’ignoranza digitale, in questa accezione, non è soltanto ciò che non sappiamo della tecnologia. È anche ciò che non riconosciamo delle nostre decisioni mentre la utilizziamo. Possiamo essere consapevoli che una fotografia verrà pubblicata senza esserci domandati perché pubblicarla. Possiamo sapere che un messaggio sarà visibile ai nostri amici senza aver valutato chi siano realmente quelle persone. Possiamo attribuire grande importanza alla nostra riservatezza e, contemporaneamente, renderne disponibili alcuni aspetti senza avvertire alcuna contraddizione.
Non è detto che questi comportamenti siano diffusi in modo uniforme, né che derivino tutti dalla stessa causa. Abitudini, desiderio di relazione, ricerca di riconoscimento, convenzioni sociali e valutazioni consapevoli possono contribuire in misura diversa. Il compito della nostra indagine sarà distinguere questi fattori, non attribuire indiscriminatamente un giudizio di irresponsabilità a chiunque utilizzi i social. Rimane però una domanda che non possiamo eludere: perché alcune persone sembrano attribuire un valore diverso alla medesima informazione a seconda che venga comunicata nella vita fisica oppure attraverso un dispositivo connesso?
La vita privata degli altri
Finora abbiamo immaginato persone che condividono informazioni riguardanti se stesse. Ma una decisione digitale può coinvolgere anche individui che non hanno scelto di partecipare. Una fotografia familiare può mostrare altre persone. Il racconto di una difficoltà economica può rivelare circostanze che riguardano il coniuge. La descrizione di un conflitto personale può esporre qualcuno a giudizi pubblici. Le immagini di un bambino possono costruire una presenza digitale prima ancora che il minore abbia la possibilità di comprenderne il significato. In questi casi non è sufficiente osservare che chi pubblica ha accettato personalmente un certo livello di esposizione. La scelta coinvolge anche altre persone.
Il genitore che condivide una fotografia della figlia non sta comunicando soltanto qualcosa della propria esperienza. Sta rendendo disponibile un’immagine appartenente anche alla vita di un’altra persona, la quale potrebbe non aver avuto alcuna possibilità effettiva di esprimere il proprio consenso. Questo non significa che ogni fotografia familiare pubblicata costituisca automaticamente un illecito o produca un danno. Significa che la valutazione delle conseguenze non può fermarsi alle preferenze dell’adulto. La responsabilità digitale comincia a diventare particolarmente importante proprio nel momento in cui le nostre azioni coinvolgono persone diverse da noi. E la competenza richiesta non consiste soltanto nel comprendere come funziona uno strumento, ma nel riconoscere chi può essere interessato dalle decisioni che prendiamo attraverso di esso.
La normalità non dimostra la consapevolezza
Torniamo al tram. I due passeggeri non hanno commesso necessariamente alcun errore. L’uomo che ha pubblicato la notizia della propria malattia potrebbe aver desiderato renderla pubblica. Lo sconosciuto potrebbe averla letta legittimamente e aver espresso una solidarietà sincera. La scena non dimostra un comportamento irresponsabile. Mostra una possibilità che merita di essere interrogata: una persona può conoscere dettagli intimi della vita di un’altra senza che tra loro esista alcuna relazione. Il punto non è stabilire che questa possibilità debba essere sempre impedita. Il punto è comprendere se coloro che la rendono possibile attraverso le proprie scelte ne siano realmente consapevoli.
Un comportamento non diventa necessariamente prudente perché milioni di persone lo ripetono. La diffusione di un’abitudine non costituisce una prova della sua sicurezza, così come la sua novità non dimostra che sia sbagliata. Per giudicarla occorrono criteri. Dobbiamo conoscere ciò che stiamo rendendo disponibile, distinguere le informazioni che riguardano soltanto noi da quelle che coinvolgono altri, valutare le persone alle quali concediamo accesso e comprendere le possibili conseguenze della circolazione. In assenza di questa valutazione, anche uno strumento perfettamente funzionante può essere utilizzato in modo inadeguato. Non perché abbia deciso al nostro posto, ma perché gli abbiamo chiesto di eseguire una scelta alla quale non avevamo attribuito sufficiente importanza.
La domanda che rimane
Il tram arriva alla fermata successiva. Lo sconosciuto si alza, saluta e scende. L’uomo rimane seduto con il telefono in mano. Forse tornerà a osservare le pubblicazioni dei propri contatti. Forse scoprirà di conoscere personalmente soltanto una piccola parte delle persone che compongono quella rete. Forse non attribuirà alcuna importanza all’episodio, perché riteneva già pubblica la propria condizione. Ma potrebbe anche domandarsi chi fossero i destinatari ai quali aveva pensato nel momento in cui aveva raccontato della propria malattia. E se quei destinatari coincidessero davvero con tutte le persone che potevano leggerne. Non gli serve una nuova applicazione per formulare questa domanda. Non deve necessariamente modificare alcuna impostazione. Prima ancora di utilizzare gli strumenti di protezione, deve riconoscere il valore della decisione che intende prendere.
È da qui che comincia la differenza tra possedere uno strumento e comprenderne l’utilizzo. Perché lo sconosciuto sul tram rimane uno sconosciuto anche dopo aver conosciuto la nostra malattia, aver visto le fotografie della nostra famiglia o aver scoperto dove trascorreremo le vacanze. E allora dobbiamo domandarci quale rapporto esista tra ciò che normalmente consideriamo riservato e ciò che siamo disposti a rendere disponibile a persone delle quali non sappiamo quasi nulla. La domanda ci conduce inevitabilmente a una parola che utilizziamo ogni giorno, dentro e fuori gli ambienti digitali. Una parola alla quale attribuiamo familiarità, vicinanza e spesso fiducia. Amici. Ma chi abbiamo davvero deciso di chiamare così?
Per distinguere collegamenti e relazioni, il punto di partenza documentale è lo studio di boyd ed Ellison (2007), che chiarisce il significato tecnico dei collegamenti visibili nei social network. La nostra scena del tram resta invece un esempio narrativo.