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“Le parole restano.”
Dietro la macchina · Amici · Capitolo 02 di 07Torna all’indice →

Una richiesta di amicizia compare sullo schermo. Il nome non è familiare, il volto non richiama alcun incontro e la persona che ha inviato la richiesta non ha aggiunto un messaggio per spiegare chi sia. Sotto la fotografia del profilo, tuttavia, compare un’informazione rassicurante: diciassette amici in comune. L’utente osserva qualche immagine, scorre rapidamente le pubblicazioni più recenti e riconosce alcuni nomi. Non trova necessariamente qualcosa che gli permetta di conoscere il richiedente, ma non vede nemmeno ragioni evidenti per rifiutare il collegamento. Accetta. Da quel momento, nell’organizzazione della piattaforma, i due account risultano collegati attraverso una relazione denominata «amicizia». Non è accaduto nulla di straordinario. Non è stato necessario incontrarsi, conversare, condividere un’esperienza o sviluppare una conoscenza reciproca. È bastato un gesto.

Il problema non è che quel gesto sia illegittimo o necessariamente imprudente. I social network permettono di incontrare persone sconosciute, sviluppare relazioni, ritrovare vecchie conoscenze e partecipare a comunità. Molte amicizie autentiche sono nate proprio attraverso Internet, e non esiste alcuna ragione per considerarle inferiori soltanto perché il primo incontro è avvenuto davanti a uno schermo. La questione è un’altra. Che cosa sappiamo della persona alla quale abbiamo appena concesso un posto nella nostra rete di relazioni? Quale valore attribuiamo a quel collegamento? E soprattutto, quali decisioni successive potremmo prendere dando per acquisito un rapporto che non abbiamo mai realmente costruito? Per comprenderlo dobbiamo tornare al significato che attribuiamo all’amicizia, prima ancora di discutere di tecnologia.

Una parola, molte relazioni

Nella lingua quotidiana la parola «amico» non possiede un significato unico e immutabile. Possiamo chiamare amico una persona alla quale confidiamo gli aspetti più delicati della nostra vita, ma anche qualcuno che incontriamo occasionalmente, con il quale condividiamo un interesse o che conosciamo da molti anni senza avere sviluppato particolare intimità. Questa elasticità non è nata con i social network. Le relazioni umane hanno sempre conosciuto livelli differenti di vicinanza, reciprocità e fiducia. Possiamo avere amici d’infanzia che non vediamo da decenni, persone conosciute da poco con le quali sviluppiamo rapidamente un rapporto profondo e conoscenti abituali che non considereremmo mai destinatari delle nostre confidenze. Non è quindi possibile stabilire la qualità di una relazione soltanto attraverso la durata della conoscenza, la frequenza degli incontri o il numero delle conversazioni.

Esiste però una differenza importante tra riconoscere questa varietà e rinunciare a distinguere le persone secondo il rapporto che abbiamo con loro. Nella vita quotidiana lo facciamo continuamente. Non raccontiamo necessariamente a un collega ciò che confidiamo al nostro migliore amico. Non condividiamo tutte le informazioni familiari con un vicino di casa. Non attribuiamo automaticamente a una persona incontrata durante una vacanza la stessa fiducia che abbiamo costruito nei confronti di qualcuno conosciuto da vent’anni. Queste distinzioni non ci impediscono di avere relazioni. Al contrario, ci permettono di stabilire rapporti differenti senza confonderne il significato. Il nostro comportamento sociale è attraversato da una selezione continua. Non sempre consapevole, non necessariamente formalizzata, ma presente. Scegliamo che cosa raccontare, a chi raccontarlo e fino a quale punto desideriamo coinvolgere gli altri nella nostra esistenza.

Quando questa capacità di distinguere viene meno, il problema non riguarda soltanto il valore attribuito all’amicizia. Riguarda il nostro modo di riconoscere la fiducia.

Conoscere qualcuno non significa fidarsi

La fiducia è una valutazione complessa. Non deriva automaticamente dalla conoscenza personale, perché possiamo conoscere molto bene una persona e ritenerla inaffidabile. Allo stesso modo, possiamo accordare una fiducia iniziale a qualcuno che non abbiamo mai incontrato, sulla base di informazioni, comportamenti o referenze che consideriamo sufficienti. Nessuna valutazione del genere offre garanzie assolute. Le persone possono ingannarci, cambiare atteggiamento, commettere errori o utilizzare impropriamente informazioni ricevute in buona fede. Ma l’impossibilità di ottenere certezze non elimina la necessità di valutare. Quando decidiamo di confidare un problema personale, prestare denaro, affidare le chiavi di casa o permettere a qualcuno di occuparsi dei nostri figli, non ci limitiamo normalmente a verificare che quella persona esista. Consideriamo la relazione, le circostanze, le informazioni disponibili e le conseguenze di un eventuale errore.

Nell’ambiente digitale, invece, alcune decisioni possono essere prese attribuendo un peso eccessivo a elementi che dimostrano molto meno di quanto sembri. Un profilo contiene un nome e una fotografia. Mostra pubblicazioni, interessi, commenti e collegamenti con altre persone. Tutti questi elementi possono aiutarci a comprendere chi abbiamo davanti, ma nessuno, isolatamente, certifica l’affidabilità del titolare. Un nome autentico non garantisce sincerità. Una fotografia reale non dimostra intenzioni corrette. Un profilo attivo da molti anni non costituisce una prova di onestà. Persino una persona conosciuta personalmente può non essere un destinatario appropriato di determinate informazioni. La questione fondamentale, dunque, non è soltanto stabilire se l’interlocutore sia realmente chi dichiara di essere. È comprendere che cosa sappiamo di lui e quali ragioni abbiamo per concedergli una determinata forma di fiducia.

La rassicurazione degli amici in comune

Torniamo alla richiesta ricevuta all’inizio del capitolo. Diciassette amici in comune. Quel numero sembrava offrire una garanzia, o almeno un indizio favorevole. Ma che cosa rappresenta realmente? Per rispondere dovremmo conoscere il motivo per cui quelle diciassette persone hanno stabilito un collegamento con il richiedente. Forse alcune lo conoscono personalmente. Altre potrebbero averlo incontrato in un gruppo dedicato a un interesse condiviso. Qualcuno potrebbe aver accettato la richiesta perché aveva notato, a sua volta, numerosi amici in comune. In quest’ultimo caso si produce una situazione interessante. Ogni persona considera rassicurante il collegamento stabilito dalle altre, senza che necessariamente qualcuno abbia acquisito una conoscenza significativa dell’individuo. Il risultato è una possibile circolazione della fiducia fondata su presupposti mai verificati.

Non possiamo sostenere che tutte le reti sociali funzionino in questo modo. I collegamenti comuni possono rappresentare informazioni utili e, in alcune circostanze, permettere verifiche effettive. Ma il loro valore dipende da ciò che sappiamo delle relazioni sottostanti. Il numero, da solo, non basta. Se diciassette sconosciuti ci raccomandassero una diciottesima persona, probabilmente vorremmo sapere chi siano e perché dovremmo considerare attendibile la loro raccomandazione. Nell’ambiente digitale, invece, l’esistenza di collegamenti comuni può apparire sufficientemente rassicurante da rendere superflue ulteriori domande. Questo non dimostra che l’utilizzatore sia stato ingannato dalla piattaforma. È possibile che abbia attribuito volontariamente al dato un significato che esso non può garantire. Ed è proprio qui che la nostra indagine incontra l’ignoranza digitale.

Non necessariamente nella mancanza di informazioni, ma nella difficoltà di riconoscere quanto siano limitate le informazioni che possediamo.

La familiarità costruita senza conoscenza

Una persona può comparire quotidianamente nel nostro ambiente digitale senza che abbiamo mai stabilito con lei un rapporto personale. Vediamo le sue fotografie, leggiamo i commenti, osserviamo le reazioni alle pubblicazioni altrui. Dopo qualche mese possiamo avere la sensazione di conoscerla. Sappiamo che ha un cane, che frequenta determinati luoghi, che segue una squadra di calcio, che possiede certe opinioni e che ha recentemente affrontato una difficoltà familiare. Possediamo molte informazioni su quella persona. Ma quante ne abbiamo realmente verificate? E soprattutto, quante di quelle informazioni ci permettono di comprenderne il carattere, l’affidabilità e il comportamento nei confronti degli altri? La familiarità prodotta dall’esposizione ripetuta non coincide necessariamente con la conoscenza reciproca.

Possiamo sentirci vicini a qualcuno del quale osserviamo regolarmente la vita senza averci mai parlato. Possiamo riconoscerne le abitudini e ignorarne completamente le intenzioni. Possiamo ricordare il compleanno di una persona e non sapere se sarebbe disposta a rispettare una nostra confidenza. Non c’è nulla di necessariamente patologico o scorretto in questa condizione. La conoscenza indiretta è sempre esistita. Leggiamo libri di autori che non abbiamo incontrato, seguiamo personaggi pubblici, ascoltiamo persone alla radio e sviluppiamo opinioni sul loro modo di pensare. La differenza sta nel valore che attribuiamo a quella familiarità. Riconoscere una persona non significa conoscerla. Conoscerne alcuni comportamenti non significa poterne prevedere tutti gli altri. E soprattutto, possedere informazioni sulla sua vita non comporta che esista un rapporto di fiducia reciproca.

Quando queste distinzioni si attenuano, può diventare più facile concedere accesso a informazioni personali sulla base di una vicinanza soltanto percepita.

La relazione e il numero

I social network rendono visibile una caratteristica delle relazioni che nella vita quotidiana raramente misuriamo: la quantità. Possiamo sapere esattamente quanti collegamenti possediamo, quante persone seguono il nostro profilo e quante hanno reagito a una pubblicazione. Il numero diventa una proprietà riconoscibile della nostra presenza sociale. Ma il numero dei collegamenti non descrive automaticamente la qualità delle relazioni.

Una persona può avere poche decine di contatti e intrattenere con loro rapporti superficiali. Un’altra può possederne migliaia e aver costruito, all’interno di quella rete, amicizie autentiche e rapporti professionali significativi. La quantità, considerata isolatamente, non permette di giudicare la qualità dei rapporti. Eppure può diventare un riferimento attraverso il quale valutiamo la nostra presenza digitale. Avere molti amici può essere interpretato come segno di popolarità, partecipazione, riconoscimento o appartenenza a una comunità. Dovremo verificare quanto queste interpretazioni siano effettivamente diffuse e quali differenze esistano tra generazioni, contesti culturali e modalità di utilizzo delle piattaforme. La questione che interessa il nostro studio, però, non è stabilire quanti amici una persona dovrebbe avere. È comprendere se il numero dei collegamenti possa indurre a trattare come omogeneo un insieme di relazioni che omogeneo non è.

Una lista di cinquecento persone può contenere familiari, amici intimi, colleghi, conoscenti occasionali e individui mai incontrati. Il fatto che il sistema li raccolga sotto un’unica categoria non ci impedisce di distinguerli. Quella distinzione rimane una nostra responsabilità.

Il diritto di non concedere fiducia

Esiste una convinzione che merita di essere esaminata: rifiutare una richiesta di amicizia può apparire scortese, soprattutto se proviene da qualcuno con cui condividiamo conoscenze o interessi. Accettare, invece, può sembrare un gesto innocuo, una manifestazione di disponibilità che non comporta particolari conseguenze. Ma non siamo obbligati a concedere accesso alla nostra vita personale soltanto perché qualcuno desidera stabilire un collegamento. La libertà di costruire relazioni comprende anche quella di non costruirle. La possibilità di comunicare con sconosciuti non richiede di trattarli tutti come destinatari delle nostre informazioni personali. Questo principio non presuppone sospetto o ostilità. Possiamo rispettare una persona senza considerarla nostra amica. Possiamo apprezzarne le opinioni senza desiderare che conosca la nostra famiglia. Possiamo frequentare lo stesso gruppo online senza concederle accesso alle fotografie che pubblichiamo per una cerchia ristretta.

Nella vita quotidiana riconosciamo normalmente queste distinzioni. Non consideriamo offensivo il fatto che un collega non ci inviti a casa propria o che un conoscente non desideri raccontarci dettagli della propria situazione economica. Per quale ragione dovremmo attribuire un significato diverso alla scelta di non accettare una richiesta di collegamento digitale? Anche questa è una questione culturale. Riguarda il modo in cui interpretiamo la disponibilità verso gli altri, il valore della nostra riservatezza e il diritto di stabilire confini nelle relazioni.

La fiducia come decisione

Finora abbiamo considerato la fiducia principalmente come una qualità delle relazioni. Ma, per comprendere il problema digitale, dobbiamo riconoscerne anche la dimensione pratica. La fiducia orienta decisioni concrete. Se considero affidabile una persona, potrei raccontarle qualcosa che non direi ad altri, affidarle un incarico, permetterle di conoscere particolari della mia famiglia o coinvolgerla in questioni che ritengo delicate. Ogni decisione può avere conseguenze differenti, e non esiste un grado di fiducia valido indistintamente per tutte le circostanze. Possiamo fidarci di un amico per conservare un segreto senza affidargli la gestione del nostro patrimonio. Possiamo chiedere consiglio a un conoscente su una questione professionale senza desiderare che conosca le nostre condizioni di salute. Questo significa che la fiducia non dovrebbe essere considerata una proprietà assoluta della persona alla quale la concediamo.

È una valutazione riferita anche a uno specifico comportamento. Nell’ambiente digitale, tuttavia, possiamo arrivare a prendere decisioni differenti servendoci di una medesima categoria di destinatari. Lo stesso insieme di contatti può ricevere una fotografia familiare, un’opinione politica, la notizia di una malattia o informazioni sulle nostre abitudini. L’interfaccia permette di distinguere i pubblici. Ma la distinzione richiede che l’utilizzatore riconosca preventivamente il diverso valore delle informazioni. Ancora una volta, la competenza tecnica non è sufficiente. Sapere come concedere accesso non significa sapere a chi sia opportuno concederlo.

Non è cambiata soltanto l’amicizia

Sarebbe semplice concludere che i social network hanno impoverito il significato della parola «amico». Ma una simile affermazione richiederebbe prove che, allo stato della nostra indagine, non possediamo. Non sappiamo se gli individui attribuiscano oggi meno valore all’amicizia rispetto al passato. Non sappiamo nemmeno se le relazioni digitali abbiano complessivamente ridotto la capacità di costruire rapporti profondi. Sono questioni sulle quali esiste una ricerca sociologica articolata e non sempre concorde. Possiamo però individuare un fenomeno più circoscritto: la possibilità di stabilire collegamenti sociali senza che a essi corrispondano necessariamente conoscenza personale, fiducia o reciprocità. Questa possibilità diventa problematica non nel momento in cui il collegamento viene creato, ma quando gli attribuiamo qualità che non abbiamo verificato e prendiamo decisioni importanti sulla base di quelle qualità presunte.

L’ignoranza digitale può manifestarsi proprio in questa distanza. Non è necessario che l’utilizzatore ignori come funziona Facebook. Può sapere perfettamente come accettare una richiesta, creare una lista e selezionare i destinatari di una pubblicazione. Ma se non distingue tra conoscenza e familiarità, tra collegamento e relazione, tra identità e affidabilità, la sua capacità operativa non garantisce una valutazione adeguata. In questo senso, l’ignoranza digitale non rappresenta soltanto una mancanza di istruzione tecnologica. Può riflettere l’applicazione insufficiente di criteri culturali che l’individuo possiede già e utilizza normalmente in altri contesti.

Lo sconosciuto rimane tale

Una conoscenza unilaterale non crea, da sola, una relazione. Possiamo conoscere il lavoro di qualcuno, la città in cui vive o alcuni aspetti della sua famiglia senza sapere se quel qualcuno desideri coinvolgerci nella propria esistenza. La disponibilità delle informazioni non ci trasforma in confidenti, e il fatto di averle apprese non implica che l’autore della comunicazione abbia voluto stabilire con noi un rapporto personale. È una distinzione che non permette di giudicare automaticamente lecita o imprudente la pubblicazione originaria, ma impedisce di scambiare la conoscenza di alcuni fatti con un’amicizia. Anche là dove la divulgazione sia stata pienamente consapevole, la relazione non nasce per il solo fatto che qualcuno abbia letto.

È una distinzione elementare, che nella vita quotidiana appare quasi superfluo ricordare. Eppure può diventare decisiva nell’ambiente digitale, dove la conoscenza di particolari personali e l’esistenza di un collegamento tra profili rischiano di essere interpretate come manifestazioni di una relazione più profonda. Non dobbiamo necessariamente avere paura degli sconosciuti. Dobbiamo riconoscere che lo sono. Possiamo decidere di comunicare con loro, condividere esperienze e costruire nuove relazioni. Possiamo anche scegliere consapevolmente di rendere pubbliche informazioni personali senza pretendere di conoscere ogni destinatario. Ma dovremmo sapere che cosa stiamo facendo. Perché la fiducia non nasce automaticamente dal fatto che due persone abbiano accettato di comparire nelle rispettive liste di contatti. E soprattutto non dovrebbe essere attribuita senza considerare ciò che, attraverso quella fiducia, decidiamo di consegnare.

Il problema, a questo punto, non è più soltanto chi abbiamo chiamato amico. È ciò che abbiamo cominciato a raccontargli.

La distinzione tra l’etichetta digitale «amico» e il rapporto di amicizia è esaminata da boyd ed Ellison (2007): un collegamento fra account non certifica, da solo, vicinanza e fiducia.

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