È facile associare la capacità di valutare un’informazione alla cultura generale. Una persona molto istruita, abituata a leggere, studiare e lavorare con fonti complesse, dovrebbe essere meglio equipaggiata di altre nel riconoscere un contenuto poco affidabile. In molti casi sarà certamente così. Ma la ricerca sulla valutazione dell’informazione online mostra che questa equivalenza non può essere data per scontata.
Nel 2019 Sam Wineburg e Sarah McGrew hanno confrontato tre gruppi molto diversi: dieci storici con dottorato di ricerca, dieci fact-checker professionisti e venticinque studenti della Stanford University. Ai partecipanti venivano mostrati siti reali e veniva chiesto di valutarne l’affidabilità mentre verbalizzavano il proprio ragionamento. Gli storici non erano dilettanti nella valutazione delle fonti. Al contrario, il loro lavoro professionale richiedeva continuamente di interpretare documenti, ricostruire contesti e stabilire quanto peso attribuire a una testimonianza. Eppure, davanti a siti sconosciuti, tendevano spesso a comportarsi in modo diverso dai fact-checker.
Gli storici e gli studenti rimanevano più facilmente all’interno del sito che stavano valutando. Leggevano la pagina, osservavano il linguaggio, cercavano informazioni sull’autore, controllavano riferimenti e caratteristiche visibili del sito. Wineburg e McGrew definiscono questo comportamento vertical reading: gran parte della valutazione avviene dentro lo stesso ambiente del quale si sta cercando di stabilire l’affidabilità. I fact-checker, invece, dedicavano relativamente poco tempo alla pagina iniziale. Aprivano nuove schede, cercavano informazioni sull’organizzazione che la pubblicava, controllavano che cosa ne dicessero fonti indipendenti e ricostruivano dall’esterno la reputazione della fonte. Questa strategia è diventata nota come lateral reading.
La differenza non fu soltanto stilistica. Nei compiti osservati, i fact-checker arrivavano generalmente a valutazioni più fondate e lo facevano in meno tempo. Il risultato non dimostra che fossero più colti degli storici, né che la formazione storica sia poco adatta alla verifica delle fonti. Mostra qualcosa di molto più specifico: una competenza elevata nella valutazione delle fonti all’interno di un determinato ambiente non si trasferisce automaticamente a un ambiente informativo costruito secondo regole differenti.
Un documento storico e un sito web possono entrambi essere fonti, ma non pongono necessariamente lo stesso problema. Un documento d’archivio non può modificare in pochi secondi la propria grafica per sembrare più autorevole; un sito può farlo. Un’organizzazione sconosciuta può scegliere un dominio rassicurante, inserire loghi istituzionali, citare studi realmente esistenti o costruire una pagina “Chi siamo” molto convincente. Se restiamo soltanto dentro quello spazio, possiamo finire per chiedere alla fonte stessa di fornirci gli elementi con cui giudicarla.
Il lateral reading prova a interrompere proprio questo circuito. Prima di investire tempo nel contenuto, chiede: chi c’è dietro questa fonte? Che cosa ne dicono soggetti indipendenti? Esiste una reputazione precedente? La dichiarazione che sto leggendo compare altrove? Qual è la fonte originaria?
Non è una tecnica misteriosa e non appartiene esclusivamente ai fact-checker. Una review pubblicata nel 2024 da Sarah McGrew ha esaminato diversi interventi educativi, dall’età scolare fino agli adulti, e conclude che l’insegnamento esplicito del lateral reading può migliorare la capacità di valutare la credibilità delle informazioni online. La stessa revisione sottolinea che restano domande aperte sui contesti nei quali funziona meglio e su come rendere l’apprendimento stabile nel tempo.
Questo passaggio è importante per il nostro ragionamento perché evita due scorciatoie opposte. La prima sarebbe concludere che cultura ed esperienza professionale non contino. Contano eccome. La seconda sarebbe ritenere che bastino da sole.
La competenza informativa digitale comprende pratiche specifiche che possono essere apprese, esercitate e aggiornate. Un ricercatore esperto può aver bisogno di imparare tecniche nuove per valutare un sito; un insegnante può dover essere formato per insegnarle; un giornalista può possedere routine di verifica molto solide e doverne acquisire altre davanti a immagini sintetiche, account coordinati o sistemi generativi. Non siamo quindi davanti a una gerarchia tra persone più o meno intelligenti. Siamo davanti a competenze differenti.
E questa distinzione produce immediatamente un’altra domanda. Se una persona può essere estremamente competente nel proprio campo e meno competente nella valutazione di un’informazione esterna a quel campo, quanto lontano possiamo trasferire l’autorità conquistata in una disciplina? Essere esperti è certamente importante.
Ma esperti di che cosa?