Attribuire fiducia a qualcuno sulla base della sua competenza è ragionevole. In una società complessa non possiamo verificare personalmente ogni affermazione scientifica, tecnica o giuridica; dobbiamo necessariamente affidarci a persone che possiedono conoscenze che noi non abbiamo. Il problema nasce quando trasformiamo questa necessità in una scorciatoia troppo semplice: «è un esperto, quindi ciò che dice è affidabile». Manca almeno una domanda.
Esperto di che cosa? La ricerca sulla credibilità delle fonti distingue fra expertise e pertinence. La prima riguarda il livello di competenza posseduto da una persona in un determinato ambito; la seconda riguarda quanto quella competenza sia effettivamente pertinente rispetto alla specifica questione sulla quale la persona sta parlando. Un fisico può essere uno scienziato eccellente e avere una conoscenza molto limitata di epidemiologia; un medico può essere autorevole nella propria specializzazione senza diventare automaticamente competente in statistica, intelligenza artificiale o economia sanitaria. L’esistenza reale dell’expertise non garantisce, da sola, che sia quella necessaria per valutare il problema che abbiamo davanti.
La distinzione sembra ovvia una volta formulata. Nella pratica, però, non sempre la applichiamo con la stessa precisione. In un esperimento dedicato alla valutazione delle fonti scientifiche, partecipanti non specialisti dovevano giudicare documenti contrastanti relativi a un problema sanitario. I ricercatori manipolavano separatamente il livello di expertise della fonte e la pertinenza di quella competenza rispetto al tema. Entrambi gli elementi influenzavano correttamente il giudizio: una fonte molto competente e pertinente veniva considerata più credibile. Ma emergeva anche qualcosa di più interessante. Una forte expertise continuava a produrre un vantaggio di credibilità persino quando la competenza della fonte era poco pertinente rispetto al problema specifico.
In altre parole, il pubblico riconosce almeno in parte la differenza tra «molto competente» e «competente proprio su questo», ma l’aura dell’esperto non scompare del tutto quando le due cose si separano.
Lo stesso lavoro mostra inoltre che caratteristiche positive attribuite alla fonte possono influenzare la percezione di altre sue qualità. Un’informazione favorevole tende quindi a colorare anche dimensioni che non sono state direttamente dimostrate.
Questo non significa che affidarsi alle credenziali sia irrazionale. Se non conosco personalmente una disciplina, sapere che qualcuno possiede una formazione pertinente, una lunga esperienza e riconoscimento professionale è un’informazione utile. Il problema compare quando il segnale smette di essere un indizio e diventa una garanzia generale. È qui che l’autorità può cominciare a migrare.
Una persona costruisce legittimamente reputazione in un campo. Pubblica, insegna, viene intervistata, diventa riconoscibile. A quel punto il suo nome comincia ad accompagnare affermazioni sempre più lontane dall’ambito nel quale quella reputazione era stata conquistata. Il pubblico può continuare a percepire la stessa autorità anche se è cambiata la domanda alla quale quell’autorità dovrebbe rispondere.
I social rendono questo trasferimento particolarmente facile. Il profilo professionale rimane lo stesso mentre gli argomenti cambiano continuamente. Sotto il nome possono comparire nello stesso giorno osservazioni sulla propria disciplina, commenti politici, valutazioni statistiche, previsioni tecnologiche, opinioni giuridiche e interpretazioni mediche. Il formato visivo è identico e il segnale di autorevolezza accompagna ogni contenuto nello stesso modo.
Ma la competenza non segue automaticamente il profilo. Una ricerca del 2026 sulla percezione della credibilità nella comunicazione scientifica conferma che non tutti i segnali di expertise producono lo stesso effetto. In tre esperimenti, le credenziali accademiche pertinenti potevano aumentare la credibilità attribuita al messaggio, mentre l’esperienza personale non produceva lo stesso effetto. Anche questo risultato invita a distinguere la presenza generica di un segnale di esperienza dal tipo di competenza che quel segnale rappresenta.
Il problema non riguarda quindi soltanto chi parla oltre i limiti della propria specializzazione. Riguarda anche chi ascolta e deve stabilire quali limiti attribuire all’autorità che ha davanti.
Questo passaggio è essenziale per evitare due errori opposti. Il primo sarebbe considerare irrilevanti le competenze formali e trattare l’opinione di chiunque come equivalente a quella di uno specialista. Non lo è. Il secondo sarebbe trasformare il titolo professionale in una patente epistemica universale. Neppure questo regge.
La domanda utile diventa allora più precisa di «questa persona è un esperto?». Dovremmo chiederci: quale competenza possiede, quanto è pertinente rispetto alla specifica affermazione, quali evidenze utilizza e quanto si allontana dal campo nel quale possiamo ragionevolmente attribuirle autorità?
È una domanda più costosa. Richiede di conoscere almeno qualcosa della struttura delle discipline, distinguere qualifiche generiche da competenze specialistiche e, qualche volta, accettare che una persona autorevole possa esprimere un’opinione al di fuori del campo che l’ha resa autorevole. Ma una buona ecologia dell’informazione non può eliminare questa fatica sostituendola con un’etichetta.
E neppure la competenza pertinente risolve completamente il problema. Possiamo avere davanti la persona giusta, con la preparazione giusta, e continuare a ricevere un’informazione valutata male. Perché possedere un metodo non significa necessariamente applicarlo ogni volta.