La mano si fermò a un soffio dalla pagina. Il non detto pesava più dell’inchiostro.
Aveva provato molte sere. Dopo il tramonto palermitano, quando il rumore della strada si assottigliava e dalle finestre entrava soltanto una luce sporca di città, sedeva davanti al foglio con la penna tra le dita. Preparava una frase, la cambiava, ne cancellava mentalmente una parola, poi un’altra. Non era paura del bianco. Il bianco, in fondo, non gli chiedeva nulla. Era ciò che sarebbe accaduto dopo il primo segno a trattenerlo.
Finché una cosa resta dentro di noi può ancora cambiare forma. Può contraddirsi, arretrare, diventare più precisa. Scriverla significa invece darle un contorno, costringerla a occupare un posto. È questo che lo inquietava: non il rischio di non trovare le parole, ma quello di trovarle troppo presto e scambiarle per definitive. Alcune verità, appena nominate, sembrano più semplici di quanto siano davvero.
«Scrivi», gli diceva una voce interiore. Non come un ordine, ma come una pressione lieve e continua. Lui avvicinava la punta al foglio e la ritraeva. Aveva sempre pensato che il silenzio fosse il contrario della scrittura; cominciava invece a sospettare che, qualche volta, ne fosse una parte. Certe parole hanno bisogno di attraversare strati di silenzio prima di diventare abbastanza precise da poter essere affidate a una pagina.
Questo non rendeva il silenzio innocente. Sapeva bene che si può tacere per vigliaccheria, per abitudine, per non disturbare l’ordine delle cose. Ma esiste anche un’attesa diversa, che non serve a nascondere ciò che sappiamo: serve a capire se lo sappiamo davvero. Tra il non dire e il non sapere dire c’era una distanza che fino ad allora non aveva mai misurato.
Guardò la pagina e pensò a quante volte aveva chiesto alla scrittura di risolvere ciò che nella vita restava confuso. Come se bastasse mettere una frase in fila perché il dolore acquistasse un senso, o perché una decisione diventasse finalmente giusta. Ma la scrittura non garantiva niente. Poteva illuminare, certo, ma poteva anche semplificare; poteva avvicinare a ciò che era accaduto oppure costruire una versione abbastanza ordinata da non doverlo più guardare.
Per questo quella sera non cercò una frase bella. Non cercò neppure una frase giusta. Rimase seduto ad ascoltare ciò che ancora resisteva alla forma. Dalla strada saliva il rumore distante di una saracinesca, poi un motorino, poi di nuovo il silenzio. La penna era ancora nella sua mano, ma aveva smesso di essere uno strumento impaziente. Era soltanto una possibilità.
La soglia restava inviolata. E lui, seduto, guardava la pagina respirare. Questa volta, però, non interpretò quel gesto interrotto come una sconfitta. Forse scrivere cominciava anche lì: nel punto esatto in cui si decide di non costringere una parola a nascere prima del tempo.
