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“Le parole restano.”

Mio padre aveva un telefono installato nella sua automobile. Non uno di quelli che oggi siamo abituati a tenere in tasca, ma un apparecchio dotato di cornetta, tastiera, comandi e un’antenna esterna che rendeva la vettura immediatamente riconoscibile. La cornetta era soltanto la parte visibile di un sistema che comprendeva una centralina collocata nel bagagliaio, con un ingombro e un peso tutt’altro che trascurabili. Eravamo a Palermo, in un’epoca nella quale telefonare dall’automobile era un privilegio rarissimo: ricordo che, per quanto ne sapevamo, a possederne uno in città erano mio padre, il sindaco e il presidente della Regione. L’antenna gli procurava anche qualche problema: veniva fermato dalle forze dell’ordine, che sospettavano si trattasse di un apparato ricetrasmittente non autorizzato. Doveva spiegare che era un telefono. Oggi può far sorridere, ma allora una tecnologia tanto poco diffusa poteva apparire sospetta perfino a chi era incaricato dei controlli.

Il suo funzionamento richiedeva un’organizzazione che oggi sembrerebbe inverosimile. Avevamo una cartina dell’Italia con le zone di riferimento: per cercare di contattarlo bisognava sapere dove si trovasse e selezionare il prefisso appropriato. Il numero era assegnato, ma non si poteva semplicemente chiamarlo e attendere che rispondesse. Potevamo inviargli un segnale visivo, rappresentato da piccole luci numerate da zero a quattro. Lo zero era riservato alla SIP; gli altri quattro indicatori corrispondevano rispettivamente a casa, ai due uffici aziendali e alla casa di sua madre. Quando una luce si accendeva, sapeva chi lo cercava e doveva richiamare personalmente, se si trovava in una zona coperta dal servizio. Quello strumento non eliminava la necessità di organizzare le comunicazioni: permetteva di farlo in modo nuovo, a patto di conoscerne le regole e i limiti.

Mio padre seguiva e studiava l’evoluzione tecnologica. Non acquistava strumenti soltanto per possederli: cercava di comprenderne le possibilità. Un giorno mi disse: «Valerio, un giorno cammineremo con il telefono in tasca». Aveva ragione. Visse abbastanza da vedere realizzarsi quella previsione, ma non arrivò a conoscere gli smartphone. Ripensando oggi alle sue parole, credo che avesse intuito soprattutto questo: la tecnologia avrebbe ridotto progressivamente gli ostacoli materiali fra le persone, le informazioni e le decisioni.

La tecnologia cambia gli strumenti, non le responsabilità

Quando nacqui, mio padre era un impiegato. Lo vidi acquisire esperienza, assumere responsabilità crescenti, diventare dirigente e infine imprenditore. La sua crescita professionale accompagnò la mia. Vissi l’adolescenza in una famiglia agiata, con i privilegi che ciò comportava, ma osservai anche il lavoro necessario per costruire e mantenere quella condizione. Ricordo soprattutto i lunedì: doveva recarsi in banca, confrontarsi con i direttori, studiare strategie finanziarie, spostarsi fra uffici e professionisti, valutare problemi che non potevano essere risolti improvvisando. Andava dal commercialista e negli uffici della Camera di commercio; non esistevano gli sportelli digitali, la fatturazione elettronica o l’operatività bancaria che conosciamo oggi. Ogni spostamento aveva un costo in tempo, ma dietro ciascuna operazione c’erano conoscenze, relazioni e responsabilità che non si esaurivano nel viaggio.

Oggi potrebbe svolgere molte di quelle incombenze seduto a una scrivania, in una frazione del tempo. Dovrebbe tuttavia conoscere le situazioni economiche delle aziende, comprendere i rischi, valutare gli interlocutori e rispondere delle decisioni. La tecnologia ha semplificato molte operazioni; non ha eliminato la necessità di comprenderle. Chi impiega dieci minuti per autorizzare un’operazione complessa non possiede necessariamente dieci minuti di competenza: può utilizzare in quei dieci minuti decenni di esperienza. Eppure la scomparsa degli spostamenti e delle procedure visibili rende talvolta invisibile anche il lavoro intellettuale che rimane. La fatica che vediamo non è sempre la misura della responsabilità che qualcuno si assume.

Mi capita di leggere giudizi sommari sugli imprenditori, sui professionisti e sulle loro parcelle. Si scambia il fatturato per guadagno, si guarda a un prezzo ignorando costi e obblighi, si considera la proprietà di un’impresa una prova sufficiente di ricchezza o sfruttamento. Naturalmente esistono abusi, speculazioni e rapporti di lavoro ingiusti, che vanno riconosciuti e contrastati. Ma il profitto non è di per sé uno sfruttamento, e aprire un’attività non garantisce un reddito. Può accadere che, dopo aver pagato dipendenti, fornitori e imposte, un imprenditore disponga di un compenso personale inferiore a quello dei propri dipendenti. Conoscere questa possibilità non significa giustificare ogni comportamento imprenditoriale: significa rifiutare di giudicare senza comprendere.

Abbiamo tutto in tasca. Ma sappiamo che cosa possediamo?

Negli anni Settanta e Ottanta la tecnologia era spesso costosa, specialistica e accessibile a pochi. Io ebbi il privilegio di conoscerla da vicino. Poi arrivarono i personal computer, Internet, i cellulari e gli smartphone. Osservando questa trasformazione, commisi anche un errore come padre: pensavo che la facilità crescente di accesso alle informazioni avrebbe reso spontaneamente più facile imparare. Per questo intervenni meno di quanto, ripensandoci, avrei forse dovuto fare. Avevo visto gli strumenti moltiplicare le possibilità delle persone e immaginavo che quelle possibilità sarebbero state sfruttate. Ma la disponibilità di uno strumento non garantisce la comprensione di ciò che permette di fare.

Oggi uno smartphone consente di consultare biblioteche, leggi, archivi storici, ricerche scientifiche, corsi e manuali tecnici. Permette di approfondire una disciplina, imparare una lingua, confrontare fonti e studiare le procedure per avviare un’attività. Possiamo persino ricorrere all’intelligenza artificiale per orientare una ricerca o chiarire un concetto, purché sappiamo verificare ciò che ci viene restituito. E possiamo usare lo stesso dispositivo per discutere per ore di questioni che non ci siamo mai preoccupati di studiare. Non sto dicendo che tutti facciano così, né che la superficialità appartenga ai giovani più che agli adulti. Sto dicendo che la potenza degli strumenti e la maturità del loro impiego non crescono necessariamente insieme. La società non ha smesso di insegnare: ha trasformato e moltiplicato i metodi dell’apprendimento. Nessuno strumento, però, può decidere al nostro posto di comprendere.

Questo paradosso diventa evidente nelle discussioni sui diritti. Il diritto allo studio, al lavoro, alla salute e la tutela dell’abitazione sono questioni fondamentali, e le difficoltà economiche e sociali che ne ostacolano l’esercizio sono reali. Ma un diritto non coincide con qualunque aspettativa personale. L’articolo 34 della Costituzione prevede anche sostegni economici per rendere effettivo l’accesso ai gradi più alti dell’istruzione da parte dei capaci e meritevoli privi di mezzi; non garantisce, però, il finanziamento incondizionato di ogni preferenza individuale. Il diritto al lavoro impegna la Repubblica a promuoverne le condizioni, senza promettere a ciascuno precisamente l’impiego desiderato. Chi si informa può distinguere fra ciò che la legge garantisce, ciò che una politica pubblica può offrire e ciò che sarebbe desiderabile cambiare. Un diritto appartiene anche a chi non conosce la legge: ma conoscerla permette di esercitarlo e difenderlo meglio.

I diritti, i doveri e la responsabilità di conoscere

Quando ascolto alcune rivendicazioni dei giovani, mi domando quanto spazio sia dedicato alla comprensione dei problemi e quanto alla ripetizione di slogan. Non penso che debbano accettare il mondo così com’è, né ripetere necessariamente i sacrifici delle generazioni precedenti. Se mio padre doveva passare il lunedì fra banche e uffici, sarebbe assurdo pretendere che un giovane imprenditore debba fare lo stesso. Il progresso serve proprio a eliminare ostacoli inutili. Ma è altrettanto sbagliato confondere l’eliminazione di una procedura con l’eliminazione delle competenze e delle responsabilità. Non bisogna essere imprenditori per cercare di capire il lavoro di un’impresa, né giuristi per iniziare a leggere una legge prima di attribuirle un contenuto. Non è necessario possedere una soluzione completa per denunciare un’ingiustizia; lo diventa invece conoscere gli elementi essenziali quando si pretende di individuare con certezza i responsabili.

Non voglio trasformare questo discorso in un’accusa a un’intera generazione. Anche gli adulti hanno responsabilità educative, e io riconosco le mie. Ma la responsabilità non può essere trasferita all’infinito a chi è venuto prima. Torno allora a una frase pronunciata durante una discussione: «Ma anche Internet è fatta di diritti e doveri». La rete permette a ciascuno di esprimersi, criticare, protestare e partecipare alla vita pubblica. Non garantisce però che ogni opinione sia informata. La libertà di espressione comprende anche il diritto di sbagliare; esiste nondimeno una responsabilità civile, non necessariamente sanzionabile, di verificare prima di trasformare una convinzione in un’accusa. Il rispetto dovrebbe discendere dalla scelta di vivere civilmente insieme: non impone di rinunciare al dissenso, ma di riconoscere la dignità di chi la pensa diversamente. Il problema non è ignorare qualcosa, condizione comune a tutti. Comincia quando consideriamo superfluo imparare e pretendiamo che la nostra ignoranza diventi un’autorità.

Quello che mio padre aveva previsto

Ritorno a quell’automobile e al telefono che richiedeva una centralina nel bagagliaio, una mappa dei prefissi e un piccolo codice luminoso per capire chi cercasse di mettersi in contatto. Mio padre aveva previsto che un giorno avremmo camminato con il telefono in tasca. Ci riuscì a vederlo. Non vide, invece, l’arrivo di un dispositivo che sarebbe diventato biblioteca, ufficio, archivio, strumento bancario e punto di accesso a sistemi di intelligenza artificiale. Non so come avrebbe giudicato ogni aspetto di questa trasformazione. Ma lo immagino mentre cerca innanzitutto di comprenderne il funzionamento e le possibilità, come aveva sempre fatto.

Ai giovani che leggono vorrei dire questo: continuate a rivendicare i vostri diritti, a denunciare le ingiustizie e a chiedere che gli ostacoli reali vengano rimossi. Non considerate però ogni desiderio un diritto e ogni risultato altrui la prova di un privilegio occulto. Prima di formulare una certezza cercatene il fondamento, prima di attribuire una colpa studiate ciò che state giudicando, prima di attendere che qualcun altro risolva ogni difficoltà chiedetevi quali strumenti avete già e come potete utilizzarli. Non perché il diritto di protestare debba essere meritato attraverso lo studio, ma perché conoscere rende più liberi anche nel protestare. Mio padre aveva ragione: oggi camminiamo con il telefono in tasca. Possiamo utilizzarlo per conoscere il mondo oppure per continuare a discuterne senza averlo compreso. Il telefono è arrivato nella tasca di tutti. La conoscenza, invece, richiede ancora che ciascuno decida di cercarla.

Inquadramento editoriale

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