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“Le parole restano.”
10/10/2026 · 8 minuti

Intelligenza critica e intelligenza artificiale: due modelli a confronto, non sempre compatibili

Giudicare senza leggere, difendere il prestigio, impedire la replica: una riflessione sul comportamento umano e sull’autorevolezza, con l’IA come termine di confronto.

Viviamo in un’epoca nella quale chiediamo alle macchine di analizzare documenti, confrontare informazioni, riconoscere il contesto e distinguere ciò che è verificabile da ciò che non lo è. Nel frattempo, alcuni esseri umani sembrano aver scoperto un procedimento molto più economico: leggere un titolo, osservare un’immagine e formulare un giudizio definitivo sul contenuto che non hanno consultato. Il metodo consente un notevole risparmio di tempo e possiede un vantaggio difficilmente trascurabile: evita il rischio di incontrare argomenti capaci di modificare le proprie convinzioni.

La questione assume contorni particolarmente interessanti negli ambienti culturali e professionali, soprattutto se il giudizio proviene da qualcuno che rivendica esperienza o autorevolezza. Non sosteniamo che l’intelligenza artificiale sia diventata più critica dell’essere umano. Il confronto annunciato nel titolo è volutamente provocatorio e riguarda il metodo attraverso il quale arriviamo a una conclusione e la responsabilità che assumiamo rendendola pubblica.

La libertà di ignorare e la pretesa di giudicare

Nessuno è obbligato a leggere un articolo, approfondire una ricerca o dedicare attenzione a un’opera che non lo interessa. Possiamo scegliere cosa consultare e cosa ignorare, senza dover giustificare ogni rinuncia. Il problema nasce nel momento in cui trasformiamo quella rinuncia in una valutazione categorica di ciò che abbiamo scelto di non conoscere.

Un titolo può essere ambiguo, fuorviante o mal costruito, così come un’immagine può suggerire un’interpretazione inesatta del testo che accompagna. Sono elementi legittimamente criticabili anche senza leggere tutto. Ma contestare la presentazione non equivale a dimostrare che il ragionamento sia scorretto. Questa distinzione viene cancellata dalla rapidità con cui un’impressione diventa una sentenza.

Uno studio di Sundar e colleghi, pubblicato online nel 2024 su Nature Human Behaviour, ha analizzato oltre 35 milioni di post pubblici Facebook contenenti collegamenti a notizie: circa tre quarti dei link ricondivisi non risultavano aperti attraverso un clic prima della condivisione. Non significa che altrettante persone abbiano commentato senza leggere, né permette di sapere cosa conoscessero attraverso altre fonti. Documenta però una distanza importante tra diffusione e consultazione diretta. Un lavoro di Gordon Pennycook e David Rand, pubblicato nel 2019 su Cognition, ha inoltre riscontrato un’associazione tra propensione al ragionamento analitico e capacità di distinguere notizie vere e false. Nessuno dei due studi autorizza a diagnosticare il comportamento di un singolo commentatore.

La superficialità, d’altra parte, non è nata con Internet. Recensioni frettolose, opinioni per sentito dire e giudizi fondati sul prestigio di un nome hanno una storia lunga. Le piattaforme hanno reso più facile, rapido e visibile questo passaggio dall’impressione al verdetto. Per prendere posizione bastano pochi secondi; per verificarne la fondatezza occorre accettare un lavoro che non garantisce lo stesso riconoscimento immediato.

Il prestigio professionale e il rischio di dover dimostrare qualcosa

Negli ambienti culturali e professionali l’autorevolezza è un bene prezioso. Può nascere da anni di studio, dall’esperienza e dalla qualità delle opere realizzate. La difficoltà comincia se quel riconoscimento viene trattato come un patrimonio da difendere a prescindere dagli argomenti. Un nuovo contributo, una ricerca indipendente o un’interpretazione inattesa possono allora essere percepiti non soltanto come idee da valutare, ma come una modifica degli equilibri di prestigio.

La ricerca sulle minacce all’identità professionale documenta strategie difensive in specifici contesti di lavoro. Sarebbe scorretto dedurne che chi contesta frettolosamente un articolo sia necessariamente insicuro o tema di perdere autorità. Non possiamo conoscere le intenzioni di una persona da un commento. Possiamo però verificare le sue affermazioni e distinguere un’obiezione argomentata da una svalutazione preventiva.

Una qualifica attesta, nei limiti del suo significato, una preparazione; non trasforma ogni dichiarazione successiva in verità incontestabile. Chi possiede una competenza dovrebbe essere particolarmente attrezzato per incontrare argomenti nuovi, analizzarli e, se necessario, confutarli. Se invece si limita a screditare il contributo, non ne dimostra le debolezze: rinuncia a mostrarle.

Incontrare qualcuno che ha approfondito una questione più di noi non dovrebbe rappresentare un’umiliazione, ma un’occasione di conoscenza. Dove il prestigio viene vissuto come una posizione da difendere a ogni costo, tuttavia, la possibilità di imparare qualcosa può essere scambiata per il rischio di perdere qualcosa.

La critica che pretende l’immunità

C’è un’interpretazione del confronto pubblico secondo la quale criticare sarebbe un diritto assoluto, mentre ricevere una replica costituirebbe una violazione delle proprie prerogative. Le piattaforme rendono concreta questa asimmetria: si formula un’accusa, si attribuisce all’altro una tesi mai espressa e poi si blocca l’interlocutore, sottraendogli la possibilità di rispondere nello stesso spazio.

Bloccare una persona è legittimo e spesso necessario per difendersi da molestie, aggressioni verbali e comportamenti insistenti. Nessuno è obbligato al confronto indefinito. Diverso è provocare deliberatamente uno scontro pubblico e ricorrere immediatamente al blocco per sottrarsi alla contestazione. La funzione tecnica non aggiunge alcun fondamento al giudizio; interrompe soltanto l’interazione.

L’asimmetria cresce quando gli strumenti di controllo appartengono a chi amministra una comunità. Gruppi culturali e professionali hanno bisogno di regole e moderazione, ma amministrare uno spazio e possedere la competenza per giudicare ogni contenuto sono attività diverse. Il problema nasce se un articolo viene dichiarato non pertinente sulla base della sola copertina, o se si chiude il confronto senza avere esaminato il tema che si pretende di giudicare.

Una comunità che dichiara di promuovere cultura e conoscenza dovrebbe considerare la qualità della propria moderazione parte di quelle finalità. Non occorre trasformare ogni decisione in un processo pubblico; occorrono però criteri coerenti. Si possono chiudere i commenti, rimuovere un contributo, sospendere qualcuno. Nessuna di queste operazioni è, di per sé, una dimostrazione di competenza intellettuale.

Il pulsante che consente di avere l’ultima parola, dopotutto, non conferisce alcun titolo accademico.

Questa rappresentazione visiva raccoglie alcuni dei comportamenti descritti fin qui: il pregiudizio che precede la verifica, la pertinenza ridotta a etichetta e il potere di silenziare l’interlocutore scambiato per una dimostrazione di autorevolezza.

Persone bendate da pregiudizi, titoli e immagini contrapposte a libri, analisi e verifica
Rappresentazione satirica del giudizio senza lettura, della pertinenza ridotta a etichetta e dell’autorità che interrompe il confronto.

Il significato di una parola e quello di un ragionamento

In alcune comunità dedicate all’intelligenza artificiale, il controllo della pertinenza può ridursi a una ricerca di parole chiave. Una riflessione sulla delega cognitiva, sulla responsabilità autoriale, sulla selezione delle informazioni o sulla trasformazione del lavoro intellettuale può riguardare direttamente l’IA senza ripeterne la sigla nel titolo o nell’immagine.

Naturalmente la chiarezza editoriale è una responsabilità di chi pubblica e ogni gruppo può definire un perimetro tematico. Ma la pertinenza non coincide necessariamente con la presenza di due lettere. Il paradosso è notevole: chiediamo alle macchine di andare oltre la corrispondenza letterale delle parole, mentre talvolta ci accontentiamo proprio di quella corrispondenza per giudicare se un ragionamento meriti attenzione.

L’intelligenza artificiale come termine di confronto

Il titolo propone due modelli a confronto, ma l’intelligenza critica e l’intelligenza artificiale non sono due facoltà equivalenti. La prima coinvolge analisi, valutazione delle prove, revisione delle conclusioni e consapevolezza dei limiti. La seconda comprende tecnologie differenti, fra cui sistemi capaci di elaborare testi e produrre risposte linguistiche. Il parallelo è una provocazione metodologica, non una graduatoria fra esseri umani e macchine.

I modelli linguistici possono sbagliare, inventare riferimenti, omettere elementi decisivi e costruire argomentazioni persuasive senza adeguate prove. Proprio per questo chiediamo controlli, verifiche e responsabilità umana. Il punto è domandarsi perché dovremmo essere meno esigenti davanti a una persona che rivendica esperienza e autorevolezza. Se a uno strumento chiediamo di rispettare il contesto e distinguere fatti da interpretazioni, non dovremmo considerare queste precauzioni superflue nel giudizio umano.

L’intelligenza critica non consiste nell’avere sempre una risposta, ma anche nel riconoscere le domande alle quali non sappiamo ancora rispondere e gli argomenti che potrebbero costringerci a cambiare posizione.

Il diritto alla critica e la responsabilità di sostenerla

Chi pubblica un articolo non acquisisce il diritto di essere apprezzato. Una critica severa e documentata può contribuire alla conoscenza molto più di un consenso frettoloso. La differenza non è tra accordo e dissenso, ma tra una contestazione riferita a ciò che è stato effettivamente sostenuto e una contestazione rivolta a ciò che qualcuno immagina di avere letto.

Lo stesso principio vale per chi scrive. Titoli e immagini devono rappresentare correttamente il contenuto, le ipotesi non devono essere presentate come fatti e le fonti devono sostenere le conclusioni. Sarebbe contraddittorio denunciare i giudizi sommari e pretendere poi di sottrarre il proprio lavoro alle obiezioni.

Anche questo articolo può essere criticato. Il confronto fra intelligenza critica e artificiale è una scelta retorica, non una classificazione scientifica; le osservazioni sull’identità professionale non descrivono le intenzioni di ogni commentatore e gli esempi di moderazione discutibile non rendono ingiustificata ogni esclusione. Proprio perché parliamo di metodo, dobbiamo dichiarare i limiti del ragionamento.

Possiamo leggere e non comprendere, comprendere e dissentire, dissentire e argomentare. Possiamo persino scoprire che chi non la pensa come noi ha individuato un errore che ci era sfuggito. L’autorevolezza non si misura da quante persone possiamo impedire di rispondere, ma anche dalla qualità delle ragioni che sappiamo esporre e dalla disponibilità a correggerle.

Il problema non è che l’intelligenza artificiale stia imparando a ragionare come noi. È che alcuni di noi sembrano aver deciso di non voler più dimostrare di saperlo fare.

Fonti e approfondimenti

S. Shyam Sundar e colleghi, Sharing without clicking on news in social media, Nature Human Behaviour, pubblicazione online 2024: studio originale.

Gordon Pennycook e David G. Rand, Lazy, not biased: Susceptibility to partisan fake news is better explained by lack of reasoning than by motivated reasoning, Cognition, 2019: studio originale.

Responses to professional identity threat: Identity management strategies in incident narratives of health care professionals, Journal of Health Organization and Management: studio originale.

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Il rapporto tra attenzione e pensiero è approfondito in Presenza e consapevolezza contro il flusso. Sul bisogno di rileggere criticamente le proprie certezze si veda anche Io l’avevo sempre detto.

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