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“Le parole restano.”

C’è una forma di autoinganno che non ha nulla di spettacolare. Non assomiglia a una menzogna detta ad alta voce, né a un gesto di difesa evidente. È più sottile: consiste nel dare un nome accettabile a ciò che ci disturba, nel trasformare una frizione in una spiegazione, una mancanza in un equilibrio provvisorio. In questo senso, l’autoinganno non è soltanto un errore della mente, ma una sua strategia di tenuta.

L’articolo di State of Mind mette bene a fuoco questo punto: ci raccontiamo qualcosa non sempre per ignoranza, ma per difenderci da una verità che, in quel momento, non riusciamo a sostenere. È un passaggio importante, perché sposta il discorso dal semplice “non vedere” al più complesso “non poter vedere ancora”. L’autoinganno, allora, non è sempre una colpa; a volte è una soglia.

Ma proprio qui si apre la questione più interessante. Se ogni semplificazione può essere letta come una forma di sopravvivenza, esiste anche il rischio opposto: abituarsi troppo bene alla versione attenuata delle cose, fino a non distinguere più tra protezione e rimozione. È lì che il racconto che facciamo di noi stessi smette di essere provvisorio e comincia a somigliare a una versione ufficiale.

Forse il punto non è smascherare ogni illusione, ma riconoscere quando una spiegazione ci sta aiutando e quando, invece, ci sta soltanto rendendo più comodo il paesaggio. Perché l’autoinganno non sempre mente in modo brutale: spesso addolcisce. E proprio per questo è più difficile da vedere.

Fonte: 
State of Mind – “Autoinganno: l’arte di raccontarsela”

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