«Lo saprei». Se mio figlio venisse insultato online, se qualcuno pubblicasse qualcosa contro di lui, se fosse escluso, umiliato o impersonato, me ne accorgerei. Forse me lo direbbe. Forse cambierebbe comportamento. Forse basterebbe conoscerlo abbastanza bene. È una convinzione comprensibile, perché nasce dall’idea che fra genitore e figlio esista una continuità: se nella sua vita accade qualcosa di importante, prima o poi quella cosa arriverà anche a noi. Ma questa volta possiamo fare qualcosa di più interessante che chiedere ai genitori quanto pensano di conoscere i propri figli. Possiamo chiedere la stessa cosa, separatamente, ai genitori e ai figli della stessa famiglia.
Due risposte, la stessa famiglia
Nel 2025 Hannah Rapp, Stephanie Fredrick e Amanda Nickerson hanno pubblicato uno studio su 231 coppie genitore-figlio. I ragazzi frequentavano classi comprese fra la quarta elementare e l’ultimo anno delle superiori in un distretto scolastico suburbano del nord-est degli Stati Uniti. A ragazzi e genitori sono state poste domande sulle stesse esperienze di cybervittimizzazione: messaggi o email offensivi, post cattivi o umilianti sui social, impersonificazione online e messaggi ostili attraverso Google Classroom.
È questo il particolare che rende lo studio prezioso per il nostro ragionamento. Non abbiamo un gruppo di adulti che racconta genericamente che cosa pensa dei giovani e un altro gruppo di ragazzi che descrive Internet. Abbiamo due persone della stessa famiglia che rispondono sullo stesso ragazzo. Se «lo saprei» descrive davvero una conoscenza affidabile, le due risposte dovrebbero incontrarsi abbastanza spesso.

Quanto coincidono?
Nel complesso, la concordanza è risultata bassa. Gli autori la misurano con il coefficiente kappa di Cohen e ottengono 0,18. Ma non serve trasformare questa pagina in una lezione di statistica: il dato interessante è ciò che succede quando si guarda al tipo di episodio. Per messaggi ed email offensivi l’accordo fra genitore e figlio è un po’ maggiore, pur rimanendo modesto. Per gli episodi avvenuti sui social scende a 0,08.
Quel numero non significa che il 92% dei genitori non sappia nulla, né autorizza a trasferire automaticamente i risultati di 231 famiglie statunitensi a tutte le famiglie italiane. Dice qualcosa di più preciso e, proprio per questo, più utile: in quel campione, quando genitore e figlio sono stati interrogati separatamente sugli episodi di cybervittimizzazione avvenuti sui social, la concordanza oltre quella attesa per caso è stata estremamente bassa. La certezza «me ne accorgerei» incontra così una misura che non riguarda ciò che il genitore dichiara di sapere, ma quanto la sua risposta coincide con quella del proprio figlio.
Quello che non viene raccontato
Il problema non nasce necessariamente da disattenzione o indifferenza. La letteratura richiamata dagli stessi ricercatori mostra che ragazzi e adolescenti spesso non raccontano ai genitori le esperienze di cybervittimizzazione. Le ragioni possono essere diverse e non vanno inventate per riempire ciò che i dati non dicono. Ma la conseguenza è abbastanza semplice: conoscere bene un figlio non garantisce di conoscere automaticamente tutto ciò che gli accade in un ambiente nel quale una parte importante delle relazioni può restare invisibile agli adulti.
Ed è qui che il Movimento precedente sul parental control acquista un significato ulteriore. Possiamo conoscere la posizione del dispositivo, limitarne l’orario, impedire alcune installazioni e filtrare categorie di contenuti. Nessuna di queste informazioni ci dice necessariamente che un compagno abbia pubblicato un post umiliante, che una conversazione privata sia diventata ostile o che il ragazzo abbia deciso di non parlarne. La differenza fra controllare lo strumento e conoscere ciò che attraverso quello strumento sta accadendo diventa qui visibile nelle risposte di due persone sedute, per così dire, ai lati della stessa esperienza.
Vedere i segnali non è sapere
Naturalmente un genitore può accorgersi di un cambiamento. Può notare irritabilità, silenzio, rifiuto della scuola, improvvise variazioni nell’uso del telefono. Ma un segnale non porta con sé la propria spiegazione. Lo stesso comportamento può avere cause molto diverse, e trasformare ogni cambiamento in una diagnosi domestica sarebbe soltanto un altro modo di sostituire la conoscenza con una supposizione.
Lo studio di Rapp e colleghi aggiunge un elemento interessante: livelli maggiori di sintomi internalizzanti nei ragazzi e maggiore stress dei genitori durante la pandemia erano associati a una minore concordanza sulle esperienze di cybervittimizzazione. È un risultato riferito a quel campione e a quel particolare periodo, non una regola universale. Ma suggerisce qualcosa che vale la pena trattenere: proprio quando la situazione diventa più difficile, la distanza fra ciò che accade e ciò che l’adulto conosce può aumentare.
Esserci prima di sapere
La risposta non può essere trasformare la vita digitale di un figlio in un’intercettazione permanente. Se il nostro obiettivo è costruire autonomia, una sorveglianza totale sarebbe persino contraddittoria. Il punto è un altro: smettere di considerare la conoscenza una conseguenza automatica del ruolo di genitore. Essere il padre o la madre di qualcuno non concede accesso diretto a ciò che quella persona vive.
Per questo «lo saprei» è una frase pericolosamente comoda. Sposta nel futuro la responsabilità: se accadrà qualcosa, me ne accorgerò. L’educazione digitale chiede invece di lavorare prima, costruendo un rapporto nel quale raccontare un problema non significhi perdere immediatamente il telefono, essere colpevolizzati per esserci cascati o sentirsi rispondere che era stato detto di non farlo.
Non possiamo sapere tutto. Ed è precisamente da questa ammissione che può cominciare una forma più seria di presenza. Non quella di chi promette a se stesso di vedere ogni cosa, ma quella di chi cerca di costruire le condizioni perché, quando qualcosa non riuscirà a vedere, il figlio possa ancora scegliere di raccontargliela.