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“Le parole restano.”

Il telefono è sul tavolo. Il ragazzo lo prende durante la cena e il genitore gli dice di metterlo via. Qualche minuto dopo arriva una notifica sul telefono dell’adulto. Lo schermo si illumina, lui guarda, legge, forse risponde. Non è una scena eccezionale e non serve immaginare una famiglia particolarmente distratta. Basta una frase: «Aspetta, devo rispondere». La differenza, apparentemente, è semplice. Lui è adulto.

Ed è vero. Un adulto può avere una telefonata di lavoro, un’urgenza, una responsabilità che un ragazzo non ha. Educare non significa fingere che genitori e figli abbiano gli stessi ruoli. Ma proprio perché i ruoli sono diversi, quello dell’adulto contiene qualcosa in più: mentre stabilisce una regola, sta anche mostrando che cosa quella regola significhi nella vita reale.

La regola e il modello

Possiamo dire a un figlio di non interrompere una conversazione per guardare il telefono. Possiamo spiegargli che non deve fotografare qualcuno senza permesso, che non tutto deve essere pubblicato, che una notifica può aspettare, che stare insieme significa anche lasciare uno schermo fuori dalla relazione. Poi arriva la parte meno comoda: ciò che facciamo noi.

L’educazione digitale non avviene soltanto nel momento in cui pronunciamo una regola. Avviene mentre il ragazzo ci vede controllare il telefono durante una conversazione, fotografare una persona prima di chiederle il permesso, pubblicare un’immagine familiare perché «tanto è solo Facebook», rispondere immediatamente a ogni vibrazione. La regola viene ascoltata. Il comportamento viene osservato.

Genitore guarda lo smartphone a tavola mentre il figlio lo osserva
Illustrazione generata con intelligenza artificiale

Un nome per una scena comune

La ricerca ha persino dato un nome a una parte di questa scena: parental phubbing. È l’interruzione o la riduzione dell’interazione con un figlio perché l’attenzione del genitore viene assorbita dallo smartphone. Il termine può sembrare una di quelle etichette create per trasformare qualsiasi gesto quotidiano in un fenomeno nuovo. Ma qui serve soprattutto a permettere ai ricercatori di misurare qualcosa che esisteva già davanti ai nostri occhi: che cosa accade quando chiediamo attenzione mentre mostriamo distrazione.

Uno studio longitudinale italiano ha seguito 557 adolescenti che giocavano ai videogiochi, con età media di circa 15 anni e mezzo, in due rilevazioni distanziate di sei mesi. Il parental phubbing di madri e padri nella prima rilevazione era associato a una maggiore percezione successiva di indifferenza genitoriale; nei modelli analizzati, questa indifferenza contribuiva a spiegare alcune associazioni con il gaming problematico. Per il phubbing paterno emergevano inoltre effetti diretti e indiretti nelle ragazze. È uno studio specifico, su adolescenti gamer, e non autorizza a dire che guardare il telefono a tavola produca automaticamente un problema di gaming. Mostra però che il comportamento digitale dell’adulto entra nella relazione che stiamo cercando di educare.

Non è solo una questione di esempio

Sarebbe comunque troppo semplice ridurre tutto alla vecchia formula «i figli imitano i genitori». Una ricerca pubblicata nel 2026 ha osservato per sei anni 4.086 coppie genitore-figlio in due coorti sudcoreane. L’uso problematico dello smartphone di adulti e ragazzi risultava associato all’interno delle famiglie e tendeva a oscillare insieme nel tempo: negli anni in cui l’uso del genitore saliva rispetto al proprio livello abituale, tendeva a salire anche quello del figlio. Ma i ricercatori non hanno trovato effetti cross-lagged significativi in nessuna delle due direzioni.

È una cautela preziosa. Sarebbe seducente raccontare che il genitore usa troppo il telefono e quindi il figlio impara a usarlo troppo. Lo studio non consente questa scorciatoia causale. Suggerisce invece un’immagine forse più interessante per questo Percorso: una famiglia possiede anche un’ecologia digitale. Tempi, abitudini, disponibilità degli schermi, interruzioni, regole e modi di stare insieme appartengono a un ambiente condiviso. Non sempre possiamo separare facilmente chi abbia cominciato.

La fotografia che non chiediamo

Lo stesso problema diventa ancora più evidente fuori dal tempo trascorso sullo smartphone. Chiediamo ai ragazzi di imparare il consenso digitale, di non inoltrare immagini altrui, di pensare prima di pubblicare. Ma un bambino può arrivare al suo primo account social con anni della propria vita già pubblicati dagli adulti: compleanni, vacanze, scuola, momenti buffi, fotografie che non ha scelto e che magari non avrebbe scelto.

Non serve trasformare ogni fotografia familiare in una violazione. Il punto educativo è più elementare. Se vogliamo insegnare che l’immagine di un’altra persona non diventa nostra soltanto perché possiamo pubblicarla, possiamo cominciare a mostrare quella regola prima ancora che il ragazzo abbia un proprio profilo. Chiedere «posso metterla?» non è soltanto una precauzione: è una lezione di cittadinanza digitale impartita senza bisogno di una lezione.

Chi deve imparare per primo?

Nei Movimenti precedenti abbiamo chiesto se la fiducia fosse stata costruita, chi avesse creato l’account, che cosa controllasse davvero il parental control e quanto coincidessero le conoscenze di genitori e figli. Qui la domanda torna finalmente sull’adulto. Non per stabilire che debba essere perfetto, né per fingere che una famiglia possa vivere fuori dagli smartphone. Un genitore può sbagliare proprio mentre insegna a non sbagliare. La differenza sta nel riconoscerlo.

«Ma io sono adulto» può spiegare perché alcune regole siano diverse. Non può trasformare automaticamente ogni comportamento dell’adulto in un buon modello. Se chiediamo autocontrollo digitale, consenso, capacità di interrompere, attenzione agli altri e responsabilità nella pubblicazione, quelle competenze devono esistere da qualche parte prima di essere consegnate al ragazzo.

Ed è forse qui che la patente digitale smette definitivamente di essere una questione riservata ai minori. La scuola può preparare la generazione che arriva. Le piattaforme possono costruire protezioni migliori. Le regole possono stabilire soglie e responsabilità. Ma nel frattempo c’è già una generazione che consegna gli strumenti, crea gli account, configura i controlli e stabilisce le regole. Se qualcuno deve imparare per primo, non è necessariamente il più giovane della casa.

Fonti

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