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“Le parole restano.”

«Ho messo il parental control». Anche questa è una frase che sembra chiudere una questione. Il dispositivo è configurato, alcune categorie di contenuti sono bloccate, magari esiste un limite di tempo e il genitore può controllare qualche informazione dal proprio telefono. Il pannello mostra che la protezione è attiva. Il problema è capire che cosa significhi davvero quella parola: attiva.

Che cosa stiamo controllando?

In Italia il parental control non è più soltanto una possibilità nascosta nelle impostazioni. Le linee guida AGCOM prevedono che gli operatori mettano gratuitamente a disposizione sistemi capaci di limitare o bloccare l’accesso a categorie di contenuti inappropriati per i minori; nelle offerte dedicate ai minori devono essere inclusi e attivati. Il Dipartimento per le Politiche della famiglia ha inoltre pubblicato una guida destinata proprio ad aiutare genitori e adulti di riferimento a comprenderne e attivarne le funzioni.

È un progresso concreto. Un filtro può impedire l’accesso a contenuti per adulti, gioco d’azzardo, violenza, contenuti discriminatori o altri ambienti individuati dalle linee guida. Altri strumenti possono aggiungere limiti temporali, autorizzazioni per le applicazioni o controlli sul dispositivo. Ma già qui occorre distinguere due cose che nel linguaggio quotidiano finiscono facilmente per sovrapporsi: proteggere alcune porte non significa conoscere tutto ciò che accade nella stanza.

Dispositivo con schermata di protezione mentre un ragazzo usa uno smartphone sullo sfondo
Illustrazione generata con intelligenza artificiale

Quel 55 per cento

Nel rapporto Censis Essere genitori oggi, il 55,1% dei genitori con almeno un figlio fino a 15 anni dichiara di avere attivato il parental control sui dispositivi dei figli. È un numero notevole, soprattutto se lo confrontiamo con fotografie precedenti nelle quali questi strumenti risultavano assai meno diffusi. Ma il rapporto stesso accompagna il dato con una precisazione importante: si tratta di strumenti di controllo e limitazione «dall’efficacia non sempre garantita».

La percentuale ci dice dunque che molti genitori dichiarano di avere attivato qualcosa. Non ci dice quale sistema abbiano configurato, quali funzioni utilizzino, se conoscano le differenze fra filtro dell’operatore, controllo del sistema operativo e impostazioni della singola piattaforma, né se quella configurazione corrisponda ancora all’età e alle abitudini del ragazzo. Soprattutto, non ci dice se l’attivazione dello strumento abbia aumentato la conoscenza di ciò che il figlio vive online.

Sentirsi informati

Su questo punto uno studio su 2.946 coppie genitore-figlio offre una distinzione particolarmente utile. I ricercatori hanno confrontato la conoscenza che i genitori pensavano di avere delle attività online dei figli con quella ricostruita mettendo a confronto le risposte dell’adulto e del ragazzo. Supporto e mediazione attiva erano associati a una maggiore conoscenza sia percepita sia verificata attraverso le due risposte. La mediazione tecnica e il monitoraggio, invece, erano collegati a una maggiore sensazione del genitore di sapere; la prima risultava associata a una conoscenza verificata inferiore e il secondo non mostrava relazione con essa.

Gli autori usano un’espressione che qui conta più di qualsiasi percentuale: falso senso di sicurezza. Non significa che il parental control renda meno sicuri i ragazzi e non significa che debba essere disattivato. Significa qualcosa di molto più semplice: l’esistenza di uno strumento tecnico può aumentare la nostra sensazione di controllo senza aumentare nella stessa misura ciò che sappiamo della vita digitale del figlio.

Il filtro non vede tutto

Un parental control può bloccare un sito classificato come inadatto. Non può sapere perché un compagno di classe abbia smesso improvvisamente di rispondere a nostro figlio. Può impedire l’installazione di un’applicazione senza autorizzazione, ma non comprende il significato di una conversazione consentita. Può limitare il tempo davanti allo schermo, ma non distingue quaranta minuti trascorsi a parlare con un amico da quaranta minuti passati sotto pressione, insultati o ricattati.

È la stessa distinzione che avevamo incontrato nel Movimento precedente: dichiarare correttamente l’età permette alla piattaforma di applicare protezioni coerenti con quella età, ma nessuna protezione tecnica trasforma automaticamente un sistema in un educatore. Gli strumenti lavorano sulle condizioni che sono in grado di riconoscere. Il significato di ciò che accade continua invece ad appartenere alle persone.

Chi deve saperlo usare?

Qui il nome stesso dello strumento rischia di ingannarci. Lo chiamiamo parental control, ma la parola importante non è soltanto control. È parental. Perché qualcuno deve scegliere cosa configurare, comprendere che cosa venga filtrato, sapere quali protezioni esistano sul dispositivo e quali sulla piattaforma, modificarle mentre il ragazzo cresce e riconoscere ciò che nessuna impostazione può vedere.

Non è casuale che AGCOM imponga agli operatori di fornire guide chiare e assistenza gratuita per attivazione, disattivazione e configurazione, né che nel 2025 il Dipartimento per le Politiche della famiglia abbia pubblicato un intero set informativo destinato agli adulti. Lo strumento esiste; l’adulto deve ancora imparare a governarlo.

Ed è qui che «ho messo il parental control» smette di essere una conclusione e diventa l’inizio di una domanda. Sai che cosa hai messo? Sai che cosa blocca, che cosa lascia passare, quali informazioni ti restituisce e quali non potrà mai restituirti? Perché attivare una protezione è una scelta responsabile. Delegarle la responsabilità è un’altra cosa.

Fonti

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