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“Le parole restano.”

«L’account gliel’ho fatto io». La frase dovrebbe rassicurare: non si è registrato di nascosto, non ha mentito senza che nessuno lo sapesse, c’era un adulto accanto a lui. Ma proprio per questo merita di essere guardata meglio. Perché l’adulto, qualche volta, non sta accompagnando il minore dentro un ambiente digitale: sta modificando le condizioni con cui quell’ambiente riconoscerà il minore.

Con quale età?

Il dettaglio decisivo può stare in una casella compilata in pochi secondi: la data di nascita. Una ricerca commissionata da Ofcom ha stimato che il 60% dei bambini tra 8 e 12 anni che usavano i principali social avesse un proprio profilo nonostante l’età minima prevista da molte piattaforme fosse 13 anni. Fra questi bambini, fino a due terzi avevano ricevuto aiuto da un genitore o da un tutore per creare almeno uno dei profili. Il punto non è quindi soltanto che un minore riesca ad aggirare una soglia. In una parte dei casi alla tastiera, accanto a lui, c’è un adulto.

La domanda allora cambia. Non basta chiedere chi abbia creato l’account. Bisogna chiedere con quale età sia stato creato. Perché un profilo non conserva soltanto un nome e una password: conserva l’identità digitale che abbiamo dichiarato alla piattaforma, e quella dichiarazione può determinare quali funzioni, contatti e contenuti diventeranno disponibili.

Adulto configura un account su smartphone accanto a un ragazzo
Illustrazione generata con intelligenza artificiale

Un bambino che per la piattaforma è adulto

Ofcom ha trovato che, fra gli 8-12enni con un profilo social, il 39% risultava avere un’età digitale di almeno 16 anni e il 23% addirittura di almeno 18. È qui che la scorciatoia mostra la sua conseguenza più interessante. L’età falsa non rimane ferma al giorno dell’iscrizione: invecchia insieme all’account. Un bambino registrato a otto anni come tredicenne, cinque anni dopo sarà realmente tredicenne ma per la piattaforma ne avrà diciotto.

Questo significa che proprio nel momento in cui il ragazzo raggiunge l’età alla quale avrebbe potuto cominciare a usare legittimamente quel servizio, il suo account può aver già superato le soglie che separano alcune esperienze dei minori da quelle destinate agli utenti più grandi. Ofcom richiama, fra gli esempi, funzioni di messaggistica e accesso a contenuti riservati a fasce d’età superiori. Il genitore che pensava di aver semplicemente anticipato l’ingresso può avere costruito un’identità che continuerà ad anticipare il figlio per anni.

Conoscere la regola non significa rispettarla

I dati più recenti rendono difficile liquidare il fenomeno come semplice ignoranza. Nel rapporto Ofcom 2025-26, l’83% dei genitori dichiara di sapere che la maggior parte dei social prevede un’età minima, ma soltanto il 32% identifica correttamente i 13 anni. E quando la domanda diventa concreta, un quarto dei genitori dice che consentirebbe comunque al figlio di avere un profilo prima dell’età minima; fra i genitori dei bambini di 10-12 anni la quota sale al 30%.

Qui compare una delle contraddizioni che attraversano questo Percorso. Possiamo dichiararci preoccupati per ciò che un minore incontra online e, nello stesso tempo, essere noi ad anticiparne l’accesso. Possiamo chiedere alle piattaforme di riconoscere l’età degli utenti e contemporaneamente fornire loro un dato che impedisce di riconoscerla. Possiamo invocare protezioni più efficaci e poi neutralizzarle nel momento dell’iscrizione. Non serve attribuire a tutti i genitori lo stesso comportamento: basta osservare che la protezione tecnica funziona soltanto se l’informazione sulla quale si basa descrive la persona che sta davvero usando l’account.

Non è un account del genitore

Una delle scorciatoie più comuni sembra ancora più prudente: «L’ho aperto con la mia email», oppure «ho messo i miei dati, così lo controllo io». Ma se l’account viene poi consegnato stabilmente al figlio, per il sistema quello che conta non è l’intenzione educativa con cui è stato creato. Conta l’età associata al profilo e contano le autorizzazioni che da quell’età discendono.

Ofcom raccolse proprio la sorpresa di una madre che si rese conto, durante la ricerca, di avere probabilmente creato per il figlio un account con la propria età: l’algoritmo poteva quindi trattare un bambino di undici anni come un adulto di quarantadue. È un’immagine quasi perfetta del problema. L’adulto crede di avere messo il proprio nome sull’ingresso per sorvegliarlo meglio; dal punto di vista della macchina, invece, ha detto che dall’altra parte dello schermo c’è lui.

Le chiavi le abbiamo consegnate noi

In una domanda che Dietro la macchina aveva già posto sulla consegna degli strumenti digitali, il punto non era stabilire se la tecnologia fosse buona o cattiva, ma riconoscere chi avesse deciso accesso, capacità e margini d’azione. Qui quella domanda diventa domestica. Il ragazzo può certamente imparare a mentire sull’età, creare un secondo profilo o aggirare un controllo. Ma esiste una situazione ancora precedente: quella nella quale non deve aggirare nulla, perché il varco glielo abbiamo già aperto noi.

Non è una sottigliezza burocratica. Se chiediamo alle piattaforme ambienti differenziati per età, sistemi di verifica più robusti e protezioni specifiche per i minori, dobbiamo accettare anche l’altra metà della responsabilità: non trasformare un bambino in un adulto digitale prima ancora che la piattaforma abbia la possibilità di riconoscerlo come bambino.

«L’account gliel’ho fatto io» può dunque descrivere una presenza responsabile. Ma non basta pronunciarlo per renderla tale. La domanda decisiva viene subito dopo: come gliel’hai fatto?

Fonti

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