«Mi fido di lui» è una delle frasi più rassicuranti che un genitore possa pronunciare. Non contiene un divieto, non evoca sorveglianza, non trasforma un ragazzo in un sospettato. Dice, apparentemente, che il lavoro è stato fatto: gli abbiamo insegnato a distinguere, scegliere, fermarsi; adesso possiamo lasciargli spazio. Il problema comincia quando la stessa frase viene pronunciata prima di quel lavoro, oppure al suo posto.
La fiducia arriva prima della responsabilità?
Nel rapporto Essere genitori oggi del Censis, il 69,1% dei genitori che consentono ai figli di utilizzare i social dichiara di contare sul loro senso di responsabilità per una buona gestione. Nello stesso quadro, il 55,1% dice di avere attivato sistemi di parental control e il 43% geolocalizza i dispositivi. Non c’è necessariamente una contraddizione: si può avere fiducia in un figlio e contemporaneamente stabilire un perimetro. La domanda interessante viene prima. Da dove arriva quel senso di responsabilità sul quale decidiamo di fare affidamento?

Saper usare non basta
Un ragazzo può imparare molto presto a usare uno smartphone. Può conoscere un’applicazione meglio dei genitori, scoprire funzioni che loro ignorano, muoversi rapidamente fra account, chat e piattaforme. Ma abbiamo già incontrato, nella differenza fra saper usare uno strumento ed essere preparati a governarne le conseguenze, l’equivoco che nasce quando confondiamo abilità operativa e responsabilità. Essere veloci su uno schermo non insegna da solo il consenso, la reputazione, la permanenza di una pubblicazione, il rapporto con uno sconosciuto o il momento nel quale chiedere aiuto.
La fiducia, allora, non è il contrario dell’educazione. Dovrebbe esserne una conseguenza. Prima conosco l’ambiente, stabilisco regole proporzionate all’età, spiego perché esistono, osservo come vengono utilizzate e progressivamente lascio spazio. A un certo punto posso davvero dire «mi fido di lui», perché quella frase racconta qualcosa che è accaduto prima.
Parlare o controllare?
Ma i dati europei introducono una crepa interessante in questa immagine. Nell’indagine EU Kids Online 2026, condotta su 28.465 ragazzi tra 10 e 16 anni in 19 paesi, soltanto la metà dice che i genitori parlano con loro di ciò che fanno online; nel 2020 erano il 66%. Nello stesso periodo è cresciuto il ricorso ai controlli tecnici. Il dato non ci permette di mettere sotto processo una singola famiglia e nemmeno di sovrapporre automaticamente l’Europa all’Italia. Permette però di formulare una domanda: stiamo costruendo responsabilità oppure stiamo sostituendo una parte dell’accompagnamento con strumenti che ci fanno sentire più tranquilli?
Credere di sapere
La distinzione diventa ancora più importante quando genitore e figlio vengono interrogati separatamente sulla stessa famiglia. Uno studio su 2.946 coppie genitore-figlio ha confrontato ciò che gli adulti pensavano di conoscere della vita online dei ragazzi con ciò che emergeva dalle risposte dei ragazzi stessi. I genitori risultavano meglio informati sulle attività più comuni e meno rischiose, come il gaming, e meno accurati proprio rispetto alle esperienze potenzialmente più problematiche. Soprattutto, supporto e dialogo erano associati a una migliore conoscenza anche nel confronto fra le due risposte; monitoraggio e mediazione tecnica aumentavano invece soprattutto la sensazione del genitore di sapere. Gli autori indicano esplicitamente il rischio di un falso senso di sicurezza.
È una differenza piccola soltanto in apparenza. Posso sapere dove si trova il telefono di mio figlio e non sapere con chi sta parlando. Posso aver configurato un filtro e non conoscere ciò che lo preoccupa. Posso stabilire un limite temporale e ignorare completamente ciò che accade nei quaranta minuti durante i quali quel limite consente l’accesso. Controllare uno strumento non equivale a conoscere la vita che attraverso quello strumento si sta svolgendo.
La fiducia come risultato
Questo non rende inutile il parental control, né trasforma la fiducia in ingenuità. Significa soltanto rimettere le cose nel loro ordine. La tecnologia può aiutare un genitore a esercitare una responsabilità; non può esercitarla al suo posto. E la fiducia può essere una straordinaria conquista educativa, purché non diventi la formula con cui saltiamo direttamente alla fine.
Perché «mi fido di lui» può significare due cose completamente diverse. Può voler dire: gli ho insegnato, l’ho accompagnato, ho visto crescere la sua capacità di scegliere e adesso posso arretrare. Oppure può voler dire: non so davvero che cosa faccia, ma spero che sappia cavarsela. Le parole sono identiche. La responsabilità che c’è dietro, no.
Fonti
- Censis, Essere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana, 7 maggio 2026.
- EU Kids Online, Children’s views, experiences, opportunities and risks in a digital world, 2026.
- Geržičáková, Dedkova, Mýlek, What do parents know about children’s risky online experiences? The role of parental mediation strategies, Computers in Human Behavior, 2023.