Apriamo Facebook per controllare una notifica. Instagram per vedere una fotografia. Un sito di notizie perché è successo qualcosa. Poi il gesto comincia quasi senza farsi notare: il dito sale, il contenuto scompare, ne arriva un altro. Una notizia, una battuta, una fotografia, una polemica, una pubblicità. Dopo qualche minuto può capitare qualcosa di curioso: non ricordiamo più con precisione che cosa fossimo venuti a cercare, ma continuiamo comunque a scorrere.
La spiegazione più comoda è anche quella che attribuisce quasi tutta la responsabilità a chi sta davanti allo schermo. Dovremmo avere più disciplina, spegnere il telefono, controllare il tempo trascorso online, imparare a fermarci. Tutto vero, almeno in parte. Ma questa lettura dimentica una domanda precedente: perché l’ambiente nel quale ci troviamo è stato progettato in modo che continuare non richieda praticamente alcuna decisione, mentre fermarsi sì?
L’infinite scroll sembra ormai una proprietà naturale di Internet. Non lo è. È una scelta progettuale.
Quando è scomparsa la fine
Un libro possiede un’ultima pagina. Un giornale termina. Una puntata arriva ai titoli di coda. Anche le prime pagine web avevano un fondo: si leggeva ciò che contenevano e, arrivati alla fine, occorreva compiere un’altra azione per proseguire. Cliccare su “pagina successiva”, scegliere un collegamento, tornare indietro. Quel piccolo passaggio aveva una funzione che diventava evidente soltanto quando è scomparsa: creava un punto nel quale decidere.
L’infinite scroll elimina proprio quel momento. Nuovo contenuto viene caricato mentre quello precedente scivola fuori dallo schermo. Non c’è una porta da aprire, un pulsante da premere o una pagina successiva da scegliere. Continuare è l’opzione predefinita. Fermarsi richiede invece di interrompere volontariamente una sequenza che non possiede una conclusione propria.
La differenza può sembrare minima. Psicologicamente non lo è. Molte attività quotidiane terminano perché incontriamo segnali che ci suggeriscono che un’unità è conclusa. Quando quei segnali vengono eliminati, anche la decisione di smettere deve nascere altrove. Non è quindi necessario immaginare un utente incapace di controllarsi. Basta costruire un ambiente nel quale il comportamento più semplice sia proseguire.

La promessa del prossimo contenuto
C’è poi una seconda caratteristica. Non sappiamo che cosa arriverà dopo. Se conoscessimo in anticipo i prossimi venti contenuti e diciannove fossero irrilevanti, probabilmente smetteremmo quasi subito. Nel feed, invece, ogni movimento contiene una piccola incertezza. Il prossimo post potrebbe essere inutile, ma potrebbe anche farci ridere, sorprenderci, indignarci o mostrarci qualcosa che stavamo cercando senza sapere di cercarlo.
Si parla spesso di dopamina per spiegare questo comportamento, talvolta trasformandola in una specie di sostanza magica che i social sarebbero capaci di somministrare a ogni gesto del dito. È una semplificazione poco utile. Il punto interessante non è pensare che ogni contenuto produca automaticamente piacere, ma osservare il rapporto tra anticipazione, apprendimento e ricompensa incerta. Non continuiamo perché ogni post ci soddisfa. Continuiamo anche perché non sappiamo quando arriverà quello che ci soddisferà.
La stessa architettura rende possibile un’altra apparente contraddizione: possiamo trascorrere molto tempo davanti a contenuti che non ci piacciono affatto. Rabbia, disaccordo, paura e indignazione sono capaci di trattenerci quanto il divertimento, qualche volta di più. Per un sistema che osserva il comportamento, il fatto che ci siamo fermati rimane comunque un’informazione. Ciò che cattura l’attenzione e ciò che approviamo non sono necessariamente la stessa cosa.
Quando il feed impara
Lo scrolling infinito sarebbe già efficace se i contenuti fossero disposti casualmente. Ma i feed contemporanei aggiungono un altro elemento: imparano progressivamente dai comportamenti dell’utente. Un sistema di raccomandazione può utilizzare numerosi segnali per tentare di prevedere quali contenuti abbiano maggiore probabilità di mantenere l’interazione. Un clic è un segnale evidente, ma non è l’unico possibile. Anche ciò davanti a cui ci fermiamo, ciò che ignoriamo rapidamente o ciò con cui interagiamo contribuisce a costruire una rappresentazione dei nostri comportamenti.
A quel punto feed e utente entrano in una relazione circolare. Il sistema propone contenuti, l’utente reagisce, quelle reazioni producono nuovi segnali e i segnali contribuiscono a modificare ciò che verrà mostrato successivamente. È qui che la domanda “perché continui a guardare?” diventa insufficiente. Bisognerebbe domandare anche che cosa stia imparando il sistema dal fatto che continuiamo a guardare e quale obiettivo utilizzi per trasformare quell’apprendimento nella scelta successiva. Se l’obiettivo è prolungare l’interazione, un contenuto capace di trattenerci può risultare prezioso indipendentemente dal fatto che ci faccia stare meglio.
Su Inchiostrati avevamo già osservato il lato quotidiano di questo gesto in Quando abbiamo smesso di non fare niente: lo smartphone ha occupato gli intervalli nei quali un tempo potevamo semplicemente aspettare. Qui la domanda si sposta un passo indietro. Non riguarda soltanto il motivo per cui prendiamo il telefono, ma ciò che accade quando entriamo in un ambiente costruito affinché il contenuto successivo sia già pronto prima ancora che abbiamo scelto di cercarlo.
Doomscrolling non significa semplicemente scorrere troppo
Il termine doomscrolling viene spesso usato per indicare genericamente molto tempo trascorso sui social, ma descrive qualcosa di più specifico: la ricerca o il consumo ripetitivo di informazioni prevalentemente negative, minacciose o angoscianti, accompagnato dalla difficoltà a interrompersi.
Il 18 settembre 2026 è stata pubblicata su Frontiers in Psychology una revisione sistematica con meta-analisi che ha raccolto 44 studi sul fenomeno. I risultati mostrano associazioni tra doomscrolling e maggiore ansia, depressione e disagio psicologico, oltre che minore benessere e soddisfazione per la vita. Gli stessi autori, però, sottolineano un limite fondamentale: gran parte delle ricerche disponibili è trasversale, l’eterogeneità è elevata e le evidenze non permettono di stabilire che sia il doomscrolling a causare direttamente questi problemi.
È una distinzione importante. Una persona ansiosa potrebbe cercare più informazioni negative; l’esposizione continua potrebbe a sua volta aumentare il disagio; entrambe le cose potrebbero essere influenzate da altri fattori. Trasformare una correlazione in una diagnosi sull’effetto dei social sarebbe scorretto.
Resta però una dinamica interessante. Quando percepiamo una situazione come incerta o minacciosa, cercare nuove informazioni può sembrare un modo per ridurre l’incertezza. Ma ogni nuova informazione può introdurre un’altra domanda, un altro aggiornamento da cercare, un’altra notizia da controllare. La ricerca di una conclusione avviene così dentro un ambiente progettato per non averne una.
Non è più soltanto una questione psicologica
A questo punto il problema esce dal terreno della psicologia individuale. Il 10 luglio 2026 la Commissione europea ha comunicato una valutazione preliminare secondo cui il design di Facebook e Instagram potrebbe violare il Digital Services Act. L’indagine cita esplicitamente infinite scroll, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati, sostenendo che Meta non avrebbe valutato adeguatamente i rischi che queste caratteristiche possono produrre sul benessere fisico e mentale degli utenti. Si tratta di conclusioni preliminari, non di una decisione definitiva, ma il passaggio concettuale è importante.
Pochi giorni dopo la stesura di questo articolo, il tema ha compiuto un altro passo. La proposta di EU KIDS Act presentata il 17 settembre vieterebbe, per i servizi destinati ai minori, l’infinite scroll privo di punti di arresto, insieme ad altri meccanismi capaci di prolungare automaticamente l’interazione. Per la prima volta la fine del feed non viene trattata soltanto come una preferenza dell’utente, ma come una possibile caratteristica di sicurezza da incorporare nel progetto.
La domanda non riguarda più soltanto quanto tempo una persona decida di trascorrere su una piattaforma. Riguarda il modo in cui quella piattaforma è stata costruita. È una differenza simile a quella che incontriamo in molti altri ambiti. Possiamo certamente chiedere alle persone di comportarsi responsabilmente, ma questo non elimina la responsabilità di chi progetta l’ambiente nel quale devono esercitare quella responsabilità.
Un’autostrada può imporre limiti di velocità e contemporaneamente essere progettata per ridurre gli incidenti. Un farmaco può contenere istruzioni per chi lo assume e contemporaneamente essere sottoposto a regole sulla sicurezza della confezione. Non consideriamo queste due responsabilità incompatibili. Nel digitale abbiamo impiegato molto più tempo ad accettare lo stesso ragionamento.
La responsabilità comincia prima del dito
Dire che l’infinite scroll è una scelta progettuale non significa sostenere che chi utilizza una piattaforma non abbia più alcuna responsabilità. Significa riconoscere che la responsabilità non comincia nel momento in cui il dito tocca lo schermo. Prima esistono un’interfaccia, un modello di business, criteri di raccomandazione, metriche considerate importanti, decisioni sulla presenza o sull’assenza di pause, notifiche, autoplay e punti di uscita. Nessuna di queste caratteristiche è comparsa spontaneamente.
Qualcuno le ha progettate. Qualcuno ha stabilito quali comportamenti misurare. Qualcuno ha deciso quali risultati considerare desiderabili.
Ed è qui che il problema incontra direttamente una delle domande che attraversano Dietro la Macchina. Prima di chiedere perché una persona abbia continuato a scorrere per quaranta minuti, possiamo chiederci chi abbia deciso che il sistema non dovesse offrirle, durante quei quaranta minuti, quasi nessun momento naturale nel quale scegliere se proseguire. Non per assolvere chi usa lo strumento, ma per ricostruire tutta la catena delle decisioni.
Restituire una fine
Forse una delle idee più interessanti per ridurre lo scrolling compulsivo non consiste quindi nell’aggiungere un altro avviso che ci ricordi di avere maggiore autocontrollo. Potrebbe consistere nel restituire all’ambiente alcuni dei punti di arresto che abbiamo deliberatamente eliminato.
Un’interruzione dopo un certo numero di contenuti. Una richiesta esplicita prima di continuare. La possibilità di disattivare realmente alcuni meccanismi di raccomandazione. Indicatori temporali comprensibili. Feed che abbiano una fine. Scelte di progettazione che introducano deliberatamente un piccolo attrito prima del comportamento successivo.
L’attrito, nel linguaggio del design digitale, viene spesso considerato qualcosa da eliminare. Ogni secondo risparmiato, ogni clic rimosso e ogni passaggio automatizzato possono rendere un servizio più semplice da utilizzare. Ma non tutto l’attrito è necessariamente un difetto. A volte quel clic che manca era il momento in cui avremmo deciso se volevamo davvero continuare.
L’infinite scroll ha reso naturale l’idea che il contenuto successivo debba essere già lì prima ancora che abbiamo scelto di cercarlo. Dopo abbastanza anni, persino la possibilità che un feed possa terminare sembra strana. Ed è forse questa la parte più interessante della sua psicologia: una scelta di progettazione è riuscita a diventare talmente familiare da smettere quasi di sembrarci una scelta.
Prima di domandarci perché non riusciamo a fermarci, allora, vale la pena formulare una domanda diversa: chi ha deciso che non dovesse esserci niente a dirci che era arrivato il momento di farlo?
Fonti e riferimenti
- Qi Li e Xinrui Yin, Doomscrolling, mental health, and psychological well-being in adolescents and adults: a systematic review and meta-analysis, Frontiers in Psychology, 18 settembre 2026. Revisione sistematica e meta-analisi di 44 studi, con valutazione esplicita dei limiti causali e della certezza delle evidenze.
- Commissione europea, Commission preliminarily finds the addictive design of Instagram and Facebook in breach of the Digital Services Act, 10 luglio 2026. Conclusioni preliminari su infinite scroll, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione personalizzati.
- Commissione europea, EU KIDS Act: helping children navigate a safer online world, 17 settembre 2026. Proposta europea che include il divieto, per i minori, dell’infinite scroll privo di punti di arresto.