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“Le parole restano.”
Patente digitale · Ecologia dell’informazione · Capitolo 17 di 17Torna all’indice →

L’esempio che segue è fittizio e costruito esclusivamente a scopo didattico: il titolo, la percentuale, lo studio, il comunicato e le reazioni descritte non rimandano a una ricerca reale. Servono a mettere alla prova, nello stesso contenuto, gli strumenti incontrati fin qui.

Scorriamo il feed e incontriamo un post condiviso da una persona che conosciamo. L’immagine mostra un adolescente seduto sul letto, illuminato dallo schermo dello smartphone; sopra compare un titolo: «Studio shock: usare i social dopo le 22 aumenta del 70% i disturbi del sonno negli adolescenti». Una breve frase aggiunge: «I ricercatori non hanno dubbi: lo smartphone a letto sta compromettendo un’intera generazione». Il post ha ricevuto migliaia di reazioni e condivisioni e, nei commenti, molte persone raccontano esperienze personali: genitori che descrivono figli incapaci di addormentarsi, insegnanti che osservano studenti stanchi, adulti che ricordano quanto si dormisse meglio «prima dei telefoni». Qualcuno scrive che finalmente la scienza ha confermato ciò che era evidente da anni; qualcun altro accusa i genitori di non saper porre limiti. Fra le condivisioni compaiono pagine dedicate alla salute, quotidiani online e profili di professionisti.

Non abbiamo ancora motivo di stabilire che il contenuto sia falso; potrebbe essere sostanzialmente corretto. Il primo cambiamento prodotto da un’educazione all’informazione non consiste nel diffidare, ma nel riconoscere quante cose differenti stiano già accadendo nello stesso momento. Il titolo propone una relazione causale: «usare i social dopo le 22 aumenta i disturbi del sonno» non significa semplicemente che due fenomeni siano stati osservati insieme, ma che il primo contribuisce a produrre il secondo. La frase successiva aggiunge un’altra conclusione, perché una generazione starebbe subendo un danno; l’immagine rende concreta quella conclusione mostrando un adolescente solo, nel buio, davanti allo schermo; le migliaia di condivisioni ci informano che il contenuto sta circolando molto; i commenti aggiungono testimonianze compatibili con il racconto. Tutti questi elementi possono essere autentici e continuare a rispondere a domande differenti.

La prima cosa che possiamo fare è non trasformare immediatamente la nostra reazione in diffusione. Se il tema ci riguarda, il contenuto può sembrarci importante proprio perché tocca qualcosa che abbiamo già osservato o temuto. Un genitore che ha discusso la sera precedente con il figlio per l’uso del telefono potrebbe riconoscersi immediatamente nel post; una persona convinta che gli smartphone abbiano peggiorato la vita degli adolescenti potrebbe provare la sensazione rassicurante di avere finalmente una prova. La reazione non è un difetto: è un’informazione su di noi, non ancora sullo studio. Possiamo allora guardare il contenuto come un oggetto composto e domandarci che cosa sappiamo realmente dal post. Sappiamo che qualcuno sostiene l’esistenza di uno studio, che il titolo gli attribuisce un aumento del 70 per cento, che il contenuto collega quell’aumento all’uso serale dei social e che molte persone hanno reagito e condiviso; tutto il resto deve ancora essere ricostruito.

Aprendo l’articolo troviamo già una formulazione leggermente meno categorica: «Social serali e sonno degli adolescenti, una nuova ricerca segnala un aumento del rischio». Nel testo scopriamo che i ricercatori hanno analizzato questionari compilati da alcune migliaia di adolescenti e hanno confrontato il tempo dichiarato di utilizzo dei social nelle ore serali con alcuni indicatori relativi alla qualità del sonno. La formulazione cambia qualcosa: lo studio potrebbe aver osservato che chi dichiarava un maggiore uso serale riferiva più spesso problemi di sonno, senza avere stabilito da solo che il primo fenomeno producesse il secondo. L’associazione può essere importante e meritare attenzione, ma fra «si osserva più spesso» e «provoca» esiste un passaggio che dobbiamo ancora giustificare.

Le spiegazioni possibili sono più di una. L’uso serale dei social potrebbe effettivamente interferire con il sonno; gli adolescenti che dormono male potrebbero utilizzare più spesso il telefono proprio perché sono svegli; stress, abitudini familiari, attività serali o altre condizioni potrebbero influenzare entrambi i fenomeni. Potrebbero anche esistere combinazioni fra queste possibilità. Non dobbiamo scegliere immediatamente quella corretta: è sufficiente accorgerci che il titolo ne aveva già scelta una per noi. Lo stesso vale per il «70 per cento». Nel testo troviamo che, nel gruppo con maggiore utilizzo serale, una certa percentuale degli intervistati riferiva problemi frequenti di sonno; nel gruppo con minore utilizzo la percentuale era più bassa e la differenza relativa fra i due valori corrisponde approssimativamente al 70 per cento indicato nel titolo. Il numero non era inventato, ma resta necessario conoscere i valori di partenza: un aumento del 70 per cento può descrivere il passaggio da 10 a 17 casi ogni cento oppure da 40 a 68. La percentuale relativa è identica, la rappresentazione del fenomeno no.

Continuando a leggere scopriamo inoltre che l’espressione «disturbi del sonno» utilizzata nel titolo non coincide necessariamente con una diagnosi clinica. Potrebbe derivare da risposte a domande sulla difficoltà ad addormentarsi, sui risvegli o sulla sensazione di stanchezza. La misura può essere perfettamente legittima per lo studio, ma il titolo ha trasformato una definizione precisa usata dai ricercatori in un’espressione che il lettore può interpretare in modo più ampio. Ancora una volta non abbiamo trovato una falsificazione; abbiamo trovato una compressione.

Seguendo i collegamenti all’indietro arriviamo al comunicato dell’università che ha diffuso la ricerca. Qui la formulazione è più prudente: «L’uso più frequente dei social nelle ore serali è associato a una maggiore probabilità di riportare problemi di sonno». La parola «associato» non dimostra che gli autori escludano una relazione causale, ma mostra che la fonte originaria sta formulando la propria conclusione con maggiore cautela rispetto al post che abbiamo incontrato. Nel sommario dello studio troviamo una formulazione simile e anche alcune limitazioni: i dati sull’utilizzo dei social sono dichiarati dai partecipanti, lo studio osserva un periodo specifico, alcune variabili potrebbero non essere state misurate completamente e il disegno non permette da solo di stabilire la direzione causale della relazione.

Possiamo così ricostruire la genealogia senza bisogno di trasformarla in una lista di colpevoli. Lo studio osserva un’associazione; il comunicato parla di associazione e ne sottolinea alcune possibili implicazioni; l’articolo parla di aumento del rischio; il post trasforma la relazione in «usare i social aumenta i disturbi del sonno»; la didascalia conclude che gli smartphone stanno compromettendo una generazione. Nessun passaggio deve necessariamente contenere una menzogna deliberata. Il significato può essersi modificato attraverso una serie di piccoli spostamenti, ognuno abbastanza plausibile da passare inosservato.

A questo punto anche le migliaia di condivisioni assumono un significato più preciso: descrivono la diffusione del post, non la robustezza della ricerca. Alcune persone potrebbero aver condiviso perché il risultato le convince, altre perché lo trovano allarmante, altre ancora per criticarlo; anche se tutte fossero perfettamente d’accordo, la quantità delle condivisioni non aggiungerebbe nuovi partecipanti allo studio né nuove verifiche indipendenti. Nemmeno i molti articoli che troviamo cercando il titolo costituiscono automaticamente molte conferme: se una parte riprende lo stesso comunicato universitario, alcuni citano direttamente l’articolo che abbiamo già letto e altri si limitano a riformularne il titolo, dieci pagine differenti possono essere dieci rami dello stesso albero. Il numero delle fonti visibili non basta per sapere quante origini indipendenti sostengano realmente l’informazione.

Anche i commenti cambiano significato. Un genitore scrive che da quando ha vietato il telefono dopo cena il figlio dorme meglio; la testimonianza può essere completamente vera e perfino molto utile per quella famiglia, ma non ci dice da sola quanto spesso lo stesso risultato si verifichi negli altri adolescenti. Un altro genitore racconta di non avere mai avuto problemi nonostante il figlio utilizzi lo smartphone la sera; anche questa testimonianza può essere vera. Mettere le due storie una contro l’altra non risolve lo studio, perché entrambe descrivono casi individuali. Inoltre chi considera il tema importante ha più motivo di commentare e chi ha vissuto un’esperienza molto negativa può essere più motivato a raccontarla di chi non ha osservato nulla di particolare. Centinaia di testimonianze autentiche possono offrire informazioni preziose sulle esperienze delle persone senza rappresentare necessariamente la frequenza di quelle esperienze nell’intera popolazione.

Anche l’immagine iniziale merita un secondo sguardo. Il ragazzo seduto da solo sul letto non appartiene necessariamente allo studio; potrebbe essere una fotografia d’archivio scelta per illustrare il tema. Non è falsa per questo, ma possiede una funzione narrativa: mostra solitudine, oscurità, schermo e adolescenza nello stesso fotogramma e, prima ancora che leggiamo il testo, ci consegna una cornice nella quale il telefono occupa il centro visivo del problema. Un’immagine differente avrebbe potuto mostrare quattro adolescenti che conversano attraverso una videochiamata, una famiglia in salotto con tutti i membri davanti a dispositivi differenti oppure semplicemente un grafico. Nessuna di queste immagini avrebbe modificato i dati dello studio; avrebbe però modificato la strada emotiva attraverso la quale li incontriamo.

Anche la data aggiunge informazione. Lo studio è stato pubblicato quella mattina e il post è comparso poche ore dopo: questo non rende il contenuto inaffidabile, ma ne definisce la maturità. In così poco tempo potrebbero non esistere ancora analisi indipendenti del lavoro, repliche o una discussione sufficientemente ampia da chiarirne ogni limite. Fra una settimana potrebbero emergere critiche metodologiche oppure studi precedenti compatibili con il risultato; potremmo scoprire che la ricerca conferma qualcosa già osservato molte volte o, al contrario, che rappresenta un risultato insolito. Il primo articolo non ha materialmente avuto il tempo di raccontarci tutto questo.

Non dobbiamo tuttavia attendere anni prima di formarci qualunque opinione. Possiamo già concludere che lo studio merita attenzione, che descrive una relazione fra uso serale dei social e problemi di sonno nel campione osservato, che il titolo del post esprime quella relazione in modo più causale e categorico della fonte originaria, che il «70 per cento» ha bisogno dei valori di partenza per essere compreso, che le testimonianze nei commenti non costituiscono un campione della popolazione e che le migliaia di condivisioni misurano circolazione, non qualità scientifica. Potremmo persino arrivare, dopo avere esaminato altre ricerche, alla stessa conclusione pratica suggerita dal post: utilizzare meno lo smartphone prima di dormire potrebbe essere una buona scelta. La differenza è che non ci siamo arrivati perché il post aveva molte condivisioni, perché l’immagine era convincente o perché una percentuale appariva impressionante; sappiamo quali elementi sostengono davvero quella conclusione e quali, invece, appartengono alla forma in cui l’abbiamo incontrata.

Potremmo anche decidere di non condividere il post originale. Non perché tutto ciò che contiene sia falso, ma perché la sua formulazione causale e categorica eccede ciò che siamo riusciti a ricostruire. Potremmo condividere l’articolo più prudente, cercare una fonte diversa oppure non condividere nulla. La competenza informativa non produce necessariamente più contenuti; a volte produce una rinuncia.

Alla fine l’oggetto che abbiamo esaminato non possedeva un unico problema. Conteneva una relazione causale da verificare, una percentuale da ricostruire, una definizione da comprendere, un’immagine che inquadrava il tema, testimonianze selezionate, metriche di diffusione, una genealogia delle fonti e un grado di maturità ancora basso. Nessuno di questi elementi, preso da solo, permetteva di giudicare l’intero contenuto; insieme ci hanno permesso di attribuirgli un significato più preciso.

È questo il motivo per cui l’ecologia dell’informazione non può ridursi a una lista di trucchi per «scoprire le fake news». Gran parte di ciò che incontriamo non appartiene alla categoria semplice del vero o del falso. Può essere autentico e incompleto, corretto e mal rappresentato, preciso e privo di denominatore, popolare senza essere rappresentativo, provenire da una buona fonte e avere perso cautele lungo la strada. Abitare consapevolmente un ambiente informativo significa imparare a riconoscere queste differenze prima che la velocità con cui il contenuto ci raggiunge le renda invisibili.

Non dobbiamo verificare tutto

La conclusione dello studio non è che ogni informazione richieda un’indagine. Sarebbe impossibile e, soprattutto, trasformerebbe l’educazione all’informazione in una forma di sospetto permanente. Gran parte della vita quotidiana funziona perché distribuiamo ragionevolmente la fiducia e aumentiamo il controllo soltanto quando il costo dell’errore, l’importanza della decisione o l’incertezza del contenuto lo rendono utile.

Una buona pratica informativa non consiste quindi nell’accumulare il maggior numero possibile di verifiche, ma nel saper proporzionare lo sforzo. Una notizia che ci chiede di cambiare comportamento, che può danneggiare qualcuno, che presenta un’affermazione straordinaria o che desideriamo condividere proprio perché conferma perfettamente ciò che pensiamo merita più attenzione di un’informazione ordinaria senza conseguenze rilevanti. Anche fermarsi e dire «non lo so ancora» è una conclusione legittima.

Lo stesso vale per le fonti. Un ambiente informativo sano non richiede di consultare ogni posizione disponibile, ma di evitare che tutte le nostre informazioni dipendano sempre dallo stesso circuito. Fonti con competenze differenti, origini realmente indipendenti e procedure capaci di correggere gli errori offrono più resistenza di una moltiplicazione di pagine che ripetono la stessa origine. La diversità utile non è il numero delle voci, ma la possibilità che una voce possa davvero correggerne un’altra.

Infine bisogna saper smettere. Una verifica può sempre essere approfondita ancora, ma nessuna decisione quotidiana può attendere la certezza assoluta. La competenza non consiste nel controllare tutto: consiste nel riconoscere quando abbiamo ragioni sufficienti per agire, quando dobbiamo aumentare il controllo e quando è più responsabile sospendere il giudizio. L’obiettivo non è diventare verificatori ossessivi; è conservare la possibilità di correggerci senza rinunciare, nel frattempo, a vivere dentro l’ambiente informativo.

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