La guerra raramente entra nel discorso pubblico presentandosi soltanto come violenza. Arriva accompagnata da parole che ne definiscono il senso: difesa, sicurezza, necessità, deterrenza, liberazione, protezione, interesse nazionale. Alcune di queste parole possono descrivere situazioni reali; altre possono essere usate per nascondere responsabilità o rendere più tollerabile ciò che, senza quella cornice, apparirebbe insostenibile. È qui che comincia il problema del linguaggio.
Le parole non cambiano la natura materiale della guerra, ma cambiano il modo in cui siamo disposti a guardarla. Parlare di «danni collaterali» invece che di civili uccisi, di «obiettivi neutralizzati» invece che di edifici distrutti, di «sacrifici necessari» invece che di vite perdute non è sempre menzogna. Ma ogni formula tecnica o politica può creare una distanza tra chi ascolta e ciò che accade realmente. Questa distanza è spesso necessaria per descrivere eventi complessi; diventa pericolosa quando smette di chiarire e comincia a proteggere il discorso dalla realtà.
La distinzione conta anche sul piano morale e giuridico. Non tutte le guerre iniziano allo stesso modo e non tutte le parti occupano la stessa posizione. Il diritto internazionale riconosce, per esempio, il diritto di uno Stato a difendersi da un attacco armato. Riconoscere questa differenza non significa però trasformare ogni scelta compiuta in nome della difesa in qualcosa di automaticamente giusto. Anche chi esercita un diritto di autodifesa resta vincolato da limiti: distinzione tra civili e combattenti, proporzionalità e protezione delle persone che non partecipano alle ostilità.
Il linguaggio diventa allora importante proprio perché può cancellare queste distinzioni. Può trasformare una critica alle modalità di una guerra in un rifiuto del diritto alla difesa; oppure può trasformare il diritto alla difesa in una giustificazione generale che sottrae ogni scelta successiva al giudizio.
C’è poi una dimensione economica che sarebbe ingenuo ignorare. Le guerre richiedono armi, munizioni, logistica, tecnologie, servizi e ricostruzione. Intorno alla sicurezza e alla difesa esiste un’industria enorme: nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.887 miliardi di dollari, mentre i ricavi militari delle cento maggiori aziende produttrici di armamenti e servizi militari hanno raggiunto 679 miliardi di dollari nel 2024.
Questo dato, però, non autorizza una scorciatoia opposta. Dire che esiste un mercato della guerra non significa dimostrare che ogni guerra venga combattuta per profitto. Gli interessi economici possono accompagnare, rafforzare o influenzare decisioni politiche; non spiegano da soli nazionalismi, rivalità territoriali, paura, ideologie, ambizioni strategiche o la risposta a un’aggressione. L’autoinganno nasce forse proprio quando una spiegazione parziale viene trasformata nella spiegazione totale.
Accade quando un governo presenta ogni scelta militare come inevitabile. Accade quando chi si oppone a una guerra immagina che basti nominare il profitto per averne spiegato tutte le cause. Accade quando una parte riduce l’avversario a pura malvagità e se stessa a pura necessità. E accade anche quando chi osserva da lontano cerca una formula capace di liberarlo dalla fatica di distinguere.
La guerra rende queste semplificazioni particolarmente seducenti perché chiede decisioni rapide dentro situazioni estreme. Ma proprio per questo il linguaggio merita maggiore attenzione, non minore. Una parola come «difesa» può indicare un diritto reale, senza per questo diventare uno scudo contro ogni domanda; «pace» può esprimere un obiettivo necessario, senza diventare un modo per ignorare chi subisce un’aggressione; «sicurezza» può descrivere un bisogno concreto, senza impedirci di chiederci quali costi vengano imposti, a chi e per quanto tempo.
Anche «eroismo» merita cautela. Può descrivere il coraggio reale di chi protegge altri esseri umani, ma può anche essere usato per trasformare una morte evitabile in una storia edificante. Il problema non è eliminare queste parole, ma impedire che sostituiscano ciò che dovrebbero aiutarci a comprendere.
La stessa cautela vale per i numeri. Parlare di miliardi spesi in armamenti non dice nulla, da solo, sulla legittimità di una singola scelta militare. Dice però qualcosa sul mondo che abbiamo costruito: enormi risorse vengono destinate alla capacità di combattere, e questo crea interessi, istituzioni, industrie e dipendenze che entrano inevitabilmente nel quadro politico.
Guardare la guerra senza veli non significa allora pretendere di trovare un’unica verità nascosta dietro tutte le guerre. Significa fare il contrario: resistere alla tentazione di una spiegazione che assolva tutto o condanni tutto senza distinzioni. Significa chiedere chi ha attaccato, chi si difende, quali obiettivi vengono perseguiti, quali mezzi vengono usati, quali civili pagano il prezzo, quali interessi economici operano, quali alternative sono state tentate e quali parole vengono scelte per raccontare tutto questo.
L’autoinganno comincia quando smettiamo di fare queste domande. La guerra ha bisogno di armi, ma ha bisogno anche di parole capaci di attribuire un significato a ciò che accade. Non perché ogni narrazione sia falsa, ma perché nessuna società può sostenere a lungo la violenza senza interpretarla, giustificarla, contestarla o darle un nome. Ed è proprio quel significato che deve restare discutibile.