Vai al contenuto
“Le parole restano.”
19/05/2026 · 5 minuti

Quando il realismo diventa una difesa

Il realismo dovrebbe aiutarci a guardare i fatti. Diventa una difesa quando viene usato per presentare una scelta politica come se fosse già stata decisa dalla realtà.

Il realismo è una parola ambiziosa. Chi la usa non dice soltanto di avere un’opinione: suggerisce di essere disposto a guardare le cose come sono, senza illusioni, sentimentalismi o consolazioni. Proprio per questo possiede una forza retorica particolare. Se una posizione è «realistica», l’alternativa rischia immediatamente di apparire ingenua.

Nel dibattito politico questa parola ritorna soprattutto quando aumenta l’incertezza. Guerra, deterrenza, riarmo, sicurezza, alleanze: ogni volta che il costo di una scelta diventa difficile da prevedere, cresce anche il bisogno di presentarla come conseguenza inevitabile della realtà. Ma tra riconoscere un fatto e ricavarne una necessità politica esiste uno spazio che non dovrebbe essere cancellato.

È un fatto, per esempio, che negli ultimi anni molti Paesi europei abbiano aumentato la spesa militare e che la NATO abbia assunto obiettivi molto più elevati di investimento nella difesa. Nel 2025 gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato complessivamente la spesa per la difesa di quasi il 20 per cento in termini reali rispetto all’anno precedente, mentre l’Alleanza ha fissato l’obiettivo di investire il 5 per cento del PIL in difesa e sicurezza entro il 2035. È invece una valutazione politica stabilire quanto questo aumento sia necessario, quali capacità debba finanziare, quali rischi riduca, quali altri ne produca e quali costi sociali sia ragionevole accettare.

La realtà fornisce condizioni e vincoli. Raramente consegna da sola una risposta.

È qui che il realismo può trasformarsi in una difesa preventiva delle proprie convinzioni. Accade quando il passaggio dal «le cose stanno così» al «dunque non esiste alternativa» viene compiuto senza mostrare ciò che sta nel mezzo. Una minaccia reale può rendere necessaria una risposta; non rende automaticamente necessaria qualunque risposta venga proposta in suo nome.

Allo stesso modo, il desiderio di pace non elimina una minaccia perché preferiremmo che non esistesse. Rifiutare ogni investimento militare assumendo che il dialogo sia sempre disponibile può diventare una semplificazione speculare. Anche il pacifismo smette di interrogare la realtà quando tratta ogni deterrenza come provocazione, ogni difesa come militarismo o ogni conflitto come risultato di un semplice errore di comunicazione.

Il punto, allora, non è scegliere tra realisti e idealisti come se fossero due specie umane. È chiedersi che cosa renda davvero realistico un ragionamento.

Un pensiero realistico dovrebbe sopportare le domande che potrebbero smentirlo. Se sostiene che aumentare le capacità militari ridurrà il rischio di guerra, deve poter discutere anche il rischio di escalation, gli effetti della corsa agli armamenti e i costi delle risorse sottratte ad altri impieghi. Se sostiene che il disarmo o la riduzione della spesa renderebbero più sicura una società, deve poter spiegare come affrontare un’aggressione, una minaccia credibile o un avversario che non condivida quella scelta.

Il dubbio non rende automaticamente migliore una posizione, ma impedisce almeno che una tesi si trasformi in un sistema chiuso.

Il problema comincia quando la storia viene usata come un tribunale che avrebbe già pronunciato la sentenza. «La storia dimostra che bisogna armarsi.» «La storia dimostra che le armi portano soltanto altre guerre.» Entrambe le formule possono contenere esperienze reali e tuttavia diventare scorciatoie. La storia offre casi, analogie, fallimenti e conseguenze; non elimina il lavoro di stabilire quali di quelle esperienze siano davvero pertinenti alla situazione presente.

Anche la parola «inevitabile» merita diffidenza. Non perché nulla sia mai necessario, ma perché l’inevitabilità è una delle forme più efficaci con cui una decisione politica può sottrarsi al giudizio. Se qualcosa viene presentato come inevitabile, smettiamo facilmente di chiedere chi lo ha deciso, quali alternative siano state considerate, quali costi siano stati stimati e secondo quali criteri verrà stabilito se la scelta abbia funzionato.

È un meccanismo che riguarda anche il linguaggio della guerra. Come abbiamo visto parlando delle parole che rendono la guerra accettabile, termini come difesa, sicurezza e deterrenza possono indicare realtà concrete e diritti effettivi; diventano problematici quando vengono trasformati in formule capaci di chiudere la discussione invece di renderla più precisa.

Il realismo migliore dovrebbe fare esattamente il contrario. Dovrebbe distinguere una minaccia dalla paura che suscita, una capacità militare dall’uso che se ne farà, la deterrenza dalla certezza che deterrà, il desiderio di pace dalla convinzione che basti desiderarla. Dovrebbe ammettere che due persone possono riconoscere gli stessi fatti e attribuire pesi diversi ai rischi, ai costi e agli obiettivi senza che una delle due sia necessariamente incapace di vedere la realtà.

Questo non significa che tutte le posizioni siano equivalenti. Alcune saranno meglio fondate, altre meno; alcune ignoreranno dati importanti, altre reggeranno meglio al confronto. Ma proprio per stabilirlo è necessario mantenere aperta la possibilità che un argomento venga corretto.

Quando una tesi definisce in anticipo ogni obiezione come ingenuità, codardia, bellicismo o complicità, non sta più soltanto descrivendo il mondo. Sta proteggendo se stessa.

È qui che il realismo diventa una difesa. Non quando riconosce che il mondo può essere pericoloso, ma quando usa quel pericolo per rendere inutile la domanda. Non quando accetta la necessità di scegliere, ma quando presenta una scelta contingente come se fosse stata compiuta direttamente dai fatti.

La realtà non ha bisogno che la difendiamo dalle domande. Le convinzioni, invece, spesso sì.

E forse una delle prove più severe per qualunque posizione politica consiste proprio in questo: riuscire a guardare ciò che potrebbe darle torto senza considerarlo, per il solo fatto di esistere, un attacco alla propria lucidità.

Fonti