Il controllo sociale non si impone sempre con la forza. A volte assume il tono dell’ordine, della cura, della normalità. Questa poesia prova a stare proprio in quel punto in cui la quiete smette di essere pace e comincia a diventare obbedienza.
Il controllo non grida.
Siede vicino,
con mani quiete e voce pulita.
Ti porge acqua,
pronuncia il tuo nome
come si benedice una soglia,
e ti insegna il sorriso
che conviene al peso,
la piega esatta
dell’obbedienza.
Non ha ferri in vista,
né catene che tintinnano.
Ha invece orologi fedeli,
giorni ben pettinati,
parole che sanno di ordine
e di tregua,
miele posato sulla ferita
per farne dimenticare il sangue.
Eppure, sotto la pelle del giorno,
resta un tremore ostinato:
una domanda che non si lascia addomesticare,
un passo fuori riga,
un cuore che rifiuta la pace
quando la pace è solo
silenzio imposto.
Perché la verità
non bussa piano.
Non chiede permesso.
Arriva come fenditura,
come uno squarcio nel muro,
e da quella ferita
entra la luce.
