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INCHIOSTRATI · AVVERTENZE PER L’USO · ISTITUTO NON RICONOSCIUTO

Lezione 07: Chi sta addestrando chi?

Lezione 07 / 08

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ACCADEMIA DELL’IMPREPARAZIONE · LEZIONE 07 / 08

Uno studente racconta di aver cominciato a usare l’intelligenza artificiale per correggere le proprie email. Dopo qualche mese, si accorge di aver adottato anche nelle conversazioni private l’abitudine di iniziare con «Spero che questo messaggio ti trovi bene». Un amico gli domanda che cosa gli sia successo. Lui risponde con tre punti elenco, un riepilogo esecutivo e un’offerta di approfondimento. Il docente registra il primo possibile caso di contagio da formula di cortesia automatizzata.

Quando diciamo «addestrare» rischiamo di confondere processi differenti. I modelli vengono addestrati attraverso procedure tecniche specifiche; l’uso quotidiano non equivale necessariamente a modificarne i parametri. Le interazioni, secondo il servizio e le impostazioni, possono essere conservate o impiegate in processi successivi. Qui, però, stiamo facendo una domanda diversa: come possono cambiare le abitudini di chi interagisce ripetutamente con risposte sintetiche, immediate e disponibili?

Un assistente può aiutarci a trovare parole, confrontare argomenti e superare blocchi espressivi. Ma può anche introdurre una forma ricorrente nel nostro modo di scrivere, o abituarci a cercare mediazione prima di affrontare un conflitto. Non significa che ogni utente perda autonomia né che tutti gli effetti siano negativi. Significa che l’influenza va studiata in entrambe le direzioni, evitando di attribuire intenzioni alla tecnologia dove vi sono dinamiche d’uso e progettazione.

La prova consiste nel confrontare un testo scritto senza assistenza con uno che abbiamo modificato usando l’IA. Quali scelte erano nostre? Quali espressioni abbiamo adottato perché risultavano comode? E quali, invece, abbiamo rifiutato perché non ci rappresentavano? Il docente suggerisce di ripetere l’esperimento dopo qualche settimana: non per misurare scientificamente una trasformazione con due esempi, ma per allenare l’attenzione.

Alla fine, lo studente domanda se l’Accademia possa fornirgli una formula più naturale per chiedere scusa all’amico. Il docente gli suggerisce due parole: «Scusami, davvero». Lo studente chiede di ottimizzarle per il coinvolgimento. La lezione viene sospesa per insufficienza di realtà.

La domanda che il docente non sa chiudere

Dove finisce la comodità di farsi aiutare e dove comincia l’abitudine di lasciare che altri scelgano la nostra voce?