A Cremona, secondo quanto riportato dall’ANSA, due ragazzi di 14 e 15 anni sono stati identificati dalla Digos come amministratori di una chat WhatsApp dalla quale sarebbe partito l’allarme per una manifestazione violenta. La manifestazione non si è verificata, ma le conseguenze dell’allarme sono state reali: controlli rafforzati, preoccupazioni nelle scuole e tra i commercianti, forze dell’ordine mobilitate. I due minorenni sono stati denunciati; le loro responsabilità restano da accertare.
È un episodio che merita attenzione per una ragione diversa da quella che potrebbe apparire immediatamente.
Gli investigatori sono riusciti a identificare i presunti responsabili. Dunque, il problema non è sostenere che oggi l’identificazione sia impossibile. Il problema è chiedersi perché la responsabilità nell’utilizzo degli strumenti digitali debba entrare in gioco prevalentemente dopo che si è verificato un danno o si è prodotto un allarme.
Il danno non coincide necessariamente con l’evento annunciato
Una manifestazione che non avviene può comunque impegnare uomini, mezzi e risorse pubbliche. Una minaccia inventata può indurre genitori a tenere i figli a casa, commercianti ad abbassare le serrande e cittadini a rinunciare ai propri spostamenti. Il tempo impiegato per verificare una segnalazione, il personale sottratto ad altre attività e le precauzioni adottate hanno un costo, anche quando alla fine si scopre che non esisteva alcun pericolo concreto.
Quel costo non scompare perché la notizia era falsa. Rimane a carico della collettività.
L’asimmetria fra il gesto individuale e le conseguenze collettive
È qui che emerge uno degli aspetti più significativi della comunicazione digitale: la sproporzione fra la facilità con cui un individuo può compiere un’azione e la quantità di risorse necessarie per affrontarne gli effetti.
Creare una chat, scrivere un messaggio e inoltrarlo a decine di persone richiede pochi istanti. Verificarne il contenuto, individuare l’origine di un eventuale allarme, valutare il rischio e predisporre le misure necessarie può invece richiedere ore di lavoro, personale specializzato e l’intervento di più istituzioni.
Chi diffonde una falsa minaccia non deve necessariamente sostenere, nell’immediato, nessuno di questi costi. Sono altri a farsene carico: amministrazioni, forze dell’ordine, scuole, imprese e cittadini. Un’azione individuale di costo pressoché nullo può così generare conseguenze economicamente e socialmente rilevanti, distribuite fra persone che non hanno partecipato alla sua origine.
Questa asimmetria non riguarda soltanto il denaro. Riguarda anche il tempo, la libertà di movimento, le attività interrotte e l’attenzione sottratta a necessità autentiche. Ogni falso allarme che richiede verifiche impiega risorse che, nello stesso momento, potrebbero essere necessarie altrove.
Naturalmente, la gravità di una comunicazione e l’eventuale responsabilità di chi la diffonde devono essere accertate caso per caso. Non si può equiparare chi inventa deliberatamente una minaccia a chi segnala in buona fede un pericolo che successivamente si rivela inesistente. La verifica degli allarmi è inoltre un compito necessario delle istituzioni, non uno spreco per il solo fatto che l’evento temuto non si verifica.
Ma proprio per questo diventa importante interrogarsi sulle condizioni di accesso agli strumenti che rendono possibile una diffusione così rapida e capillare.
Ecco perché, nel nostro progetto di Patente Digitale, la questione dell’accesso viene prima di quella del contenuto. Non chiediamo a WhatsApp di stabilire preventivamente se un ragazzo stia inventando una minaccia, organizzando una manifestazione o semplicemente conversando. Ci chiediamo a quali condizioni debba poter utilizzare determinati servizi e chi risponda degli obblighi connessi all’accesso che gli è stato consentito.
Non significa attribuire automaticamente a un genitore il reato eventualmente commesso da un figlio. Significa distinguere la responsabilità per un comportamento dalla responsabilità per aver reso disponibile uno strumento senza rispettare le condizioni previste per utilizzarlo, una distinzione approfondita nel capitolo Privacy, libertà e le altre obiezioni necessarie.
Nel caso di Cremona le indagini hanno individuato due minorenni. Ma intanto l’allarme aveva già prodotto i suoi effetti.
La responsabilità digitale non può essere valutata soltanto in rapporto alla semplicità del gesto compiuto. Deve tenere conto anche della portata delle conseguenze che quel gesto è in grado di generare.
La tecnologia ha reso immediata la possibilità di raggiungere molte persone. Non per questo deve rendere irrilevante la responsabilità di chi la utilizza.
Fonte: ANSA, 20 ottobre 2026, «Devastazioni, stupri e cortei fantasma: fake e falsi allarmi».
