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“Le parole restano.”

Una prosa su tracce che restano nel tempo, tra memoria, perdita e la fatica di nominare ciò che manca.

Ci sono giorni in cui la memoria non ritorna come un racconto, ma come una materia dispersa. Non offre ordine, non concede una forma netta, eppure insiste. Si deposita nelle pieghe delle cose, nel modo in cui una luce entra nella stanza, nel suono di un passo che attraversa il corridoio e sembra appartenere a qualcuno che non c’è più.

Allora capisco che ciò che resta non coincide con ciò che è stato salvato. Resta anche ciò che si è rotto, ciò che si è sfilacciato, ciò che non riesce più a ricomporsi. Restano i margini, le impronte, le presenze indirette. Restano, soprattutto, le tracce che non chiedono di essere spiegate ma soltanto riconosciute.

Forse la perdita non cancella davvero: sposta. Cambia il luogo delle cose dentro di noi. E il tempo, che credevamo un archivio ordinato, si rivela invece una stanza piena di residui vivi, incapaci di stare zitti del tutto.

Valerio Villari

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