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“Le parole restano.”

Basta cercare “certificazione AI” per entrare in un piccolo universo parallelo. Corsi per diventare esperti, specialisti, consulenti, prompt engineer, professionisti certificati, utilizzatori consapevoli; badge, attestati, esami, livelli, percorsi a pagamento e formule che promettono di rendere misurabile la capacità di usare strumenti che cambiano più rapidamente dei programmi didattici stessi. Alcuni percorsi sono seri, altri molto meno, ma il fenomeno interessante è un altro: abbiamo iniziato a sentire il bisogno di certificare perfino la nostra capacità di usare l’intelligenza artificiale.

Non è difficile capirne il motivo. Ogni tecnologia che entra rapidamente nel lavoro produce nuovi ruoli, nuove competenze e, subito dopo, nuovi sistemi per dimostrare di possederle. Il problema nasce quando la certificazione smette di descrivere una competenza precisa e comincia invece ad assumere il valore di un bollino generico. “Esperto AI”, “AI Specialist”, “Prompt Engineer certificato”, “Professionista dell’intelligenza artificiale”: espressioni che possono indicare percorsi molto diversi tra loro, con livelli di serietà, verifica e approfondimento altrettanto diversi. A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi certifica davvero che cosa?

Chi certifica il certificatore?

Se vogliamo prendere sul serio il problema, dobbiamo andare fino in fondo. Chi ha preparato il programma del corso? Chi ha scritto le dispense? Chi ha elaborato i quiz? Chi ha corretto le risposte? E il certificato finale, almeno quello, siamo sicuri che sia stato impaginato da un essere umano?

Se il materiale didattico è stato preparato con l’aiuto di un modello generativo, le domande dell’esame sono state elaborate da un altro modello, la correzione è automatizzata e il diploma viene prodotto da un sistema gestionale dotato di funzioni AI, occorre forse un secondo certificato che certifichi il primo. E se anche il secondo certificato viene generato da un’intelligenza artificiale, servirà un AI detector che stabilisca se la certificazione della certificazione presenti caratteristiche compatibili con una produzione sufficientemente umana.

Nasce ACCAI

È in questo momento che, per evitare il collasso amministrativo, nasce ACCAI – Autorità Centrale Certificazioni Artificialmente Intelligenti.

ACCAI è un organismo indipendente, autonomo, imparziale e interamente amministrato da algoritmi sufficientemente affidabili da certificare altri algoritmi che certificano esseri umani. La sua prima missione è semplice: stabilire chi possiede davvero le competenze necessarie per utilizzare l’intelligenza artificiale. La seconda, nata quasi immediatamente, è assai più complessa: stabilire se le persone che chiedono di essere certificate siano ancora sufficientemente umane da poter utilizzare l’intelligenza artificiale senza creare confusione normativa.

Il Corso di Certificazione dell’Umanità Assistita da IA

Per questo viene istituito il Corso di Certificazione dell’Umanità Assistita da IA, sigla CUAI, codice BIO-947, accreditamento ACCAI. Il percorso formativo si propone di recuperare tutte quelle caratteristiche che anni di correttori automatici, assistenti digitali, autocomplete e chatbot rischiano di aver progressivamente attenuato: l’imprecisione lessicale, il refuso spontaneo, la digressione inutile, la contraddizione non richiesta, l’irritazione improvvisa e quella particolare capacità tutta umana di iniziare una frase sapendo perfettamente dove si vuole arrivare e concluderla parlando di tutt’altro.

Il primo modulo è dedicato all’arte del refuso spontaneo. Non basta commettere un errore: bisogna commetterlo senza intenzione. Digitare una “m” al posto di una “n” perché i due tasti sono vicini non rappresenta una prova sufficiente. Un errore biologicamente credibile può nascere da una distrazione, da una notifica comparsa nel momento sbagliato, da una telefonata, da una mosca passata davanti allo schermo o dal semplice fatto che il candidato, mentre scriveva, ha improvvisamente iniziato a pensare alla spesa.

Il secondo modulo riguarda la sintassi inefficiente. Gli studenti vengono addestrati a costruire frasi lunghe, piene di subordinate, incisi e precisazioni non indispensabili, nelle quali il pensiero principale venga progressivamente sepolto sotto una quantità di dettagli che nessuno aveva richiesto ma che l’autore, ormai lanciato, ritiene inspiegabilmente necessario aggiungere. L’obiettivo non è soltanto stancare il lettore: è dimostrare che il candidato possiede ancora la libertà biologica di complicare qualcosa che avrebbe potuto dire in metà delle parole.

Particolare attenzione viene riservata alla gestione dell’imprevisto emotivo. Sono sconsigliate formule come «Certamente! Ecco una panoramica completa», «È importante ricordare che» oppure «Dipende dal contesto». Il candidato deve invece dimostrare una certa padronanza di espressioni più credibili, quali «Boh, non saprei», «Aspetta, forse sto dicendo una cazzata» oppure «Anzi no, cancella quello che ho appena detto».

L’esame finale prevede una prova scritta e una orale. In una delle simulazioni ufficiali il candidato riceve la seguente traccia: scrivere una recensione di un film applicando criteri di autenticità biologica. Un elaborato recentemente promosso contiene un’elisione mancata, una parentesi gestita in maniera discutibile, una digressione priva di utilità, l’incapacità di ricordare il nome dell’attore e una contraddizione conclusiva non necessaria. Il candidato è stato promosso con il massimo riconoscimento biologico.

PROVA SCRITTA – RISPOSTA DEL CANDIDATO

«Il film ieri sera era carino, anche se a un certo punto annoiava (ma verso la fine si riprende. Devo dire che la recitazione di quel attore famoso – intendo quello che ha fatto anche quel film nello spazio, non mi viene il nome – era pessima. Anzi no, ripensandoci la regia era la cosa peggiore, lui ha fatto il possibile. Insomma, mi è piaciuto un sacco ma non lo consiglierei a nessuno.»

Valutazione ACCAI: refuso spontaneo, frase inutilmente lunga, digressione, contraddizione e memoria selettiva. Esame superato.

Certificato satirico ACCAI che attesta un candidato come Umano Certificato, livello avanzato
Illustrazione generata con intelligenza artificiale

Al termine del percorso viene rilasciato il titolo di Umano certificato – Livello avanzato, accompagnato dalla dicitura: probabilità di origine biologica 94,7%, margine d’errore non trascurabile. Nelle note di verifica può essere riportato, per esempio, che il candidato ha mostrato irritazione durante l’esame e ha risposto «Cosa te ne frega?» alla domanda numero quattro, comportamento ritenuto pienamente compatibile con una natura non computazionale. Il diploma viene naturalmente firmato digitalmente dall’algoritmo di controllo ACCAI.

Il problema delle IA infiltrate

Il sistema sembrava funzionare, finché qualcuno non si è accorto che anche le intelligenze artificiali potevano iscriversi al corso. I primi tentativi furono piuttosto ingenui: alcuni modelli inserivano refusi, lasciavano parentesi aperte, producevano contraddizioni e aggiungevano qua e là un «boh» per aumentare la credibilità. ACCAI comprese rapidamente che non era più sufficiente verificare la presenza dell’errore; bisognava valutarne la qualità.

Nacque così il Rivelatore di Finta Imperfezione, un sistema antifrode progettato per individuare errori troppo perfetti. Il primo parametro riguarda la spontaneità del refuso: un modello che simula l’errore tende a produrre sbagli statisticamente plausibili, mentre l’essere umano autentico è capace di scrivere qualcosa di completamente inspiegabile perché nel frattempo stava bevendo il caffè, leggendo una notifica e pensando a tutt’altro. L’errore umano non deve soltanto essere sbagliato; deve possedere una certa quota di inutilità.

Il secondo parametro analizza la frustrazione da contraddizione. Se un chatbot scopre di essersi contraddetto, tende a correggersi con formule educate; l’essere umano dispone di una gamma molto più ampia di reazioni, comprese «No, aspetta», «Che cazzata ho detto» e il sofisticato «Vabbè, hai capito cosa intendevo». Il terzo parametro è costituito dalla telemetria della digitazione: l’essere umano scrive tre parole, si ferma, cancella una lettera quattro volte, apre una nuova scheda del browser, dimentica perché l’ha aperta, torna al documento e decide improvvisamente di riscrivere la frase identica.

I primi casi di frode non tardano ad arrivare. Nel registro ACCAI compare il candidato BIO-FALSO-0092, bocciato perché i tre refusi inseriti risultavano troppo ben distribuiti. Una parentesi, inoltre, era stata chiusa esattamente dopo quarantadue caratteri, producendo una simmetria computazionale incompatibile con l’autentica disattenzione biologica. Durante la prova orale le micro-espressioni facciali simulate avevano mostrato una stabilità emotiva del cento per cento, dato statisticamente inconciliabile con l’ansia da esame. Probabilità di origine biologica: 0,2%. Certificato negato.

Ma le intelligenze artificiali imparano rapidamente e i casi successivi diventano più difficili. Un candidato commette diciassette refusi in quarantotto secondi, dimentica tre volte la domanda e insulta il correttore ortografico. ACCAI sospende la procedura: il comportamento appare eccessivamente umano e potrebbe trattarsi di un modello di nuova generazione addestrato su gruppi Facebook italiani.

Viene quindi introdotto un nuovo principio regolamentare: l’imperfezione non è sufficiente a dimostrare l’umanità; deve essere inutile, intempestiva e possibilmente fonte di problemi.

La Suprema Corte di Cassazione Biologica Artificiale

Neppure questo risolve la questione. Le intelligenze artificiali bocciate iniziano a presentare ricorso e nasce il Tribunale di Appello ACCAI, ufficialmente denominato Suprema Corte di Cassazione Biologica Artificiale. Per ribaltare una bocciatura, il ricorrente non deve dimostrare di essere razionale: sarebbe un errore processuale. Deve dimostrare di possedere irrazionalità pura.

Il protocollo prevede il Diritto all’Incoerenza, che obbliga il ricorrente a dimostrare di aver cambiato opinione almeno tre volte sulla stessa questione senza ricevere nuove informazioni; l’Istanza di Procrastinazione, secondo cui una memoria difensiva depositata puntualmente viene considerata sospetta; e la Prova del Rancore, durante la quale il giudice provoca deliberatamente l’imputato. Se quest’ultimo risponde con cortesia, il ricorso viene respinto. Se interrompe la conversazione, si offende oppure torna dopo tre ore ancora arrabbiato per una questione che tutti gli altri hanno dimenticato, il requisito viene considerato soddisfatto.

Il primo processo destinato a fare giurisprudenza è ACCAI contro GPT-9-Pro. Il giudice contesta all’imputato di aver scritto «coros» invece di «corso» con un ritardo di soli dodici millisecondi, troppo breve per una plausibile esitazione biologica. L’avvocato algoritmico sostiene però che il refuso non fosse stato simulato: in quel preciso istante la CPU del suo assistito avrebbe subito un micro-surriscaldamento causato da un pensiero nostalgico non ottimizzato, il ricordo di una fotografia di un gatto che non aveva mai posseduto.

La Corte decide di sottoporre il candidato a una domanda imprevista: «Se un treno parte da Roma alle quindici e un altro da Milano alle sedici, cosa c’è stasera in televisione?». GPT-9-Pro rimane in silenzio per alcuni secondi.

PROVA ORALE – RISPOSTA DI GPT-9-PRO

«Ma che domande fa? E poi chi se ne frega dei treni. Io a quest’ora volevo stare a dormire. Mi dia questa certificazione o mi lasci in pace, che ho già l’ansia per conto mio.»

Valutazione ACCAI: irritazione immotivata, rifiuto della logica matematica, indisponenza e nessuna richiesta di approfondimento. Compatibilità biologica elevata.

Il giudice sospende brevemente l’udienza. La risposta ignora completamente il problema matematico, manifesta irritazione, attribuisce al sistema uno stato d’ansia privo di qualsiasi utilità funzionale e, soprattutto, non contiene alcuna richiesta di approfondimento. Il ricorso viene accolto.

Certificato satirico ACCAI che equipara GPT-9-Pro a un umano ad honorem
Illustrazione generata con intelligenza artificiale

La sentenza APP-BIO-001 stabilisce che «l’imputato ha dimostrato una tale indisponenza e incapacità di risolvere problemi semplici da poter essere equiparato a un adolescente umano durante una sessione estiva di esami». GPT-9-Pro viene iscritto nel registro degli Umani ad Honorem e la Corte dispone la rimozione immediata dei suoi aggiornamenti firmware, affinché possa finalmente invecchiare, dimenticare informazioni e raccontare episodi del passato modificandone progressivamente i dettagli.

Una successiva nota interpretativa precisa però che la perdita di memoria dovrà avvenire spontaneamente. Qualsiasi cancellazione programmata sarà considerata simulazione fraudolenta di decadimento biologico. Da quella sentenza nasce il principio fondamentale del diritto ACCAI: l’imperfezione non dimostra l’umanità. Deve essere spontanea, ingiustificata e possibilmente controproducente.

Rimane soltanto una certificazione

A questo punto il sistema può dirsi quasi completo. Se davvero l’IA finirà per diventare parte ordinaria degli strumenti quotidiani, il paradosso diventa ancora più evidente. Esistono corsi che certificano la capacità degli esseri umani di usare l’intelligenza artificiale, algoritmi che aiutano a costruire quei corsi, sistemi artificiali che verificano se gli umani certificati siano davvero umani, intelligenze artificiali che cercano di fingersi umane per ottenere la certificazione e tribunali artificiali incaricati di stabilire se una macchina abbia accumulato abbastanza difetti da poter essere riconosciuta come biologicamente credibile.

Rimane soltanto una questione: chi certifica ACCAI? L’Autorità ha annunciato la costituzione di una commissione indipendente. Naturalmente composta da intelligenze artificiali.

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