Ci sono traduzioni nelle quali non c’è niente di sbagliato. Le parole significano ciò che dovrebbero significare, la sintassi funziona, i personaggi fanno quello che facevano nell’originale e nessun avvenimento è andato perduto durante il viaggio da una lingua all’altra. Eppure leggendo si avverte che qualcosa è rimasto indietro. Una frase che nell’originale inciampava adesso scorre perfettamente. Una ripetizione è stata eliminata perché sembrava inutile. Una battuta arriva puntuale, ma non fa più ridere. Un personaggio dice esattamente la stessa cosa e, misteriosamente, non sembra più la stessa persona.
È uno dei paradossi della traduzione letteraria: si può conservare quasi interamente il significato di un testo e perdere una parte di ciò che quel testo era. La Giornata mondiale della traduzione offre ogni anno l’occasione per ricordare il lavoro di chi permette ai libri di attraversare lingue e confini. Ma forse la domanda più interessante non riguarda ciò che attraversa il confine. Riguarda ciò che rischia di fermarsi davanti ad esso. Perché un romanzo non è soltanto l’insieme delle informazioni che contiene e una poesia, più evidentemente ancora, non coincide con il significato delle proprie parole. Dentro un testo ci sono ritmo, esitazioni, ambiguità, ripetizioni, suoni, riferimenti culturali, distanze fra le parole e perfino silenzi. Tradurre significa decidere continuamente quali di queste cose devono arrivare dall’altra parte quando non è possibile trasportarle tutte nello stesso modo.
Tradurre non significa sostituire parole
L’immagine più semplice della traduzione è anche quella più ingannevole. C’è una parola nella lingua di partenza, ne cerchiamo una equivalente nella lingua di arrivo e continuiamo così finché il testo non è passato da una parte all’altra. Funziona abbastanza bene finché immaginiamo la lingua come un inventario di etichette applicate alle cose. Funziona molto meno quando cominciamo a usarla davvero.
Le parole non vivono isolate. Portano con sé epoche, ambienti sociali, allusioni, abitudini, registri, memorie collettive. Una parola può essere formalmente equivalente a un’altra e produrre un effetto completamente diverso. Un’espressione quotidiana in una lingua può suonare antiquata in un’altra; un termine neutro può acquistare un’ironia involontaria; una frase volutamente sgraziata può diventare elegante proprio perché chi traduce ha cercato di migliorarla. È per questo che la teoria della traduzione ha da tempo abbandonato l’idea della semplice trasposizione meccanica. Tradurre un testo letterario significa attraversare non soltanto codici linguistici differenti, ma anche sistemi culturali diversi. E significa soprattutto interpretare. Prima ancora di decidere come rendere una frase, il traduttore deve decidere che cosa quella frase sta facendo nel testo.
Qui comincia una responsabilità che normalmente il lettore non vede. Quando leggiamo un romanzo straniero in italiano tendiamo infatti a compiere una piccola operazione mentale: attribuiamo all’autore le parole che abbiamo davanti. Diciamo di avere letto Hemingway, Dostoevskij, Woolf o García Márquez, anche se le frasi che abbiamo materialmente letto sono state scritte, parola per parola, da qualcun altro. Non è un errore. È il patto invisibile della traduzione. Ma quel patto diventa interessante proprio quando proviamo a guardarlo.
Chi sta parlando quando leggiamo un autore tradotto?
La legge italiana riconosce da tempo alla traduzione un carattere creativo. Non potrebbe essere diversamente, perché due traduttori possono partire dallo stesso testo e produrre opere linguisticamente differenti senza che una delle due contenga necessariamente degli errori. Cambiano le scelte, il ritmo, la punteggiatura, le soluzioni adottate davanti a un’ambiguità. Cambia, inevitabilmente, una parte della voce.
Il compito del traduttore letterario sembra allora quasi contraddittorio. Deve scrivere senza sostituirsi allo scrittore. Deve possedere una voce abbastanza forte da costruire un testo e abbastanza discreta da lasciare che il lettore senta quella di qualcun altro. Deve prendere decisioni continuamente e, quando il lavoro riesce, farci dimenticare che quelle decisioni siano mai state necessarie.
La fedeltà, vista da qui, diventa un concetto molto meno semplice. Essere fedeli alle singole parole può significare tradire il ritmo; conservare il ritmo può richiedere di allontanarsi dalla struttura della frase; preservare una battuta può obbligare a inventarne una che nell’originale, letteralmente, non esiste. Persino mantenere un errore può essere la scelta più corretta, se quell’errore appartiene deliberatamente alla voce di un personaggio. Il traduttore deve quindi rispondere continuamente a una domanda alla quale non esiste una soluzione definitiva: che cosa non posso permettermi di perdere?
E la risposta cambia da testo a testo. In un romanzo può essere il modo in cui un personaggio interrompe le frasi. In un altro la precisione ossessiva del lessico. In una poesia può essere un suono che ritorna; in un dialogo, la distanza sociale fra due persone. Ciò che deve essere salvato non coincide necessariamente con ciò che può essere misurato più facilmente. È qui che la traduzione smette di essere un problema soltanto linguistico e diventa un problema letterario.
Quando a tradurre è una macchina
L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende questa domanda più evidente, non perché abbia inventato la traduzione automatica, che esiste da molto tempo, ma perché ha cambiato radicalmente la qualità del risultato. Oggi un sistema generativo può produrre in pochi secondi una pagina tradotta che appare naturale, grammaticalmente corretta e spesso sorprendentemente elegante.
Liquidare tutto questo sostenendo semplicemente che «una macchina non può tradurre letteratura» sarebbe rassicurante, ma servirebbe a poco. Università, ricercatori e traduttori stanno già sperimentando questi strumenti e studiando ciò che accade quando entrano nel processo della traduzione letteraria. Il problema interessante non è stabilire per principio se l’intelligenza artificiale possa tradurre. È capire che cosa succede al testo quando lo fa.
La fluidità, per esempio, può diventare un problema proprio quando è troppo efficace. Un sistema addestrato a produrre continuazioni linguisticamente plausibili tende naturalmente verso forme riconoscibili e coerenti. Ma uno scrittore può avere impiegato anni per costruire una prosa che non lo sia. Può aver scelto una sintassi scomoda, una ripetizione irritante, un vocabolo fuori posto. Può aver voluto che una frase producesse disagio anziché scorrere bene. Se quella stranezza viene normalizzata, la traduzione può diventare migliore come italiano e peggiore come letteratura.
Non occorre immaginare una macchina che commetta errori grossolani. Il caso più interessante è esattamente l’opposto: una macchina che produce un testo talmente corretto da rendere più difficile accorgersi di ciò che ha eliminato.
Il problema non finisce con la revisione umana
Si potrebbe pensare che la soluzione sia semplice: lasciamo produrre una prima traduzione alla macchina e affidiamo poi il risultato a un traduttore umano. È già una pratica possibile e, in alcuni settori della traduzione, il post-editing fa parte da tempo del processo produttivo.
Nella letteratura, però, compare una difficoltà ulteriore. Alcune ricerche sulla traduzione automatica hanno osservato un fenomeno conosciuto come priming: quando una persona riceve una soluzione già formulata dalla macchina, quella soluzione diventa il punto dal quale comincia a ragionare. Non è più davanti al testo originale e alle molte possibilità che contiene; è davanti a una possibilità che è già stata scelta.
Può modificarla, naturalmente. Può riscriverla completamente. Ma deve prima riuscire a vedere oltre quella proposta. È una differenza meno spettacolare dell’idea secondo cui «l’IA sostituirà i traduttori», ma probabilmente più interessante. La macchina potrebbe influenzare la traduzione anche quando l’ultima parola rimane a una persona. Non perché imponga una soluzione, ma perché fornisce la prima. E la prima soluzione possiede un peso cognitivo.
Questo sposta la domanda. Non dobbiamo chiederci soltanto se un essere umano controlli il risultato finale. Dobbiamo chiederci in quale momento del processo entra la macchina e quanto spazio lascia ancora all’esplorazione.
La voce non è un dato nascosto nel testo
C’è poi una tentazione più profonda. Pensare che, diventando sufficientemente sofisticati, i sistemi possano finalmente individuare la «voce dell’autore», estrarla dal testo originale e riprodurla nella lingua di arrivo. Ma una voce letteraria non è un oggetto nascosto fra le righe.
È il risultato di migliaia di decisioni. È una frase lunga dove avrebbe potuto essercene una breve. È una parola comune scelta al posto di quella precisa. È una metafora evitata, una virgola mantenuta, una ripetizione che un correttore avrebbe eliminato. E soprattutto è qualcosa che riconosciamo attraverso l’interpretazione dell’insieme.
Un sistema può analizzare queste regolarità. Può riconoscere strutture, frequenze, preferenze lessicali e riprodurne molte con una precisione crescente. Ma anche in quel caso resta la domanda fondamentale della traduzione: quando due caratteristiche del testo entrano in conflitto, quale deve essere sacrificata? Quella non è soltanto una previsione linguistica. È una scelta. E ogni scelta produce un testo leggermente diverso da quello che avrebbe potuto esistere.
Forse abbiamo sempre letto due autori
L’intelligenza artificiale non crea dunque il problema della traduzione letteraria. Semmai lo rende improvvisamente visibile. Per secoli abbiamo letto opere tradotte dimenticando volentieri la persona che stava fra noi e l’autore. Abbiamo attribuito allo scrittore frasi che il traduttore aveva dovuto ricostruire, giochi di parole che aveva reinventato, ritmi che aveva cercato di far sopravvivere dentro una lingua diversa. E proprio perché quel lavoro riusciva, il traduttore poteva scomparire.
L’arrivo della macchina ci costringe invece a guardare il processo. Se ci chiediamo se un’intelligenza artificiale possa conservare la voce dell’autore, dobbiamo prima ammettere che quella voce non è mai arrivata fino a noi senza mediazioni. Forse, quando leggiamo una traduzione, abbiamo sempre letto due persone contemporaneamente. Una ha scritto il libro. L’altra ha ricostruito le condizioni perché quel libro potesse esistere nuovamente in una lingua nella quale non era mai stato scritto.
Non significa diminuire l’autore e neppure trasformare ogni traduttore in coautore dell’opera originale. Significa riconoscere che la letteratura attraversa le lingue soltanto grazie a una serie di decisioni che qualcuno deve prendere. Possiamo affidarne alcune alle macchine, possiamo usare le macchine per esplorare alternative, confrontare soluzioni o accelerare parti del lavoro. Ma la domanda decisiva rimane la stessa che esisteva molto prima dell’intelligenza artificiale: quando non possiamo portare tutto dall’altra parte, che cosa scegliamo di salvare?
Tradurre significa accettare che le parole non viaggiano mai da sole. Portano con sé una voce, un tempo, una cultura e qualcuno che le ha scelte. Il difficile non è farle arrivare dall’altra parte. È decidere che cosa non possiamo permetterci di perdere durante il viaggio.