Non è necessario contare le parole che usiamo ogni giorno per accorgersi che qualcosa è cambiato nel modo in cui le facciamo circolare. Scriviamo continuamente, commentiamo, rispondiamo, inviamo messaggi, lasciamo reazioni sotto immagini e video. La parola non è scomparsa; semmai è diventata onnipresente. E proprio questa abbondanza può nascondere un fenomeno più sottile: mentre aumenta la quantità delle parole, diminuisce spesso il tempo che concediamo loro.
Una frase deve arrivare subito, essere riconoscibile, attraversare uno schermo prima che l’attenzione venga catturata da qualcos’altro. La comunicazione tende così a comprimersi. Non necessariamente perché abbiamo meno cose da dire, ma perché l’ambiente nel quale le diciamo premia la rapidità, la sintesi immediata, la risposta istantanea. La parola viene usata sempre più spesso come segnale: serve a indicare una posizione, provocare una reazione, ottenere un riconoscimento. Ha meno occasioni per restare sospesa abbastanza a lungo da produrre una domanda.
Questo non significa che una frase breve sia povera o che un testo lungo sia automaticamente profondo. La letteratura stessa conosce parole brevissime capaci di aprire spazi enormi. Il problema comincia quando la brevità non è più una scelta, ma diventa l’unico ritmo disponibile; quando la velocità smette di essere uno strumento e diventa la condizione dentro cui ogni discorso deve adattarsi.
Leggere introduce una difficoltà proprio perché interrompe questo meccanismo. Un libro non reagisce alla nostra impazienza, non accelera perché ci stiamo annoiando, non cambia argomento perché abbiamo distolto lo sguardo per qualche secondo. Chiede qualcosa che la comunicazione contemporanea tende invece a risparmiarci: permanenza. Bisogna restare dentro una frase anche quando non offre immediatamente una ricompensa, seguire un pensiero prima di sapere dove condurrà, accettare per un momento che la voce dominante non sia la nostra.
È forse qui che il rapporto tra lettura e linguaggio diventa più interessante. Leggere non significa semplicemente accumulare vocaboli o possedere una cultura più vasta. Significa esercitare la capacità di distinguere, collegare, dubitare, riconoscere una sfumatura. Una lingua più ricca non garantisce un pensiero migliore, ma una lingua ridotta offre meno strumenti con cui tentare di formularlo. Se disponiamo soltanto di parole nette, anche ciò che è ambiguo tenderà ad apparirci netto; se siamo abituati soltanto a risposte immediate, una domanda complessa rischierà di sembrarci una perdita di tempo.
Per questo il linguaggio può assottigliarsi senza che ce ne accorgiamo. Continuiamo a parlare, magari più di prima, ma alcune distinzioni diventano più difficili da nominare. Parole diverse cominciano a sembrare intercambiabili, il giudizio precede la comprensione, l’espressione di una posizione prende il posto dell’esplorazione di un problema. Non è la fine della lingua e non è una malattia di una generazione. È una possibilità inscritta negli strumenti e nelle abitudini che abbiamo costruito tutti insieme.
Anche la scrittura, naturalmente, può adattarsi a questo ritmo. Può cercare soltanto di trattenere l’attenzione, eliminare ogni esitazione, ridurre qualunque passaggio che chieda uno sforzo al lettore. È uno dei rischi di una narrativa pensata soprattutto come intrattenimento: non il fatto di essere piacevole, ma l’idea che ogni resistenza del testo debba essere considerata un difetto.
Restituire peso alle parole non significa allora difendere nostalgicamente la carta, opporre i libri agli schermi o immaginare un passato nel quale tutti leggevano meglio. Significa conservare la possibilità di usare linguaggi diversi per tempi diversi. Ci sono momenti in cui bastano tre parole e altri nei quali tre pagine non sono ancora sufficienti. La libertà non consiste nello scegliere sempre la forma più breve, ma nel non essere costretti a usarla.
Il rischio del linguaggio che si assottiglia non è che smetteremo di parlare. È quasi il contrario: potremmo continuare a parlare incessantemente e scoprire, poco alla volta, di avere meno strumenti per dire ciò che non entra immediatamente in una formula, in una reazione o in una risposta. Ed è forse proprio lì, in ciò che richiede ancora tempo per essere nominato, che la lettura conserva una delle sue funzioni più importanti.